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“Stop alla pesca intensiva e al boom di CO2: non è troppo tardi per salvare gli oceani”. Al Festival della Terra di Venezia la radiografia sullo stato dei mari

Nicola Quadri. l’Ue ha firmato con altre 24 nazioni extraeuropee un accordo per la creazione della più grande riserva marina del Pianeta: un milione e mezzo di km quadrati di oceano antartico, che saranno risparmiati dalla pesca e dalle trivellazioni petrolifere. La notizia arriva poco dopo la decisione dell’amministrazione Obama di estendere un’altra mega-riserva marina, alle Hawaii.

Ma, mentre molti attivisti e scienziati festeggiano, c’è chi sottolinea i limiti di queste iniziative: ha osservato su «Science» Ray Hilborn, esperto di ecosistemi della University of Washington, che l’acronimo per «Area Marina Protetta» potrebbe significare anche «Muovere i Problemi Altrove».

La questione dei parchi marini è solo un esempio dei tentativi, ancora insufficienti, che la politica sta mettendo in atto per affrontare un’emergenza globale, quella degli oceani. A spiegarlo è Kenneth R. Weiss, che segue i problemi dei mari per «Science» e il «National Geographic» e che ha vinto, nel 2007, il premio Pulitzer proprio con un’inchiesta sulle alterazioni degli oceani provocate da noi umani: la scorsa settimana ospite al Festival della Terra, organizzato a Venezia dall’Università Cà Foscari, ha spiegato cosa significa l’Sos lanciato sulla dimensione liquida della Terra.

Mr. Weiss, perché ritiene che le riserve siano un palliativo?

«Credo siano una delle cose più semplici e utili che possiamo fare nel breve periodo, anche se non rappresentano la soluzione al problema della pesca intensiva. Gli oceani non hanno confini: acqua e pesci si muovono liberamente, come i fertilizzanti responsabili del crollo dell’ossigeno nelle acque o i milioni di tonnellate di plastica che finiscono in mare ogni anno. Stabilire un limite ai pescherecci, tuttavia, permetterà di far crescere i pesci più giovani, quelli che vengono decimati prima di raggiungere l’età dello sviluppo».

Ma che cosa bisogna fare nel lungo periodo?

«Bisogna regolamentare la pesca, esattamente come si deve controllare meglio cosa finisce negli oceani di ciò che produciamo, oltre che ridurre le emissioni di anidride carbonica. Il gas è responsabile, oltre che dell’effetto serra, dell’acidificazione degli oceani, che con la pesca intensiva è una delle minacce principali alla biodiversità marina. Ma ognuna di queste scelte costa ed è difficile da compiere. Gli interessi sono enormi e le decisioni vanno prese a livello internazionale o saranno poco efficaci, il che, come dimostrano gli accordi sul clima, è più facile a dirsi che a farsi. Nel lungo periodo, però, temo che sarà maggiore il costo dell’inazione».

Ci sono scienziati – George Church a Harvard, per esempio – che propongono soluzioni ingegneristiche, come la creazione di batteri modificati capaci di metabolizzare la plastica. Pensa che l’idea funzionerà?

«La geoingegneria è chiamata – e senza ironia – “mad science”, scienza pazza. Chi si occupa di ecologia, e ha una visione d’insieme dei meccanismi in gioco in un sistema complesso come l’oceano, ha le idee chiare: sappiamo troppo poco per permetterci di intervenire in modo così drastico. Una decina di anni fa si sperimentò l’iniezione di particelle di ferro vicino alla superficie dei mari, con l’obiettivo di stimolare la produzione di plancton che assorbisse l’anidride carbonica. Il risultato? La crescita di alghe tossiche».

Resta il rischio di non fare nulla, soprattutto dopo l’elezione di Donald Trump a presidente Usa: lui, sull’ambiente, ha già fatto capire come la pensa.

«Sapevo che saremmo arrivati a Trump: per l’ambiente non è stata una buona notizia, ma è presto per parlare. Ogni giorno arrivano informazioni contraddittorie sul team di governo: sarà questo l’ago della bilancia, dato che Trump non ha nessuna idea sulla maggior parte di questi temi. Detto ciò, sarà compito dell’opinione pubblica mantenere alta l’attenzione».

Vede segni positivi?

«Il limite è la difficoltà di vedere il problema. Se non ce ne rendiamo conto, sarà difficile agire. Daniel Pauly, responsabile del “Sea Around Us Project”, ha introdotto un concetto interessante: ritiene che la nostra capacità di adattarci trasforma il nuovo in normalità molto in fretta. Il risultato è un’amnesia collettiva. Ma ora le tecnologie digitali ci permettono di conservare maggiore memoria del mondo: così, forse, ci aiuteranno a prendere coscienza di come le cose cambiano e di come potrebbero tornare a essere, se facessimo scelte diverse».

La Stampa – 23 novembre 2016 

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