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Sisma. La sfida di caseifici e ristoranti “Già ripartiti, non ci arrendiamo”. Dai salumifici alle aziende di tartufi, nei paesi del cratere gli imprenditori tornano a lavorare. “Chi chiude poi non riapre più”

Alfredo Ferretti non ha più gas nel caseificio, né il laboratorio in cui macellava i pregiati bovini bio, ma non si è fermato. Sui declivi di Illica distrutta dal sisma alleva i maiali bradi e pascola le mandrie con i tre dipendenti, mentre la moglie Mara scalda il caglio della ricotta sul fornello collegato a una bombola del gas: «Ci si arrangia».

L’economia della valle del Tronto arranca e sbuffa tra lutti e burocrazie, tra crepe e rigore (un po’ ottuso) delle leggi. Ma si è rimessa in marcia. Tutte le aziende più grandi sono aperte. Qualcuna non ha mai chiuso. Eppure, i tecnici pubblici non hanno ancora trovato il tempo di bussare alle loro porte aperte per l’agibilità.

Così resta mezza ferma Unimer Spa, che a Pescara del Tronto produce concimi: «Finché non ci danno il via libera operiamo solo all’aperto, ma ogni giorno di fermo impianti costa una fortuna », dice il direttore Alessandro Di Majo. Non ha chiuso un istante, invece, il salumificio Sano di Gianfranco Castelli, 30 dipendenti per prosciutto Igp e guanciale. Anzi, Castelli ha prestato uno chalet al comune di Accumoli per il centro operativo. «Abbiamo perso un dipendente, ma siamo venuti a lavorare già la mattina del sisma. Volevamo dare un segnale: non ci arrendiamo». E non si è arresa Alpe Srl, 28 persone per i surgelati in pastella ad Accumoli. Le attività nella zona rossa sono ferme, ma i comuni cercano soluzioni: «Una zona commerciale lungo la Salaria, con strutture delle associazioni di categoria», spiega il sindaco di Accumoli, Stefano Petrucci: «Se un negozio chiude sei mesi, non riapre».

Marco Celani lavora i tartufi estivi alla Filotei di Pescara del Tronto: i Filotei hanno avuto lutti, mezzo stabilimento è sventrato ma si va avanti: «Passando pensi a una piccola attività, ma nel mondo serviamo 16 ristoranti 3 stelle Michelin, e 150 con una o due stelle; abbiamo 30 dipendenti e un indotto di 250 persone». Ad Amatrice sono aperti due ristoranti e un terzo, al confine della zona rossa, implora i tecnici di verificare l’agibilità per ripartire. Il turismo è azzerato, ma c’è un’economia di crisi da ristorare. A Grisciano conta i secondi il ristorante “La vecchia ruota”: «Le tubature del gas sono danneggiate, ma ho ordinato una bombola industriale», dice Chiara. A Trisungo sono aperti farmacia e banca, due bar, minimarket, macelleria e carrozzeria.

È aperto anche l’agriturismo bio della Coop Grisciano, con 300 capi di razze pregiate, ma Mario De Santis trema: «Il tetto della stalla è crollato: come faremo, quando torneranno dai monti?». Macigni sul futuro anche per i Ferretti: laboratorio e punto vendita erano nel cinquecentesco Palazzo del Cardinale a Grisciano, semidistrutto: «Se non riprendiamo a macellare è la fine», sussurra Alfredo col groppo in gola.

Repubblica – 6 settembre 2016 

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