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Usa in ginocchio per l’influenza. Ma è veramente così virulenta?

L’influenza è sempre pericolosa, e la pandemia del 2009 lo ha ricordato a tutti. Tuttavia, il boom epidemico che ha fatto tremare gli USA potrebbe non essere così diverso da altri nel passato, ma solo leggermente anticipato rispetto al solito.

20 bambini morti in poco più di tre mesi. Quasi cinque volte di più i casi di influenza rispetto allo scorso anno. 47 tra le nazioni che formano gli Stati Uniti d’America che dichiarano di essere entrate in fase epidemica. Tutte frasi che, se prese da sole, potrebbero far pensare che se sono scampati alla fine del mondo prevista dai Maya nel 2012, i cittadini statunitensi non sopravvivranno alla stagione influenzale 2013. Ma quanto c’è di vero nell’allarme che in questi giorni è stato rimpallato dai giornali cartacei e online di mezzo mondo? Lungi dallo sminuire la pericolosità dell’influenza, che ogni anno uccide nel mondo tra le 250 e le 500 mila persone soprattutto tra gli anziani e nelle categorie a rischio, i dati reali danno un quadro sicuramente grave della diffusione dell’influenza, ma non certo –  almeno per ora – veramente catastrofico.
 
Influenza killer sicuramente, dunque, ma al momento nulla dice che lo sia molto più del normale: il virus che provoca la malattia non è di sicuro da sottovalutare, ha una grande capacità di mutazione e per questo il vaccino per le categorie a rischio va cambiato ogni anno; il contagio può avvenire abbastanza semplicemente tra gli esseri umani, soprattutto nei luoghi in cui c’è alta densità di persone, come nelle scuole, nei posti di lavoro, sui mezzi di trasporto; e in più, il ceppo che sta contagiando i nordamericani – A H3N2 – è uno di quelli che non aveva grande diffusione da qualche anno, dunque non tutta la popolazione presenta già gli anticorpi necessari ad annientarlo. Tuttavia, per fortuna, nei soggetti sani in generale l’influenza ha un basso tasso di mortalità, che si alza solo nelle categorie a rischio come anziani, malati cronici o – seppure in misura minore – bambini piccoli.
 
L’ “allarme rosso” dato dai giornali, o quello che era stato percepito come tale, era partito da un articolo pubblicato sul New York Times  la settimana scorsa, secondo il quale i Centers for Disease Control and Prevention la stagione influenzale era “entrata in territorio epidemico” e che alcuni segnali indicavano che “il picco influenzale potesse essere vicino”. Gli stessi funzionari dell’ente statunitense però rassicuravano: “Sebbene anche il numero di morti abbia superato la soglia di quella che si definisce epidemia, non bisogna fare allarmismi, ma solo andare a vaccinarsi”.
In effetti, come spiega anche l’Oms nella pagina del sito dedicata all’influenza, le epidemie di questo male stagionale “hanno luogo ogni anno nelle regioni temperate, durante l’autunno e l’inverno”; e in particolare, le curve del numero di decessi legati all’influenza rimangono in queste regioni basse in estate e si alzano oltre il livello epidemico tipicamente per una o due settimane nella stagione influenzale.
 
Tuttavia, tra i dati diffusi dai CDC ce ne sono alcuni che fanno sicuramente impressione: già alla prima settimana di gennaio 20 decessi pediatrici legati all’influenza dall’inizio della stagione epidemica non sono pochi. Eppure, se il picco – come dicono gli esperti statunitensi – è veramente vicino se non addirittura superato, questi sarebbero ancora nella media di una stagione influenzale di virulenza tra media e severa (che conta di solito non meno di un migliaio di decessi in tutti gli USA).
Il numero di contagi, dunque, potrebbe non essere così tanto più alto del solito, ma solo essere arrivato prima, tanto che il Washington Post titolava già alla fine della settimana scorsa che alcune regioni sono già in via di normalizzazione: in particolare si tratterebbe delle regioni del Sud e del Sud-Est, mentre quelle del Nord e a Ovest potrebbero subire questi livelli di diffusione del virus ancora per qualche settimana.
 
Tra quelle in cui il pericolo potrebbe non essere passato figura anche lo stato di New York. Per questo, il governatore Andrew M. Cuomo ha dichiarato lo stato di allerta già nel week-end, in attesa che passi la “tempesta” influenzale. E anche nella speranza che questo male stagionale non faccia troppi danni, soprattutto visto che in questo autunno/inverno i casi registrati di influenza nello stato sono stati 19 mila, mentre quelli dell’intera stagione 2011/2012 sono stati appena 4400 (c’è da dire, però, che l’anno scorso è stato un’eccezione in positivo rispetto al numero di contagi, con una diffusione dell’influenza molto più bassa del normale, forse addirittura la più bassa nell’ultimo decennio).
“È un anno peggiore dello scorso, abbiamo tanti casi di influenza A, principalmente di tipo H3N2 che tende ad essere leggermente più grave delle altre”, ha spiegato Thomas A. Farley, commissario alla salute nella città di New York. Ma per ora, l’unica raccomandazione da fare alla cittadinanza è quella di ricorrere all’immunizzazione: “Non è troppo tardi per vaccinarsi e questo è quel che vogliamo dire alla popolazione”, ha commentato Farley. Niente panico, dunque.
Proprio per la diffusione del ceppo H3N2, gli esperti dicono che questo anno epidemico somiglia a quello del 2003-2004, dominato da questo tipo di virus e che è stato più letale del solito – almeno negli Stati Uniti. Tuttavia, precisano gli scienziati oggi i vaccini sono più diffusi e i dottori più pronti a prescrivere i farmaci che mitigano i sintomi più gravi.
 
Si può stare tranquilli, allora? No. Perché la stagione influenzale non è ancora finita e i conti si fanno solo alla fine. Perché l’influenza non va sottovalutata. E anche perché si tratta in ogni caso di una delle peggiori degli ultimi dieci anni.
Dunque fa bene Cuomo a mettere in allerta sia i cittadini che le strutture sanitarie, con la consapevolezza, però, che i dati dell’epidemia del 2009 sono ancora ben lontani.
In ogni caso, per i più apprensivi, la situazione italiana è ben lungi anche solo da quella statunitense attuale: gli andamenti sono assolutamente in linea con quelli previsti e simili a quelli dello scorso anno, i malati dall’inizio della sorveglianza per quest’anno sono stati poco meno di un milione e il picco è previsto per fine mese.
 
Quotidiano sanità – 17 gennaio 2013

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