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“Stamina, nessun malato migliora”. Le cartelle esaminate dagli esperti all’ospedale di Brescia rivelano anche un decesso sospetto

Paolo Russo. «Paziente pediatrico Cm2, affetto da Sma 1, 6 infusioni effettuate, nessuna variazione». Se le carte fino ad oggi riportate gettavano ombre inquietanti queste sembrano mettere la parola fine alla vicenda Stamina. Sono le famose 36 cartelle cliniche dei pazienti trattati con il «metodo Vannoni» agli Spedali Civili di Brescia.

Alle quali si aggiunge un inquietante scambio di mail tra la Stamina Foundation e il Professor Camillo Ricordi dell’Università di Miami, esperto di trapianti cellulari. Le prime dicono che nessun malato trattato con Stamina è migliorato. Anzi, c’è anche il decesso sospetto di un malato di atrofia multisistemica, patologia simile al Parkinson che solitamente non determina rischio di morte repentina. Le mail rivelano invece che la stessa Stamina non sarebbe certa della natura staminale delle «sue» cellule, che potrebbero invece essere insicure per i malati.

Partiamo dalle 36 cartelle cliniche delle quali siamo venuti in possesso. Quelle che per Davide Vannoni conterrebbero la prova della bontà del suo metodo e che una parte degli esperti del comitato scientifico ha visionato, trovandovi quel che abbiamo letto noi: l’assenza di qualsiasi oggettivo miglioramento delle condizioni dei pazienti.

Del resto la relazione degli stessi Spedali Civili del 4 dicembre scorso, assolutamente top-secret, parla chiaro: «preme sottolineare che non si ravvisano segni di miglioramento in nessuno dei pazienti, salvo quanto riferito dai genitori nel caso di due bambini e direttamente nel caso di un adulto». Dunque i tre miglioramenti su 36 casi sarebbero frutto solo di impressioni soggettive, non di riscontri clinici. E qual è il paziente «numero uno» che dichiara di stare meglio? E’ Luca Merlino, pezzo grosso della direzione sanitaria in Regione Lombardia, dal quale ha origine la vicenda, perché sarebbe stato proprio lui a promuovere l’adozione del metodo Vannoni a Brescia. Per completezza di cronaca occorre anche dire che la patologia della quale soffre Merlino non è di quelle che mettano a rischio la vita di una persona.

Nessun miglioramento riscontrabile, ma una assoluta trasandatezza nel compilare le cartelle cliniche è denunciata dalla stessa relazione degli Spedali Civili. «Le caselle “valutazione della terapia” – si legge – continuano a non essere compilate, non si evince se a causa della non riferita obbligatorietà di compilazione oppure se del fatto che i clinici non ravvisano ancora le condizioni per esprimere un giudizio sia pur momentaneo». Parole che non collimano con quanto a più riprese, davanti a telecamere e taccuini, hanno dichiarato Vannoni e le famiglie dei bambini in trattamento Stamina, sicuri di aver riscontrato miglioramenti sin dalle prime infusioni. Del resto non si capisce come farebbero i medici a esprimere giudizi clinici se, come riferisce sempre la relazione dell’ospedale bresciano, «per alcuni pazienti è stata riportata la data delle nuove infusioni ma non sono stati ancora riportati i risultati delle usuali visite pre-infusione». In pratica non si è valutato nemmeno come stava il paziente prima di iniziare il trattamento. E le cose non sono migliorate negli ultimi tempi, visto che, è scritto sempre nella relazione, «non viene riferito in questo ultimo mese l’utilizzo di indagini strumentali per una valutazione prima-dopo, se non in alcuni casi, i filmati dei genitori». Una verifica «formato video tape» che è quanto di più distante possa esistere dei metodi sperimentali in uso non solo nei Paesi avanzati. La relazione termina poi come era iniziata e sulla falsa riga di quelle che l’hanno preceduta: «purtroppo come già riferito non si evincono dai dati ricevuti miglioramenti oggettivamente obiettivabili». Seguono tabelle sulle patologie trattate: sei pazienti sono affetti da Parkinson, malattia quasi cronicizzata dalle terapie di quella scienza ufficiale divenuta «maligna» per un corto circuito mediatico-giudiziario che forse solo nel nostro Paese poteva verificarsi.

Vannoni incastrato da una mail: “Le cellule? Non le conosciamo”

La richiesta del pool a un ricercatore negli Usa: “Bisogna garantire la bontà del prodotto finale”

Un test oltreoceano, a Miami, per capire che diavolo di cellule si stanno iniettando ai pazienti in trattamento Stamina a Brescia e, soprattutto, la richiesta di aiuto «per garantire la qualità finale del prodotto», insomma per renderlo sicuro. Sì, perché per ammissione degli stessi biologi della Stamina Foundation quelle cellule non sarebbero né sterilizzate, né filtrate. In pratica pericolose. La seconda bomba destinata a far deflagrare il caso Stamina è nelle mail scambiate pochi giorni fa, il 16 dicembre scorso, tra la biologa del pool di Vannoni, Erica Molino e il professor Camillo Ricordi, una carriera da vero ricercatore negli States, esperto di trapianti cellulari. Scrive in inglese la Molino al prof: «Non abbiamo mai valutato l’espressione genica delle nostre cellule e non sappiamo se esprimano quei fattori che sono essenziali per mantenere il loro stato di cellule staminali». Come dire, non sappiamo cosa iniettiamo ai pazienti.

In pratica la stessa Stamina sembra confermare il rapporto choc del comitato scientifico che ha bocciato la sperimentazione, affermando tra l’altro che di cellule staminali in quelle infusioni ce ne sarebbero sì e no tracce. Conclusioni definite proprio ieri l’altro «ridicole» da Davide Vannoni, ma che evidentemente non fanno invece dormire sonni tranquilli ai suoi stessi biologi. Che a Miami dal professor Ricordi cercano anche aiuto. Quale? Lo svela la stessa mail. «Dato che il processo di espansione delle cellule di Stamina – scrive sempre la dottoressa Molino – non subisce sterilizzazioni o filtrazioni, bisogna cercare di garantire la bontà del prodotto finale». E un’altra missiva elettronica inviata a Miami, sempre a proposito della sicurezza del cocktail, rivela: «Dobbiamo documentare l’assenza di batteri classici e di contaminazione da micoplasma e verificare la presenza di endotossine direttamente sulle cellule preparate per l’infusione».

Batteri, endotossine, contaminazioni. Parole che la dicono lunga su cosa sia dal punto di vista della sicurezza quel che attualmente viene infuso a Brescia a bambine e adulti disperati.

E cosa risponde Ricordi? In diverse apparizioni televisive il prof, un po’ italiano, un po’ americano, aveva fatto strabuzzare gli occhi a più di un suo collega scienziato, dicendosi disponibile a valutare l’avvio di una sperimentazione del metodo Stamina all’Università di Miami. Ma ora nella mail di risposta frena e parla di semplici test di laboratorio. Non una sperimentazione dunque e niente che possa alla fine dire se i preparati di Stamina siano efficaci o meno. Ma almeno svelare i dubbi sulla loro eventuale tossicità si.

Resta un altro dilemma, che certamente non potrà essere il professor Ricordi a chiarire: come sia stato possibile avviare in un ospedale pubblico, a Brescia, un trattamento del quale nessuno ha potuto fino ad ora documentare non solo l’efficacia ma la sua sicurezza e non tossicità.

Ma queste sono domande alle quali spetterà probabilmente alla magistratura dare presto una risposta.

Il dossier dell’ispezione dei Nas. “Dosi sbagliate nelle infusioni”

Secondo i carabinieri previsioni rispettate solo in 7 casi su 56

Ricostruire la storia di chi si è sottoposto alle presunte cure del metodo Stamina per documentare l’evoluzione della malattia. Nelle situazioni più tragiche, indagare attraverso la testimonianza di amici e parenti il decorso delle patologie nei pazienti che, nel frattempo, sono deceduti.

Questi i nuovi controlli e le acquisizioni disposti dalla procura di Torino che mettono a fuoco un ulteriore aspetto dell’indagine condotta agli Spedali riuniti di Brescia, l’unica struttura pubblica che in maniera sistematica, dal 2011, ha applicato la misteriosa terapia del protocollo messo a punto dall’équipe di Vannoni.

Se fin qui il procuratore Raffaele Guarinello ha voluto accertare le vicende di chi dalla Stamina Foundation si è sentito truffato e per questo ne ha denunciato imbrogli e lati oscuri, oggi l’inchiesta si apre a coloro che, stravolti per le condizioni di un figlio, un fratello, un padre, hanno voluto credere nella «medicina rigenerativa», capace di curare quelle malattie che la scienza tradizionale non riesce a guarire, proposta dal laureato in lettere che si è fatto medico.

L’indagine è un ulteriore tassello che riguarda l’ospedale lombardo. Nel dicembre 2011 le investigazioni della procura inglobarono Brescia e l’inchiesta fu formalmente chiusa, ad agosto 2012, con l’ipotesi di reato di associazione per delinquere finalizzata alla somministrazione di farmaci imperfetti e pericolosi per la salute pubblica nonché alla truffa. Oltre al presidente della Stamina Foundation, Davide Vannoni, gli indagati sono trenta e per tutti è stato chiesto il rinvio a giudizio.

A rendere il quadro più chiaro alla procura sono stati i sopralluoghi nei laboratori di Stamina, all’interno degli Spedali Riuniti, da parte dei carabinieri del Nas, degli ispettori del ministero della Salute e di quelli dell’agenzia italiana del farmaco, l’Aifa. Il risultato è condensato in un rapporto di trecento pagine che di fatto non solo bolla il protocollo come «non scientifico», ma getta anche un luce di grossolanità e sciatteria sulle operazioni svolte dallo staff Stamina. Ciò che è descritto, in merito alle attività e alle procedure, non lascia spazio a dubbi: «Non vi è sempre corrispondenza tra il numero di cellule previste dal protocollo stesso e quelle effettivamente infuse», scrivono gli ispettori. «Su 56 infusioni effettuate, solo in 7 casi i dosaggi previsti corrispondevano a quelli realmente infusi». Oppure: «Nella documentazione relativa alla donazione non sono presenti i referti di alcuni esami previsti per il donatore». A non soddisfare gli ispettori anche il laboratorio, un ambiente che non corrisponderebbe ai requisiti voluti dall’istituto superiore di Sanità. Mancherebbero poi i risultati di test per malattie infettive come l’Aids, scatenata dal virus Hiv. Approssimazioni nell’etichettatura di provette e fiale: «Su 37 ispezionate risulta che 8 campioni non sono identificabili per cognome e per data».

Una situazione caotica, confusa, ambigua che non ferma i sostenitori di Stamina né Vannoni che si dice pronto a fornire tutte le informazioni alla sanità delle Regioni che volessero autorizzare la sperimentazione. Mentre alcune si dicono disponibili ad esaminare il protocollo, riviste scientifiche di caratura mondiale come Nature titolano così: «Il fiasco delle staminali deve essere fermato, l’emozione di chi ha figli malati è un’arma potente».

La Stampa – 21 dicembre 2013 

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