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Spending review, Padoan accelera. Sanità e spesa pubblica, torna l’arma dei tagli lineari. Salve solo le pensioni

Per far salire nel 2014 l’asticella dei tagli di spesa se non proprio ai 6-7 miliardi annunciati nelle scorse settimane ad almeno 5 miliardi occorre far leva su misure “invasive”. Con interventi decisi, ad esempio, anche su settori “sensibili” come la sanità, i trasferimenti agli organi costituzionali o gli acquisti di beni e servizi attualmente gestiti da ben 32mila stazioni appaltanti.

Al riparo dalla stretta soltanto le pensioni. Scelte politiche che per la loro delicatezza possono essere compiute soltanto da Palazzo Chigi, o comunque su suo preciso indirizzo, anche incalzando i singoli ministri. È con questo scenario sullo sfondo che il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha fatto il punto con Matteo Renzi nel corso di un lungo incontro sulla definizione del Def che sarà varato martedì e sulla copertura per il bonus Irpef da 80 euro mensili da far scattare con un decreto nella settimana successiva, come confermato in serata dal premier.

Mentre sul percorso del rientro del debito il tentativo di allungarne i tempi è rinviato alla prossima estate.

La copertura del taglio al cuneo dovrà arrivare quasi in toto dalla spending review. Anche per questo motivo Padoan, che in serata è stato ricevuto dal capo dello Stato, avrebbe esercitato un certo pressing sul premier per dare maggiore spinta al piano di tagli dal quale al momento i tecnici di via XX settembre, muovendosi sulla falsariga del dossier Cottarelli, sarebbero riusciti a ricavare dai 3,7 ai 4,2 miliardi a seconda delle opzioni da adottare. Lo stesso Renzi intervenendo a “Otto e mezzo” su La7 conferma che «il grosso delle coperture del taglio dell’Irpef verrà dalla spending review, che non è solo il taglio dei denari ma un cambio della pubblica amministrazione». E l’obiettivo resta quello già indicato: far arrivare nelle buste paga di chi oggi guadagna 1.500 euro un bonus di 80 euro mensili, i famosi “mille” euro in ragione d’anno.

La valutazione su possibili coperture alternative è ancora in corso. Ma i margini appaiono assai ristretti. Anche per quel che riguarda l’utilizzazione di almeno una quota della minor spesa per interessi da effetto spread (1-1,5 miliardi su 2,2-2,5 che dovrebbero essere quantificati dal Def per quest’anno). La necessità di ridurre la stima sulla crescita del Pil per l’anno in corso dall’1,1% ipotizzato dall’esecutivo Letta su indicazione dell’ex ministro Fabrizio Saccomanni, allo 0,8% che tiene conto anche degli effetti degli interventi espansivi annunciati da Renzi, annulla di fatto la possibilità di attingere dalla minor spesa per interessi sul debito una fetta consistente di risorse da utilizzare per la riduzione del cuneo fiscale.

La partita non è comunque del tutto chiusa. Lo è invece, almeno per il momento, quella sul deficit. Il Def dovrebbe confermare per quest’anno la stima al 2,6% del rapporto deficit-Pil. A sgombrare il campo dai dubbi è proprio il premier: «Il 3,1% non lo faremo. Punto. Noi non siamo nei guai, c’è un limite del 60% nel rapporto tra debito pubblico e pil che Germania e Francia non rispettano, noi sì e continueremo a farlo». Renzi comunque ribadisce che il governo lavora «per cambiare le regole del gioco. Ma finché queste regole ci sono le rispettiamo».

Nell’incontro tra Renzi e Padoan avrebbe fatto capolino anche la questione delle nomine (v. altro servizio a pagina 27). Al centro della riunione sarebbe comunque rimasta la questione del Def e delle coperture per il taglio dell’Irpef. Dei circa 4 miliardi di tagli alla spesa individuati a via XX Settembre per quest’anno 300 arriverebbero dalla sanità ai quali ne andrebbero aggiunti altrettanti per effetto della stretta sugli acquisti di beni e servizi (800 milioni i risparmi complessivi attesi nel 2014) che investirà anche le convenzioni degli ospedali: dai servizi di ristorazione e sicurezza a quelli di lavanderia. Ma su questo versante si sta valuntando l’ipotesi di incidere maggiormente facendo salire i risparmi quasi a 1 miliardo. Altri 500 milioni dovrebbero arrivare dalla stretta sui dirigenti pubblici, a cominciare da quella sugli stipendi. Un miliardo è ipotizzato dalla razionalizzazione degli incentivi per le aziende di autotrasporto (e delle imprese in genere). C’è poi tutta la partita della riorganizzazione interna della Pa, con la soppressione e la fusione di molti enti e strutture periferiche dello Stato. Una partita che potrebbe interessare anche gli organi costituzionali con un taglio netto dei trasferimenti.

Il Sole 24 Ore – 4 aprile 2014

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