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Statali, perso il 10% dello stipendio. Effetti del nuovo blocco dei rinnovi contrattuali. Anche sulle pensioni

1a1a1a1a_0a00agiornali-sole-24-ore_Fotolia_258È in arrivo il decreto di Economia e Funzione pubblica che prolunga al 2013-2014 il congelamento di contratti e stipendi nel pubblico impiego. Il nuovo provvedimento dovrebbe bloccare anche l’indennità di vacanza contrattuale, che unito al primo blocco triennale vissuto nel 2010-2012 costerà in termini di mancati aumenti quasi il 10% dello stipendio. Per un impiegato significa avere fino a 4mila euro in meno all’anno. E gli effetti si faranno sentire anche sulle pensioni, soprattutto per chi uscirà dal lavoro nei prossimi anni e si vedrà alleggerito l’assegno di una somma non troppo inferiore a quella persa nello stipendio (circa l’80%). L’iter destinato a chiudersi prima di aprile: in caso contrario ai dipendenti andrebbe corrisposta l’«indennità di vacanza». Quanto pesano categoria per categoria i mancati rinnovi. Nuovo blocco contratti pubblici. Cosmed: «Governo non ci provi»

Per gli statali un taglio a doppio effetto

di Gianni Trovati. Approvato il «codice di comportamento», che impedisce di ricevere regali troppo pregiati e di usare dotazioni di lavoro per fini privati, i dipendenti pubblici aspettano un provvedimento decisamente più pesante. Il bilancio dello Stato l’aveva messo in conto fin dal luglio del 2011, quando la prima manovra estiva dell’anno dello spread aveva “ipotizzato” un nuovo blocco di rinnovi contrattuali e stipendi individuali negli uffici pubblici anche per il 2013-14, da attivare per decreto dopo il primo congelamento triennale del 2010-2012. Ora però, archiviate le cautele elettorali, il regolamento preparato da Economia e Funzione pubblica è in arrivo, e a fare i calcoli sono i diretti interessati: una platea da quasi quattro milioni di persone, che ai dipendenti della Pubblica amministrazione unisce quelli delle società in house e degli enti strumentali (si veda anche l’articolo a fianco). Per avere un quadro completo, i calcoli dovranno considerare anche i riflessi previdenziali, particolarmente pesanti per chi andrà in pensione nei prossimi anni.

La cifra pagata da ogni dipendente pubblico sull’altare della crisi, come mostrano i conti in tasca alle varie categorie riprodotti nel grafico qui a fianco, è importante, tanto più che nel nuovo congelamento dovrebbe essere compresa anche l’indennità di vacanza contrattuale (e proprio questo fattore spinge il provvedimento all’approdo in Gazzetta Ufficiale entro il mese di aprile). Il sacrificio è ovviamente proporzionale allo stipendio che ogni profilo di dipendente pubblico aveva all’inizio del congelamento, ed è calcolato su un doppio indicatore: per la prima tornata contrattuale saltata, quella del 2010-2012, il taglio è misurato sulla base delle risorse che erano state messe a disposizione dei vecchi rinnovi, mentre per il nuovo congelamento biennale il punto di riferimento è l’Ipca, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo che esclude i prodotti energetici importati e offre il punto di riferimento di tutti i nuovi contratti biennali. Risultato: nei cinque anni “congelati” gli statali e i loro colleghi delle Pubbliche amministrazioni territoriali hanno rinunciato in termini di mancati aumenti a circa il 9,2% dello stipendio. Un dato che, soprattutto per il 2013-2014 visti i meccanismi di calcolo, tende a coincidere con la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione.

Tradotto in cifre, significa 2.575 euro all’anno a regime in meno per gli impiegati degli enti locali, che con il loro stipendio medio inferiore ai 28mila euro lordi annui sono sul gradino più basso della categoria. Per i loro colleghi di Palazzo Chigi, che di euro ne guadagnano in media quasi 43mila, la tagliola vale a regime poco meno di 4mila euro, e le cifre crescono ovviamente man mano che si sale la scala gerarchica delle amministrazioni. Per chi sta in cima, e ha stipendi superiori ai 90mila euro lordi annui, in realtà il conto avrebbe dovuto essere ben più salato, a causa del contributo di solidarietà che chiedeva il 5% della quota di stipendio superiore ai 90mila euro e il 10% di quella sopra i 150mila. Il meccanismo, però, è caduto sotto i colpi della Corte costituzionale, e quindi è uscito dal conto.

Il sacrificio è permanente, perché le norme escludono espressamente ogni possibilità di recupero di quanto perso alla ripresa dei rinnovi. Ma a rendere “eterna” la sforbiciata sono anche i suoi effetti sugli assegni previdenziali, in particolare per chi va in pensione in questi anni: chi si avvicina all’uscita oggi ha circa la metà della pensione calcolata con il sistema retributivo, e sconterà sull’assegno circa l’80% del costo complessivo del blocco. In altri termini, chi ha “perso” 7mila euro come mancati aumenti e andrà in pensione nel 2014-15 riceverà una pensione più leggera di circa 5.500 euro annui rispetto a quella che avrebbe ottenuto in tempi normali. L’effetto si diluirà poi nel tempo, ovviamente con il ritorno ai rinnovi contrattuali.

La prospettiva, insomma, non è leggera. Complice il quadro frastagliato uscito dalle urne, anche il fuoco di fila da parte dei sindacati è un dato quasi scontato, basato com’è sull’argomento non secondario che contesta l’opportunità da parte di un Governo uscente di adottare un provvedimento di questo peso, tra l’altro perfettamente in linea con la «politica del rigore» uscita malconcia dal voto di febbraio. Altrettanto scontato, però, sembra l’arrivo al traguardo del decreto, perché proprio dal nuovo blocco di contratti e stipendi dipende gran parte del miliardo di euro di risparmi messi a bilancio per il 2013-2015 dalla manovra estiva numero uno del luglio di due anni fa (Il Sole 24 Ore).

Riforma incompiuta. Ora si pensi all’efficienza

di Davide Colombo . Che cosa significa bloccare il rinnovo del contratto per cinque anni ai quasi tre milioni e mezzo di lavoratori del pubblico impiego? In termini monetari il congelamento scattato con il decreto 78 del 2010, una misura poi rafforzata con altri interventi che hanno messo un tappo che va oltre la contrattazione e sterilizza retribuzioni individuali, scatti e progressioni di carriera, produrrà 13 miliardi di risparmi. Nel 2015 una massa salariale che oggi viaggia attorno ai 165 miliardi di euro sarà scesa sotto la soglia del 10% del Pil. La stretta sulle buste paga degli statali non è il frutto italiano della grande depressione. Il contenimento dei salari pubblici è stato praticato un po’ in tutti i paesi dell’Eurozona. Nei casi più gravi, come la Grecia, oltre al blocco dei rinnovi si è arrivati anche ai tagli sulle retribuzioni di fatto. Mentre il datore di lavoro Stato tirava la cinghia, i salari del settore privato hanno invece registrato una quasi invarianza rispetto alla difficilissima congiuntura, ma sappiamo quanto la crisi abbia pesato (e stia ancora pesando) in termini di licenziamenti, disoccupazione, cassa integrazione o solidarietà. Il settore pubblico si troverà ridotto e invecchiato all’appuntamento della prossima tornata contrattuale, nel 2015. Perché oltre alla gelata sulle buste paga avrà scontato gli ulteriori effetti del blocco del turn over all’80%, i tagli delle dotazioni organiche previsti dalla spending review e chissà con quali altre gestioni in proroga dei precari avrà dovuto fare i conti dopo la conferma dei 25omila terministi prevista fino a luglio di quest’anno. A prestazioni e perimetri invariati le amministrazioni centrali e periferiche saranno chiamate a garantire uno sforzo di produttività senza precedenti. Ce la faranno? È lecito dubitarne. La sfida di una pubblica amministrazione più efficiente non passa solo per il temperamento del costo del lavoro. Sarebbe stato utile (e lo si può ancora fare) utili77are questa crisi per tentare l’applicazione di una riforma che qualche risultatolo avrebbe potuto raggiungere. Si potevano (e si possono ancora) ridurre da 16 a 4 i comparti di contrattazione. Si può tentare la sperimentazione concreta delle nuove responsabilità attribuite alla dirigenza. Si può dimostrare che anche a risorse costanti il merito può essere premiato. E si potrebbero, ancora, sperimentare forme innovative di mobilità, provando a tradurre in pratica proposte come quella fatta un paio di mesi fa su questo giornale da Sergio Gasparrini, presidente dell’Aran, il quale ha immaginato di dotare tutti i dipendenti di una sorta di “cartellino professionale” da spendere per chiedere il trasferimento da un’amministrazione all’altra una mobilità con molti meno vincoli degli attuali, capace di determinare,all’interno del vasto mondo dell’impiego pubblico,unasorta di “mercato del lavoro” che per-metta,mediante l’incontro tra domanda e offerta, di utilizzare al meglio le concrete capacità professionali, talvolta dissipate. Per fare tutte queste cose il prossimo governo e i sindacati dovrebbero sedersi a un tavolo prendendo davvero sul serio la sfida. Il problema è che nessuna forza politica, nella campagna elettorale appena conclusa, ha affrontato con il dovuto impegno questi temi. E oggi non abbiamo neppure la certezza di una maggioranza parlamentare e di un esecutivo, che sarà inevitabilmente debole e a termine,capaci solo di avvicinarsi a quel tavolo. Il rischio che anche questa crisi venga sprecata è dunque alto. E non cambiare nulla costerebbe molto. Perché dentro una Pa pur impoverita e ridimensionata resisteranno le più incredibili sperequazioni retributive (a equivalenza di funzioni) mentre le concrete possibilità di carriera dei migliori resterebbero ancora una volta frustrate. (Il Sole 24 Ore)

Blocco contratti pubblici fino al 2014. Cosmed: «Governo non ci provi»

Si ricomincia a parlare di un possibile decreto. “Un Governo ormai con i soli poteri di ordinaria amministrazione non può e non deve assumere provvedimenti di tale portata e gravità. Si tratterebbe di un vero e proprio colpo di mano sotto tutti i punti di vista”.

Secondo la Cosmed, “Sembra che il Governo abbia intenzione di emanare in tempi stretti un decreto che proroga il blocco dei contratti e delle retribuzione dei pubblici dipendenti che verrebbe esteso fino a tutto il 2014, nonostante sia già attuato dal 2009 e prorogato fino a tutto il 2013”.

“Evidentemente – spiega la nota – non è ancora placata la volontà di colpire i servizi pubblici e i suoi dipendenti. Un Governo ormai con i soli poteri di ordinaria amministrazione non può e non deve assumere provvedimenti di tale portata e gravità, specialmente dopo lo scarso consenso conseguito nelle recenti elezioni. In assenza anche della prevista concertazione con le Confederazioni generali, come peraltro prescritto dalla legge, prima di effettuare ulteriori tagli”.

“Si tratterebbe di un vero e proprio colpo di mano sotto tutti i punti di vista – conclude la Cosmed – che aggrava la evidente frattura tra cittadini lavoratori e politiche incapaci di uscire da una coazione a ripetere che sta spingendo il Paese, e la Pubblica Amministrazione, in una spirale recessiva”.

11 marzo 2013

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