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Squalo attirato riva per girare documentario uccide surfista

Scoppia la polemica: un regista americano aveva avuto l’autorizzazione a gettare in mare 5 tonnellate di pesce

Uno dei migliori surfisti di bodyboard del Sud Africa ha combattuto invano giovedì scorso quando è stato attaccato da uno squalo bianco di quattro metri. Di fronte a questa morte ora sorgono domande inquietanti: il feroce predatore sarebbe stato attirato sulla spiaggia isolata al largo della costa di Città del Capo da un regista di documentari. Questo avrebbe gettato in mare tonnellate di pesce, un’esca per delle riprese migliori.

LA TRAGEDIA – Ha azzannato due volte. Al terzo attacco il ventenne David Lilienfeld ha cercato di proteggersi con la sua tavola. Inutilmente. Il fratello Gustav, 18 anni, stava surfando con quattro amici a pochi metri di distanza quando ha sentito le grida d’aiuto. Impotenti hanno visto il giovane sparire sott’acqua. Lo squalo gli aveva amputato la gamba destra. Lilienfeld è morto ancor prima che il suo corpo fosse spinto verso la costa dalla baia di Gordon, a 50 chilometri da Città del Capo.

ACCUSE – L’attacco è avvenuto su una spiaggia isolata popolare tra i surfisti. Soprattutto da quelli che praticano il cosidetto bodyboard, cioè una tavola più corta e utilizzata per surfare stando sdraiati sulla pancia. Pochi giorni prima della tragedia, in Sudafrica si era acceso un vivace dibattito attorno all’«industria degli squali». Surfisti e residenti avevano infatti protestato con veemenza contro la concessione di una licenza data al documentarista Chris Fischer. Le autorità avevano permesso al filmmaker americano di utilizzare per un periodo di tre settimane cinque tonnellate di pesce per attirare gli squali, in realtà molti più dei 25 chilogrammi al giorno concessi di norma per queste riprese. I predoni dell’oceano sarebbero perciò stati richiamati dal lauto banchetto di carcasse di centinaia di animali buttate in mare. Secondo le statistiche, attacchi di squali nella Kogel Bay non si registravano da quasi vent’anni; nel giorno della disgrazia alcuni testimoni affermano di aver notato addirittura sei grossi predatori nuotare da quelle parti.

PERMESSI – Le riprese erano cominciate da pochi giorni. Giovedì scorso, qualche ora dopo l’incidente mortale, le autorità hanno deciso di ritirare immediatamente i permessi al team di Fischer. «È una tragedia terribile, sono scioccato da come sono andate le cose», ha detto al giornale Cape Times il direttore dell’Istituto di biodiversità e ricerca marina, Alan Boyd. Nel frattempo, tutti i progetti di ricerca nella zona sono stati bloccati. Per il momento non è ancora stato appurato se ci sia o meno un collegamento con le riprese del film. In ogni caso è stata aperta un’indagine.

«UOMINI SQUALO» – Una trentina di scienziati locali e 16 istituti di ricerca avevano sostenuto il progetto televisivo, nella speranza di capire ancora meglio come vivono i pescecani. Secondo diversi media americani sarebbe coinvolta l’emittente National Geopraphic che avrebbe girato i nuovi episodi della serie «Shark Men». Nelle ultime ore la popolare rete scientifica ha però negato qualsiasi collegamento con l’incidente o col documentario finito nella bufera: in un comunicato ha spiegato che il lavoro attuale di Fischer non è parte di alcun progetto con National Geographic Channel. «Non abbiamo rinnovato la serie e, al momento, non sono previste riprese o nuovi episodi». Intanto sui social network monta la protesta con centinaia di utenti che si scagliano contro il documentarista accusandolo della morte del giovane. Con un messaggio sul profilo di Facebook Chris Fischer risponde: «Siamo rammaricati per la terribile perdita della famiglia. In questo momento i nostri pensieri e le nostre preghiere vanno ai famigliari».

Corriere.it – Elmar Burchia 21 aprile 2012

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