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Stipendi, ancora divari alti. Le retribuzioni aumentano dello 0,5% ma si allarga il gap tra profili, territori e generazioni. Italia nona nell’eurozona

Stipendi in crescita dello 0,5% nei primi sei mesi del 2015. Un piccolo passo in avanti determinato soprattutto dalle performance di incremento delle retribuzioni di impiegati (+0,7%) e operai (+0,8%) che costituiscono in pratica il 95% della platea del lavoro dipendente, mentre si assiste a un lieve calo in busta paga per dirigenti (-1,1%) e quadri (-0,3%). Un manager continua comunque a guadagnare il triplo rispetto a un impiegato e il quadruplo rispetto a un operaio.

Istantanee che emergono dal “Jp Salary Outlook 2015” stilato dall’Osservatorio JobPricing sulla retribuzione annua lorda (Ral) dei lavoratori italiani, uno studio acquistabile online che analizza un database di 140mila profili di aziende private, strutturato su un panel di lavoratori assunti con forme di lavoro dipendente, a tempo determinato, indeterminato o con contratto di lavoro interinale. Nel primo semestre di quest’anno la Ral media qui da noi è stata di 28.653 euro, dato in linea con quanto rilevato dall’Ocse nel 2014, che ci collocava al nono posto tra i 15 Paesi dell’Eurozona. Tuttavia, il cuneo fiscale dello Stivale fa sì che gli stipendi dei lavoratori dipendenti, quando considerati al netto della tassazione, scivolino agli ultimi posti della classifica. Nel periodo in questione le Ral medie rilevate a livello nazionale sono state di 105.390 euro per i dirigenti, 53.245 euro per i quadri, 30.689 euro per gli impiegati e 23.753 euro per gli operai, così che si può dire che in generale un dirigente guadagni quattro volte un operaio, tre volte un impiegato e il doppio di un quadro, ma un amministratore delegato guadagni in media 11 volte in più di un operaio (13,5 volte in più se si considera anche la quota variabile della retribuzione). Più in generale, il 75% dei lavoratori dipendenti percepisce una Ral tra i 18mila e i 31mila euro e solo il 5,7% guadagna una cifra superiore a 40mila, mentre scendiamo allo 0,7% per le paghe superiori ai 100mila euro.

Paghe in crescita (contenuta). Nei sei mesi presi in considerazione il dato medio della Ral è caratterizzato dal segno più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un aumento contenuto (+0,5%) e comunque non omogeneamente distribuito tra i vari livelli di inquadramento: mentre le retribuzioni annue lorde di impiegati e operai aumentano (rispettivamente dell’0,7% e 0,8%), assistiamo a una flessione negativa degli stipendi manageriali, in particolare per i dirigenti (-1,1%, rispetto ad un più contenuto -0,3% dei quadri). Il periodo di deflazione che l’Italia sta attraversando (-0,1% nel primo semestre 2015 rispetto al 2014, secondo quanto rilevato dall’Istat) si concretizza pertanto in una crescita del potere d’acquisto per la quasi totalità dei lavoratori dipendenti italiani.

Il divario Nord-Sud. Se è vero le retribuzioni mediamente crescono, resta comunque sul tavolo il vecchio tema della “questione meridionale”. Le differenze retributive territoriali appaiono infatti confermate rispetto al quadro del 2014, con i lavoratori occupati nel Nord che guadagnano di più rispetto a quelli del Centro Italia e a quelli di Sud e Isole. Il gap aumenta nel primo semestre 2015, con un ulteriore +0,9% al Nord e solo +0,3% e +0,2% al Centro e al Sud e nelle Isole.

Quanto ai macro-settori che “performano” meglio nei sei mesi presi in considerazione, davanti a tutti troviamo agricoltura e terziario, mentre industria manifatturiera ed edilizia registrano un leggerissimo calo (-0,1%). Sotto l’aspetto retributivo, ai primi posti della classifica dei settori che pagano meglio troviamo banche e assicurazioni, farmaceutico e area telecomunicazioni, consulenza It e software. I comparti che invece si collocano sotto la media nazionale e ai piedi del ranking sono allora quelli con una maggior componente operaia e stagionale. Vedi alle voci agricoltura, turismo e servizi alla persona.

Il gap generazionale. Ultimo dato interessante: la Ral media dei lavoratori all’ingresso della carriera lavorativa (fino ai 24 anni) è pari a 22.560 euro, quella dei lavoratori alla fine del percorso professionale (oltre i 65) cresce a 35.623 euro. «Il mercato – chiosa lo studio – è caratterizzato da aziende che tendono ad assumere con contratti atipici (stage, contratti a progetto, contratti di collaborazione) che, non solo non garantiscono livelli retributivi tali da sostenere il costo della vita in Italia, ma non danno nemmeno garanzia di stabilità». La prima difficoltà per i giovani, conclude il report, «sta dunque nel riuscire a convincere l’azienda a confermare il contratto».

Francesco Prisco – Il Sole 24 Ore – 13 ottobre 2015

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