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Statali, il nuovo contratto mette a rischio i conti. L’allarme dell’Ufficio parlamentare di bilancio: mancano 1,2 miliardi, rischio manovra-bis

Il contratto del pubblico impiego rischia di far “ballare” i conti dello Stato di quest’anno. Per il milione di dipendenti degli enti locali e della sanità, la cui firma è in vista, dopo la sigla dei ministeri, delle agenzie fiscali e del parastato, mancano all’appello 1,2 miliardi. La stima viene dall’Upb, l’autorità indipendente sui conti pubblici, che ieri ha presentato il rapporto sulla finanza pubblica. « Potrebbero sorgere criticità — spiega lo studio — in relazione al reperimento delle risorse ». L’occhio dell’Upb si rivolge anche al prossimo anno e avverte che le risorse per l’intero settore del pubblico impiego si fermano al triennio 2016- 2018 e dal prossimo anno sarà necessario trovare finanziamenti per gli ulteriori rinnovi contrattuali.

Questo è solo uno dei punti deboli messi in luce dall’analisi dell’organismo guidato da Giuseppe Pisauro, perché la situazione complessiva dei conti pubblici viene definita densa di «rischi e criticità».

Le cinque aree a rischio che emergono dalla due diligence dell’Upb, oltre al contratto del pubblico impiego sono: manovra- bis, debito, tassi, evasione. L’analisi in sostanza ci dice che il quadro lasciato da Padoan regge già con una certa difficoltà e che, dunque, i margini per nuovi interventi sono vicini allo zero.

La prima questione è la manovra. Come è noto la valutazione definitiva sarà in primavera, ma l’esito è scontato: bisognerà correggere i conti pubblici per lo 0,2 del Pil. Va inoltre ricordato che Bruxelles ha individuato una «deviazione significativa » pari a 0,1-0,2 del Pil anche nei conti del 2017: il verdetto sarà emesso a consuntivo, il « rientro » potrà essere spalmato su due anni e dunque la correzione si valuterà sul 2019. Tuttavia la «deviazione » del 2017 depotenzia ogni resistenza dell’Italia alla ormai assai probabile manovra bis che ieri sera Padoan, con una nota di replica, ha tuttavia escluso.

La seconda criticità riguarda il debito. Per il 2017, dice l’Upb, lo stock di debito potrebbe risultare « più elevato » rispetto a quanto indicato nel Documento programmatico di bilancio ( Dpb) pari al 131,6 per cento del Pil. L’Eurostat sta valutando se contabilizzare o meno i 5,4 miliardi di garanzie concesse dallo Stato a Banca Intesa per l’operazione di acquisto delle banche venete.

La terza questione che produce incertezza riguarda i tassi. Oggi pesano sul nostro debito per una somma pari al 4 per cento del Pil ( siamo secondi solo al Portogallo). Il problema è che le stime del governo nel Dpb per i prossimi anni prevedono i tassi in riduzione e considerano una spesa del 3,5 per cento del Pil nel 2020. Ipotesi, dice l’Upb, soggetta a « significativi rischi » visto il graduale azzeramento del quantitative easing e le prospettive economiche mondiali.

La quarta questione riguarda la copertura della riduzione delle tasse. In parte è stata finanziata con misure di contrasto all’evasione che non potranno ripetersi ( come la rottamazione). Un tema ben presente alla Commissione che non giudica ex ante l’impatto di questo genere di coperture.

Come è evidente la situazione è già critica di per sé e l’almanacco delle promesse elettorali viene posto fuori gioco da un semplice esercizio di realismo.

La Repubblica – 14 febbraio 2018

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