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Soldati malati di vaccino «13 dosi mese, così diventano vulnerabili»

COSA direbbe un medico a un ventenne che chiedesse un consiglio sul fatto che vogliono inoculargli tredici vaccini in un mese? «Direi che sta per suicidarsi ». La risposta, lapidaria, è del dottor Antonio Giordano, fondatore e presidente della Sbarro Health Research Organization di Philadelphia.

Uno scienziato di fama internazionale autore di importanti scoperte (tra cui il gene oncosoppressore RB//p130) nel campo della lotta ai tumori. Chissà come si sarebbe comportato, se l’avesse saputo, Francesco Finessi, morto a 22 anni, nel 2002 di un linfoma non Hodgkin con il sangue e le cellule staminali pieni di metalli pesanti. Lui che, se i medici militari si fossero accorti prima del tumore, avrebbe vissuto più a lungo. Chissà cosa avrebbe fatto, Francesco Rinaldelli che ha lasciato questo mondo quando aveva appena 26 anni, nel 2008. Anche nel suo caso, i medici hanno forti sospetti che un carico vaccinale troppo pesante o ravvicinato abbia indebolito il suo sistema immunitario aprendo le porte al tumore. Chissà cosa avrebbe detto David Gomiero, ridotto a una larva umana dopo la vaccinazione d’ordinanza, anche lui alle prese con le conseguenze di una gravissima neuropatia conseguenza del carico di metalli pesanti.

IL LEGAME CON I TUMORI

Parla, invece, Erasmo Savino, caporalmaggiore di 31 anni. In lui, il cancro è partito da un dito del piede. Probabilmente se l’è preso nei Balcani quando scavava buche nella terra impregnata di uranio impoverito per far passare tubature dell’acqua. Un idraulico ha spiegato ai senatori della Commissione d’inchiesta di Palazzo Madama. Un idraulico di guerra che, a un certo punto, si è trovato un callo sotto un piede. Da lì gli è entrato nel corpo un “melanoma

nodulare ulcerato”, una brutta bestia contro la quale, Savino combatte «come deve fare un soldato». Il professor Giulio Tarro, infettivologo di fama, l’ha visitato in modo molto approfondito, e, nella sua perizia, è arrivato alla seguente conclusione: «Si può affermare che ha ricevuto una concentrazione di vaccini in tempi brevi, le cui componenti metalliche hanno interagito con i trigliceridi ed hanno formato dei complessi che hanno fatto da pacemaker alla proliferazione della malattia…». Proprio sulla vicenda di Erasmo Savino, si concentra il dato che, da tempo, intriga la Commissione parlamentare d’Inchiesta sull’uranio impoverito e le cause di morte di troppi militari italiani. Secondo Tarro, secondo Giordano, secondo il professor Franco Nobile dell’Università di Siena, secondo Massimo Montinari, ufficiale medico della Polizia di Stato e secondo tanti altri in Italia all’estero, c’è un nesso preciso tra la somministrazione di vaccini e insorgenza di tumori e malattie autoimmuni. Qui, ovviamente, non si parla di vaccinazioni qualsiasi, ma di vaccinazioni troppo ravvicinate (anche tredici in un mese, quando superate le cinque in un mese, secondo gli esperti, si entra in terreno pericoloso: le difese immunitarie, infatti calano di oltre il 70 per cento), di vaccini con dentro troppi metalli pesanti (mercurio, alluminio, addirittura piombo), di anamnesi fatte superficialmente, di protocolli complessi probabilmente non rispettati. Sui metalli pesanti, va detto che la presenza di mercurio e alluminio è ammessa (in proporzioni non pericolose) dalle stesse case farmaceutiche, ma con esami più approfonditi, i ricercatori hanno trovato piombo, stronzio, zirconio, cromo,

antimonio e tanti altri elementi che proprio non dovrebbero esserci. Ma cosa dicono i numeri dei militari malati? E chi può avere interesse a nascondere dati e situazioni?

Erasmo, Francesco, Franceso e David sono solo quattro di 4.121 militari che hanno sviluppato un tumore mentre erano sotto le armi dal 1991 al 2012. Il dato, lo riconosce lo stesso generale Federico Marmo, capo della Sanità militare italiana, è incompleto: mancano, infatti, i nomi di chi si è ammalato dopo il congedo: «Questi dati — spiega, circondato da nove alti ufficiali, intorno a un tavolo pieno di pacchi di carte e dati — direbbero che il problema non sussiste perché corrispondono a meno dell’aspettativa di tumori nelle classi d’età corrispondenti. Ma anche noi sappiamo che c’è stata sottonotifica, che mancano i numeri relativi ai congedati e vogliamo vederci più chiaro. Non siamo mai stati insensibili al dolore delle famiglie. Andremo fino in fondo». Andare fino in fondo vorrebbe anche dire affrontare meglio la questione dei risarcimenti. La Sanità militare, lo dicono tutti, ha fatto certo passi da gigante dal punto di vista qualitativo e ha anche ammesso implicitamente i molti errori del passato. Ma quando si tratta di risarcire, tutti frenano e l’impresa per le famiglie si rivela titanica.

E dalla Commissione d’Inchiesta del Senato, presieduta da Rosario Giorgio Costa arriva un monito alle divise: «Con la fine della legislatura chiuderemo i battenti. È necessario che le Forze armate si facciano carico del problema. Abbiamo fatto da segreteria raccogliendo le lamentele, il dolore e la rabbia delle famiglie. Adesso devono decidersi a fare qualcosa». “Qualcosa”, vorrebbe dire, stabilire una volta per tutte cosa può essere successo. All’inizio (Commissione Mandelli) si parlò dell’uranio impoverito sui campi di guerra come unica causa dei tumori. Ma solo 778, tra i malati, erano stati all’estero e i conti non tornavano. Una buona spiegazione, adesso, la fornisce il dottor Giordano: «In Italia ci sono tanti luoghi inquinati come e peggio dei Balcani. Se tu ci mandi un ragazzo con le difese immunitarie abbassate a causa di vaccinazioni “sbagliate” o troppo ravvicinate, è facile che si prenda qualcosa». E Giordano aggiunge che, da questo punto di vista, le Forze Armate Usa hanno fatto meglio: «Hanno chiesto scusa alle famiglie, hanno dato risarcimenti, hanno rivisto i protocolli ». Cosa è successo, invece, in Italia?

Padri e madri vivono attaccati a un ricordo, a un dolore immenso, a un desiderio incrollabile di capire, sapere, darsi una spiegazione. Perché quando un ragazzo parte militare, potrai anche accettare che si faccia del male con un’arma, ma che si prenda un tumore e magari a causa di un vaccino no. Santa Passaniti (madre di Francesco Finessi), Andrea Rinaldelli (padre di Francesco), Silvana Miotto (madre di David Gomiero) combattono da anni con la tigna che solo l’abisso in cui sono precipitati può spiegare. Più forti dei muri di gomma che hanno incontrato sul loro cammino: «Ci siamo trovati a tirare pugni nel buio», dice Rinaldelli. Più forti anche delle minacce che hanno ricevuto. Sì, perché in questa storia ci sono anche delle minacce: troppe e riferite da troppi dei protagonisti per poter parlare di fantasie e mitomania. Santa Passaniti afferma (e lo ha ripetuto in tutte le sedi, compresa la Commissione d’inchiesta) di averne ricevute. A noi ha aggiunto che un pezzo grosso delle Forze armate, una volta, le fece capire che era meglio lasciar perdere: «Mi hanno fatto sapere che dalle sue parti c’è tanta nebbia e si rischiano brutti incidenti». «Quello — ricorda Santa — mi parlò con tono protettivo. E, forse, voleva davvero avvertirmi. Ma chi ha parlato con lui?». E di minacce riferiscono anche il dottor Montinari (ufficiale di Polizia), il professor Nobile e l’avvocato Giorgio Carta che, in questa storia rappresenta quasi tutte le famiglie. «Facile immaginare che dietro questa vicenda, ci siano interessi cospicui — dice l’avvocato Carta — A me, ad esempio, hanno messo della droga in ufficio. Ma vuole sapere una cosa? Non me ne importa niente. Non credo che con le minacce andranno da qualche parte».

Gli interessi in questa vicenda potrebbero essere tanti. Viene subito da pensare a chi produce i vaccini, anche quelli come il Neotyf (Berna), utilizzato a lungo dalle Forze armate e, adesso, messo fuori commercio perché «non era stato rinnovato il contratto di distribuzione». Ma, ai tempi, si parlò di qualcosa che non andava, di pesanti e troppo frequenti reazioni nei fisici dei soldati (e dei civili) che l’avevano ricevuto. La Novartis, da noi interpellata per telefono e con domande scritte ha scelto di non rispondere. Farmindustria, invece, dopo aver ribadito l’importanza dei vaccini (e ci mancherebbe) per l’umanità spiega di non avere notizie in merito a come vengono applicati: «Le aziende non sono nelle condizioni di offrire risposte in merito ai tempi e ai modi effettivi di somministrazione dei vaccini». Una volta venduti non sembrano più essere un affare che riguarda i produttori.

Un po’ lo stesso tipo di discorso che viene dal ministero della Salute. Anche qui si premette sempre l’importanza dei vaccini e, a questo proposito, sarà bene ribadire che nessuno tra i massimi esperti interpellati (da Giordano a Tarro) ce l’ha con i vaccini in sé. Tutti parlano di somministrazioni sbagliate, troppo ravvicinate, quantitativamente elevate e puntano il dito sugli eccipienti utilizzati e sui metalli pesanti che si trovano in alcuni farmaci. E, fino a poco tempo fa, c’era anche la questione dei vaccini multidose usati dalle Forze armate. Ogni boccettina contiene liquido sufficiente per una decina di inoculazioni: «E l’ultimo vaccinato — spiega il professor Tarro — rischia di prendersi una dose più alta di metalli pesanti che, come dice la parola stessa, pesano e, quindi, si depositano sul fondo». Al Ministero, dunque, dopo la premessa, la dottoressa Maria Grazia Pompa spiega che loro si limitano a stabilire le linee guida e che, poi, ciascun ente somministratore (Forze Armate comprese) segue i suoi protocolli. E sulla questione della multidose spiega: «Tutti sanno che i contenitori vanno agitati prima di ogni somministrazione». Ma a Corrado Corradini, nel 1996, un commilitone sbadato gli iniettò per errore un’intera boccetta da una decina di dosi. Sei mesi dopo, il ragazzo morì di cancro. E, sempre parlando di metalli pesanti, l’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) ammette, per bocca della dottoressa Fernanda Ferrazzin, che nei vaccini forniti alle Forze armate c’è una dose di mercurio maggiore (ma sempre sostenibile) rispetto agli altri. «Altro che maggiore — afferma il professor Tarro — per quello che ho potuto verificare io, sono dosi da cavallo ». In attesa di indagini più approfondite quali interventi si potrebbero attuare?

Come fanno in altri Paesi una soluzione sarebbe rendere facoltative le vaccinazioni “di massa” dei militari, o, limitarle ai casi in cui sono necessarie per il tipo di lavoro o il luogo cui si è destinati. Un auspicio sollevato dalla stessa Commissione d’inchiesta del Senato. Poco ascoltato, almeno a giudicare dal fatto che, ancora oggi, se un militare si rifiuta di vaccinarsi passa dei guai. Ne sa qualcosa il maresciallo dell’Aeronautica, Luigi Sanna, incriminato per disobbedienza (rischia un anno di carcere) per aver chiesto spiegazioni quando gli hanno fatto sapere che avrebbe dovuto sottoporsi a otto vaccinazioni in 28 giorni. Il suo unico difetto, probabilmente, era quello di avere abbastanza strumenti tecnici e culturali per farsi delle domande e pretendere qualche risposta. Gli altri, come Francesco, Erasmo e Davide, avevano poche scelte. Per loro, fare il militare era l’unico modo per avere un lavoro. E, quando ti trovi in quelle condizioni, dire di no è difficile. Anche se da qualche parte avevi letto o sentito che fare tredici vaccini in un mese era come suicidarsi.

Repubblica – 23 novembre 2012

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