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Statuto speciale, silenzio a Roma. Il Pd: «Da Zaia idee irrealizzabili». Il governatore davanti alle Regioni parla solo di «autonomia differenziata»

Fracasso e Bonfante: «Si è ridimensionato, con gli slogan rischiava i fischi». Un po’ di delusione, inutile nasconderlo, c’è. Complici le ambiziose aspettative della vigilia (ecco come titolava giovedì una nota ufficiale diramata da Palazzo Ferro Fini: «Autonomia: delegazione consiglio veneto lunedì a Roma per Regione a statuto speciale»), ci si attendeva che quella di ieri fosse la «giornata definitiva», l’appuntamento del Veneto con la Storia, il redde rationem con gli «acerrimi amici» del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia.

E invece, di ritorno dalla Conferenza delle Regioni riunita a Montecitorio per dire la sua sulla riforma del Titolo V ed il Senato delle autonomie, la delegazione partita da Venezia non solo non può vantare alcun risultato concreto sul piano della specialità (il che era prevedibile), ma non può neppure dire d’essersi levata la soddisfazione di uno sfogo, di averle cantate a chi di dovere. Di statuto speciale, infatti, non se n’è minimamente parlato. Salvo che per prendersela con quello degli altri.

Mentre gli esponenti del Friuli Venezia Giulia, della Valle d’Aosta e della Sicilia si spalleggiavano gli uni con gli altri nella strenua difesa dei loro privilegi (il presidente dell’assemblea siciliana Giovanni Ardizzone con un certo slancio ha proposto che lo statuto della sua isola, «un vero modello», venga esteso a tutte le Regioni italiane perché «solo così si potrà parlare di vero federalismo»), il governatore del Veneto Luca Zaia ha preferito concentrarsi sull’autonomia differenziata, soluzione assai più soft rispetto all’indipendenza o alla specialità di cui si fa un gran parlare nel nostro consiglio regionale, tra proposte di referendum, proclami venetisti ed appelli per la liberazione dei neo secessionisti. «Nel disegno di legge del governo non si fa cenno all’autonomia differenziata che darebbe più competenze a chi è più capace – è stato l’esordio del governatore -. Il ruolo delle Regioni andrebbe chiarito». Zaia dice di non avere pregiudizi negativi sul testo ma «accanto a cose positive ce ne sono altre che mi inquietano: non ne viene fuori un disegno federalista per il Paese. La riforma del Senato delle autonomie, ad esempio, è virtuosa e ci dà visibilità ma non so quanta operatività realmente ci lasci». Per altro verso, sebbene Zaia si dica certo della nascita delle macroregioni («E’ inevitabile»), il progetto di riforma gli sembra «assolutamente neo centralista, ha la volontà di togliere potere alle Regioni, in buona sostanza le vuole far sparire».

Si stupisce con ironia il vice presidente del consiglio Franco Bonfante, membro della delegazione in quota Pd: «Chi l’avrebbe detto, alla fine sono stato più venetista io di Zaia. Il suo intervento è un po’ “trattenuto”, direi quasi disinteressato, forse nella consapevolezza che a fare gli indipendentisti davanti ai colleghi delle altre Regioni si rischia di pigliare i fischi. E’ quindi toccato a me porre la questione veneta come vero e proprio problema nazionale a cui è necessario dar risposta quanto prima». Con lo statuto speciale? «Con un’autonomia fortemente differenziata, attraverso l’attribuzione di competenze e funzioni in gran parte delle materie che oggi sono esclusivamente dello Stato. Siamo invece assolutamente contrari ad ogni iniziativa filo-indipendentista, costituzionalmente illegittima e fonte di sprechi». Come ribadisce il vice capogruppo Pd, Stefano Fracasso: «Avevamo tentato di trovare la convergenza in aula su una proposta autonomista che stia in piedi. La maggioranza ha preferito votare due righe di slogan sullo statuto speciale ed il risultato è quello visto a Roma. Quando si sale una montagna, se si prendono scorciatoie si arriva col fiato corto». I parlamentari del Pd metteranno ora a punto una proposta che mira all’introduzione dei costi standard, facendo leva sull’articolo 116 della Costituzione (l’autonomia differenziata), prima che questo venga sostituito dal 117, che prevede un iter simile. Rincara la dose Pietrangelo Pettenò della Sinistra: «Queste sono le vittorie che si ottengono facendo gli indipendentisti col tanko e lanciando proposte parolaie: zero. E’ giusto porre il problema dell’autonomia, ma in modo serio, non per finta». Gennaro Marotta, membro della delegazione per l’Idv: «Zaia ha fatto un bel ragionamento ma è stato molto soft, pure troppo. Poteva essere un po’ più “pesante” e spendere qualche parola in più per l’autonomia e lo statuto speciale. Qui, a forza di andarci con i piedi di piombo, rischiamo di non cavare un ragno dal buco».

Meno severo il giudizio del decano del consiglio e presidente della commissione Statuto, Carlo Alberto Tesserin (Ncd): «A Roma, purtroppo, funziona così. Meglio evitare eccessi o posizioni troppo radicali, si rischia l’isolamento e di non portare a casa nulla. Meglio mediare, cercare convergenze, trattare. Si ottengono molti più successi». Ben diversi i toni di Tesserin contro le Regioni a statuto speciale: «Siamo in una stagione di vacche magre e non siamo più disponibili a regalare il nostro residuo fiscale e a competere con territori che vantano privilegi insopportabili, una vera e propria concorrenza sleale». Chiude Zaia, replicando a critiche e perplessità: «La mia battaglia per il Veneto non si ferma e non si affievolisce ma non era la Conferenza delle Regioni, dove peraltro era già stato redatto un documento “unitario”, la sede più opportuna per combatterla».

Marco Bonet – Corriere del Veneto – 15 aprile 2014 

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