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“Sindacati con più tessere che idee”. Il premier attacca le sigle della Triplice e apre sulla legge per la rappresentanza. Anche in vista delle elezioni 2018

Fabio Martini. E’ sapientemente camuffato dalla stessa “Unità”. Ma dietro l’ennesimo attacco di Matteo Renzi ai sindacati, c’è un’apertura vera sulla legge per la rappresentanza, una legge che piacerebbe molto a Maurizio Landini e che potrebbe cambiare tante cose nella storia futura della sinistra italiana.

Nelle due pagine che ogni sabato l’”Unità” dedica alla rubrica “Caro segretario” (lettere con risposte di Renzi), questa settimana il titolo in rosso più importante è questo: «Se nel Sindacato girano più tessere che idee…». A chi gli chiede se il governo sia pronto ad una legge sulla rappresentanza, il premier-segretario risponde: «Noi ci siamo. E spero che stavolta i sindacati accettino la sfida: una buona legge sulla rappresentanza potrebbe aiutarli a vincere la crisi che sta fortemente minando la rappresentatività delle organizzazioni. Oggi anche nel sindacato c’è troppa burocrazia. E girano più tessere che idee».

Una testa-un voto

Una frase-civetta quella sulle tessere, che inevitabilmente ha calamitato l’attenzione dei siti e delle agenzie di stampa, peraltro con un concetto più volte espresso da Renzi. Ma la notizia è un’altra: il presidente del Consiglio, stavolta con un pensiero strategico, sta valutando se preparare una legge secondo il principio “una testa-un voto”. Principio fisiologico, ma solo apparentemente: nei luoghi di lavoro ma soprattutto nei congressi sindacali, Cgil compresa, gli iscritti spesso non votano e le percentuali si stabiliscono a tavolino. Ecco perché, da anni il leader della Fiom Maurizio Landini si batte per una legge che consenta di esprimersi a tutti gli iscritti, nella presunzione che questo pronunciamento della base, possa aprirgli la strada verso la leadership della Cgil, l’obiettivo della sua vita. E stavolta Renzi potrebbe dargli una mano.

Oramai Renzi sa di essere vissuto come un nemico da una certa opinione pubblica di sinistra che inizialmente lo aveva osservato con curiosità. Ma tagliarsi i ponti a sinistra, ragionano a palazzo Chigi, è incompatibile con l’idea di vincere le prossime elezioni politiche, che non saranno decise al primo turno come pareva un anno fa, ma dopo un ballottaggio al secondo turno. E in vista di quello scontro, il candidato del Pd sa di non poter prescindere dalla tradizionale base sociale della sinistra. Ma Renzi, a sinistra, ha serissimi problemi anche a breve. È detestato dalla sua minoranza nel Pd. Ma anche da un’”area Tsipras” che, come ha dimostrato il caso-Liguria, è già in grado di fargli perdere elezioni locali. Un’area ricca di personalità – Vendola, Cofferati, Civati, Fassina – ma priva di un leader unificante. L’unico, a leggere i sondaggi, sarebbe proprio Landini, personaggio di estrazione operaia e popolare. Ma Landini della politica non vuol saperne, vuole conquistare la guida della Cgil e Renzi vorrebbe aiutarlo. Anzitutto con una legge sulla rappresentanza, destinata a far votare tutti i lavoratori: in tutti i luoghi di lavoro ma anche nei congressi sindacali.

Il no dei confederali

Rompendo una prassi per la quale in alcune categorie della Cgil (edili, braccianti, commercio) spesso i voti sono più virtuali che reali. Il principio di una “testa-un voto” sarebbe destinato a spiazzare anche gli altri confederali e non sono certo casuali le reazioni della leader della Cisl Anna Maria Furlan («Per ristabilire un collegamento diretto con i lavoratori non occorre una legge sulla rappresentanza, questa è materia che appartiene alle parti sociali») e di quello della Uil Carmelo Barbagallo; «Le tessere sono il simbolo della libertà». Susanna Camusso? Finora se una normativa democratica sulla rappresentanza non esiste è stato anche per la resistenza passiva della Cgil. Ma opporsi esplicitamente non sarà semplice: il padre della legge sulla rappresentanza si chiama Bruno Trentin, uno degli ultimi leader carismatici della Cgil.

La Stampa – 2 agosto 2015 

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