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Spagna. Podemos contro la corrida: basta crudeltà sui tori. Dopo la Catalogna anche la capitale rischia lo stop. Toreri in rivolta a Madrid

Francesco Olivo. Il popolo taurino in coda durante la feria di San Isidro a Madrid non parlava d’altro: con Podemos al potere cosa ne sarà delle corride? Erano passati pochi giorni dal successo alle amministrative degli ex indignados e già si diffondeva il terrore fra i tradizionalisti: «Spero che la loro furia rivoluzionaria si arresti davanti alla Plaza de Toros», scherzava, ma non molto, Rafael Such, farmacista, in attesa di entrare sugli spalti.

E invece l’aria che tira non è buona per gli appassionati del controverso show, i nuovi movimenti giunti al potere di città dove contesse e operai si incontrano da sempre nelle arene, mischiano ostilità a indifferenza verso la tauromachia. Una riunione segreta è stata scoperta dal quotidiano «El Mundo» (grande sostenitore delle corride) e avrebbe visto partecipare toreri, picadores, allevatori e imprenditori del ramo, tutti molto agitati.

Il precedente a Barcellona

Chi detenga il potere legale per bloccare, eventualmente, gli spettacoli non è chiarissimo. Un esempio, però, c’è e spaventa l’ambiente: la Catalogna. A Barcellona e dintorni il Parlamento ha proibito le corride («quelle dove gli animali soffrono», quindi praticamente tutte). Decisione che ha spaccato la popolazione e ha fatto infuriare il governo di Madrid, che le ha tentate tutte per aggirare il divieto. Il ministro della Cultura Wert ha appena posto la tauromachia tra i patrimoni culturali da vincolare, sperando che serva per far tornare il pubblico nell’arena di plaça d’Espanya a Barcellona. Durante la campagna per le municipali della capitale catalana un giornale locale, «El Periodico», ha posto la stessa domanda a tutti i candidati: quale futuro vedete per la Plaza de toros? Nessuno ha risposto: «Il ritorno dei tori».

Podemos nel suo programma originario era andato dritto al punto: basta crudeltà sui tori. Ma le pressioni dei settori più ambientalisti hanno ceduto davanti alla ricerca di consenso in campagna elettorale. Il settore resta preoccupato, non tanto da una proibizione esplicita sul modello catalano, quanto da una forma più soft di sopprimere tori e toreri: bloccare i finanziamenti di comuni e regioni, vitali per la sopravvivenza. José Manuel Lopez, leader di Podemos nella Comunità di Madrid, in campagna elettorale è stato chiaro: «Nessuna chiusura, ma la corrida si deve autosostenere». Accanto a lui annuiva il leader Pablo Iglesias. Se a Madrid per ora non si va al di là di un certo fastidio per i «macabri rituali», in giro per la Spagna si segnalano azioni di aperta ostilità. A La Coruña, in Galizia, divenuta la roccaforte di Podemos, si parla apertamente di divieto, voci simili girano, non solo a livello informale, a Palma di Maiorca e alle Canarie. Unico segnale in controtendenza, San Sebastián, nei Paesi Baschi.

I tifosi della corrida sbandierano i dati: gli occupati nel settore sono in aumento (oltre le diecimila unità), l’impatto economico dichiarato è di due miliardi di euro l’anno, 30 milioni di Iva solo dai biglietti venduti. «Ci sono molti modi per uccidere i tori», dice malinconico l’ex corrispondente a Roma de «El Mundo» Ruben Amon, «farli morire di inedia è il peggiore».

La Stampa – 20 giugno 2015 

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