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Ocse. Stipendi al palo. Perché gli italiani sono pagati poco

Siamo maglia nera nella classifica Ocse ma i top manager hanno redditi stellari. II tam tam si sta facendo assordante. Ha cominciato I’Istat, poi come una mazzata è arrivata l’Ocse.

I dati sui guadagni dei top manager hanno concluso l’opera. Il verdetto: gli stipendi degli italiani sono troppo bassi. Intanto l’inflazione avanza e blocca i consumi. Ma qualcuno si salva.

Paghe orarie A fine aprile I’Istat ha rivelato che le retribuzioni orarie di marzo 2012 hanno registrato una variazione nulla rispetto a febbraio e sono cresciute solo dell’1,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, l’aumento più contenuto dal 1983 a oggi. La notizia si colora a tinte fosche se confrontata con un’inflazione al 3,3% (4,7% per i beni ad alta frequenza). La perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni è quindi del 2,1%, il dato più elevato dal 1995, quando toccò il 2,4%.

Netti e lordi In un micidiale uno-due, l’Ocse ha rincarato la dose. Comunicando lo scivolamento dell’Italia al 23esimo posto su 34 Paesi per stipendi netti, l’organizzazione parigina, nel suo rapporto Taxing wages, rivela che in media un single italiano senza figli nel 2011 ha incassato poco più di 25mila dollari (poco più di 19mila euro), 1.500 euro sotto la media Ocse (appena sopra i 27mila dollari). Ci battono tra i principali competitor Spagna (27.700 dollari), Francia (29.800), Germania (33mila) e Regno Unito (39mila). Altrettanto istruttiva è l’altra classifica relativa all’ammontare di tasse e contributi. Il cuneo fiscale posiziona l’Italia al sesto posto tra i paesi più sviluppati, con una quota di tasse e contributi salita al 47,6% nel 2011 rispetto al 47,2% del 2010. E’ vero che peggio di noi stanno Belgio (55,5%), Germania (49,8), Francia e Ungheria (49,4) e Austria (48,4), ma va ricordato che la media Ocse è del 35,3%. La stessa Ocse, inoltre, qualche settimana prima aveva segnalato che in Italia crescono inesorabilmente le diseguaglianze salariali: l’Italia è al di sopra della media Ocse; il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era tre anni fa di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro), con un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni 80.

Top manager Questi dati diventano ancora più stridenti se paragonati ai guadagni dei manager delle principali aziende italiane. Qui i differenziali arrivano con grande facilità a 350-400 volte rispetto alle paghe più basse. I venti uomini d’oro delle prime aziende quotate hanno portato a casa lo scorso anno 150 milioni di euro: dai 22,7 milioni di euro del primo dei paperoni in classifica, Marco Tronchetti Provera (Pirelli), ai 3,3 milioni di Vittorio Colao (Vodafone). A Piazza Affari più di 50 manager hanno incassato nel 2011 oltre 2 milioni di stipendio. Tra di loro illustri esodati con buonuscite imbarazzanti come Cesare Geronzi (17,8 milioni dalle Generali) e Pierfrancesco Guarguaglini (11,3 milioni da Finmeccanica). Per non parlare dei manager pubblici, i cui tagli ai maxistipendi sono una telenovela: dal tetto dei 300 mila euro si sono, almeno per ora, salvati i manager di autorità, enti previdenziali, enti locali ed enti pubblici non economici. Uno scandalo su cui si chiede rettifica, che conferma un’ennesima iniquità.

La Stampa – 14 maggio 2012

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