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Stabilimento di origine: si avvicina la data in cui sarà tolto da etichette. Cosa si farà in caso di intossicazione da botulino?

etichetteprodTra meno di un mese l’indicazione dello stabilimento di origine potrebbe sparire dalle etichette dei prodotti alimentari. Il Fatto Alimentare ha sempre evidenziato l’importanza della norma italiana che prescrive l’indicazione sulle etichette alimentari della sede dello stabilimento di produzione e/o confezionamento. Si tratta di una regola antica – a suo tempo accettata dalla Commissione europea per facilitare la gestione di richiami dal mercato urgenti, relativi a prodotti nocivi all’organismo. Questa indicazione rischia di sparire. Non è servita la petizione on line promossa qualche mese fa dal sito Io Leggo l’Etichetta e nemmeno l’interpellanza urgente presentata alla Camera dei Deputati dal Movimento 5 Stelle per mantenerla in vigore. Il Fatto Alimentare ritiene importante insistere con questa richiesta per agevolare il lavoro dei sanitari quando si trovano ad affrontare una seria emergenza alimentare.

Un esempio verosimile riguarda un’eventuale intossicazione da botulino. Dopo la visita al pronto soccorso dallo sventurato consumatore e la rassegna dei cibi assunti, occorre immediatamente identificare il prodotto e contattare lo stabilimento di produzione per allertare i cittadini. A questo punti ci sono due possibilità: risalire subito allo stabilimento di origine indicato sull’etichetta, oppure rintracciare lo stabilimento interpellando l’azienda che ha apposto il marchio sulla confezione e che magari ha la sede all’estero. Se il problema accade di sabato o domenica sarà necessario aspettare ore e forse  giorni e il botulino potrebbe provocare altre vittime e forse dei morti. Non si tratta di un evento così improbabile e la Direzione generale per la sicurezza degli alimenti e della nutrizione del Ministero della salute sa di cosa stiamo parlando e sa che il rischio c’è ed è serio. In Italia l’allerta botulino è scattata tre volte negli ultimi 16 mesi!

Il secondo motivo per cui lo stabilimento di origine deve essere riportato sull’etichetta è quello di dare la possibilità ai consumatori di scegliere. Ciascuno ha il diritto di privilegiare i prodotti confezionati in Italia per favorire il mantenimento di posti di lavoro a livello locale e contribuire alla lotta contro le delocalizzazioni. Se anche in Italia prevarrà la “logica” delle multinazionali, potremo trovare sugli scaffali alimenti con una forte caratterizzazione italiana ma prodotti altrove.

Il deputato Giuseppe L’Abbate del Movimento 5 Stelle, ha saputo cogliere la questione sollevata da Il Fatto Alimentare e anche dal sito Io Leggo l’Etichetta che autonomamente ha raccolto 16.000 firme, con un’interrogazione rivolta al Governo e discussa pochi giorni fa (per ottenere notizie circa “gli intendimenti del Governo in ordine alla notifica alla Commissione europea, entro il termine del 14 dicembre 2014, della volontà di mantenere l’obbligo di indicare la sede dello stabilimento di produzione alimentare per i prodotti realizzati e commercializzati in Italia”).

Il Viceministro dello sviluppo economico, Claudio De Vincenti, rispondendo all’interrogazione, ha riconosciuto «che non vi sono preclusioni a prevedere l’indicazione obbligatoria della sede dello stabilimento nel rispetto delle condizioni che il regolamento impone agli Stati membri…». Ha ribadito che «il Ministero dello sviluppo economico sta comunque procedendo nel lavoro di riassetto delle disposizioni nazionali in materia di etichettatura degli alimenti, compatibili con il regolamento, usando gli strumenti disponibili a legislazione vigente». Tuttavia, secondo De Vincenti «in tale contesto non appare possibile adottare i provvedimenti richiesti». La risposta è del tutto insoddisfacente perché il Viceministro non ha detto il motivo per cui manca la legge. Il deputato ha concluso con un esempio molto efficace dicendo: «Vede, io sono pugliese e conosco i prodotti della mia regione, per questo le chiedo se lei i taralli li comprerebbe da un’azienda che li produce e li confeziona in qualsiasi parte del mondo o comprerebbe un prodotto fatto e confezionato in Puglia, dove, magari, si conoscono le caratteristiche di questo prodotto tipico?»

Il problema è urgente perché se il Governo italiano non provvederà subito a notificare questa norma alla Commissione europea, dal 14 dicembre 2014 (data di applicazione del regolamento UE n.1169/2011) l’indicazione sull’etichetta della sede dello stabilimento di produzione o confezionamento non ci sarà più. Da quanto ci risulta, il Ministero dello sviluppo economico non ha manifestato l’interesse al mantenimento della dicitura. Anzi pare che abbia manifestato la volontà di non mantenere la scritta attraverso una nota informativa diffusa alle associazioni delle varie categorie produttive lo scorso luglio e mai resa effettivamente pubblica.

Manca quasi un mese all’entrata in vigore del nuovo regolamento e per fare un decreto molto semplice servirebbe pochissimo tempo. Per questo rivolgiamo un appello al Governo affinché torni sui suoi passi e metta in atto tutte le misure per la tutela del nostro sistema-paese.

Dario Dongo – Il Fatto alimentare – 21 novembre 2014

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