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Stop all’aranciata senza arance. Un emendamento alza dal 12 al 20% il contenuto minimo di succo. Con il rischio d’infrazione Ue

Luigi Grassia. «Ma chi l’ha fatto ’sto caffè? È una ciofeca!». Così dice Totò di un beverone poco invitante e paragonabile ai surrogati del tempo di guerra. Disgraziatamente sulle nostre tavole finiscono, a volte, cose da bere e da mangiare che non sono proprio come le vorremmo: cioccolato con dentro poco cacao, vino addizionato di zucchero o passato sui trucioli, mozzarelle fatte con la polvere. E capita che non si tratti di imbrogli ma di cose a norma di legge.

Per esempio: vi sembra giusto che nelle aranciate ci sia solo il 12% di succo originale? Eppure è stato così a norma di legge, fino a ora. Ma se vi pare che quel 12% di arancia nella aranciate fosse troppo poco, sarete contenti che un emendamento alla Camera abbia appena proposto di alzare al 20% la quota minima, per migliorare la qualità nutrizionale e sostenere la produzione di frutta «made in Italy». A dir la verità è da anni che l’Italia prova a far passare questa norma ma l’Europa ci ha sempre stoppato, minacciando persino una procedura d’infrazione. Sia chiaro: la nuova legge italiana non è ancora stata approvata, per adesso è passata in commissione e attende il sì dell’Aula. Ma la volontà c’è tutta.

Commenta il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo: «Basta con l’aranciata senza arance, che inganna i consumatori facendo pagare l’acqua come la frutta». Moncalvo incalza: «Con le nuove regole, i 23 milioni di italiani che consumano bibite gassate berranno ogni anno il succo di 200 milioni di chili di arance in più, salvaguardando anche i frutteti italiani e l’occupazione».

Invece non applaudono gli industriali di Assobibe, che accolgono «con sorpresa» l’emendamento; il direttore di Assobibe David Dabiankov dice che la nuova soglia del 20% «non è supportata da alcuna giustificazione legata alla salute, e anzi aumenta l’apporto calorico». Aggiunge che «l’Ue ha già censurato questo aumento», inoltre «la norma non può impedire l’arrivo in Italia di bibite prodotte all’estero con la quota del 12%. E questo danneggia chi produce bibite in Italia, con effetti distorsivi della concorrenza». Ma secondo chi ha proposto l’emendamento, la norma si applicherà a tutte le aranciate, anche a quelle importate, inoltre è stata congegnata nella nuova versione in modo da superare le precedenti obiezioni di Bruxelles. Vedremo.

Rileva la Coldiretti che «purtroppo il caso dell’aranciata senza arancia non è il solo. Spesso le norme comunitarie hanno abbassato la qualità dell’alimentazione». Per esempio, l’Ue ha imposto all’Italia di aprirsi al cioccolato prodotto con grassi vegetali diversi dal burro di cacao. Poi ci sono i formaggi a pasta filata fatti con cagliate, polveri e caseinati al posto del latte: il prodotto viene proposto al consumatore come se fosse equivalente alla mozzarella. «Oggi – denuncia la Coldiretti – la metà delle mozzarelle in vendita non deriva direttamente dal latte ma da semilavorati industriali importati».

E c’è il caso del vino allo zucchero, una pratica comune nei Paesi del Nord Europa, che permettono di aumentare così la gradazione del vino; certe addizioni invece sono vietate in Italia e nel resto del Mediterraneo.

Da sempre il nostro Paese combatte per impedire i trucchi di cantina e per etichettare come vino solo quello prodotto interamente con l’uva. Purtroppo nel 2007 è diventata lecita un’altra pratica che non va a tutela della qualità: si è dato il via libera all’invecchiamento artificiale del vino con segatura di legno (i cosiddetti trucioli) al posto delle tradizionali botti, senza che ciò debba essere indicato chiaramente in etichetta. Mentre sembra giusto che chi certe cose almeno lo dichiari, così che il consumatore sappia quello che beve.

La Stampa – 19 gennaio 2014 

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