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Sperimentazione animale, l’Europa non la ferma e riparte il dibattito La Commissione: è presto. Gli animalisti: ignorata l’opinione dei cittadini. I ricercatori: no, la scelta è giusta

«Stop Vivisection è una richiesta inaccettabile» dice la Commissione europea respingendo la raccolta firme della European Citizens Initiative. Sottoscritta da un milione e 170 mila cittadini — ben 700 mila dei quali italiani — e presentata nel marzo scorso, la petizione chiedeva l’abrogazione della direttiva approvata nel 2010 e la presentazione di una nuova proposta che abolisse la sperimentazione sugli animali.

Secondo la Commissione il provvedimento europeo difende gli animali e sostiene lo studio di metodi alternativi. «Una messa al bando completa della ricerca animale sarebbe prematura perché metterebbe fuorigioco la ricerca biomedica europea» ha detto il Vicepresidente della Commissione Jyrki Katainen. Il Parlamento italiano nel recepire la direttiva aveva votato emendamenti ancora più restrittivi.

La bocciatura di Bruxelles sulla delicata questione che, in particolare da noi, suscita dibattiti spesso molto accesi, ha provocato come era prevedibile reazioni contrastanti. «Ci hanno illuso e non si è tenuto conto dell’opinione dei cittadini — commenta Fabrizia Pratesi de Ferrariis coordinatrice del comitato scientifico Equivita e promotrice di Stop Vivisection —. Delle quaranta iniziative avviate solo tre sono state accettate. Tre anni di lavoro vanificato. Il modello animale non corrisponde all’uomo e quindi non aiuta ad affrontare le malattie».

«Non mi stupisce la risposta della Commissione — aggiunge l’onorevole Michela Vittoria Brambilla — perché è la stessa che ha approvato la sciagurata direttiva, preoccupata solo di sostenere le lobby dei grandi affari. L’Italia si è distinta in Europa riuscendo a interdire certe sperimentazioni e spingendo verso metodi alternativi».

Il mondo scientifico esprime, invece, soddisfazione per la risposta della Commissione, soprattutto in una fase nella quale le liti politiche avevano accentuato la confusione. «È una scelta equilibrata — nota Elisabetta Dejana, ricercatrice all’Istituto Firc di oncologia molecolare e docente nelle università di Milano e di Upsala —. Purtroppo non c’è abbastanza comunicazione per far capire che per alcune patologie, a partire dai tumori, non esistono metodi alternativi se si vuole arrivare a cure appropriate, anche se tutti li preferiremmo e li stiamo sviluppando».

«La decisione presa è l’unica condivisibile — sottolinea Giuliano Grignaschi, segretario generale di Research4Life, la piattaforma creata da Ieo, Ifom, Istituto Negri, Ospedale San Raffaele, Iit, e varie università per comunicare i valori della ricerca biomedica —. Ci auguriamo che il governo e il parlamento italiano rivedano ora la direttiva come è stata approvata adeguandola alle richieste europee».

La Commissione europea, intanto, ha annunciato che organizzerà per l’anno prossimo una conferenza per informare sulle attività in corso nella ricerca di alternative.

Giovanni Caprara – Il Corriere della Sera – 5 giugno 2015

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