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Storia dell’orso emerito. Metafora dell’umanità che cerca se stessa

Gli hanno sparato in Svizzera. È stato un omicidio premeditato. La pagina dei suoi fan su Facebook si apre con una grande macchia di sangue. Aveva tre anni, era curioso. Era un alpino e amava gli uomini: li andava a cercare. Per avvicinarsi era stato anche investito da un treno, ed era sopravvissuto. Certo, seguiva la pista del cibo, ma non era violento. È la nostra paura, spiega il generale Daniele Zovi del Corpo Forestale, che dipinge l´orso più aggressivo di quello che è in realtà.

La scienza l´aveva battezzato “M13”. Era un orso conosciuto anche dalle nostre parti, perché era cresciuto in Trentino, nelle valli di Cles e d´Ultimo. Per un anno e mezzo è rimasto attaccato alla madre, poi s´è messo a camminare. Ha percorso mille chilometri, attraversando Italia, Austria e Svizzera. Ha affrontato i ghiacciai dell´Ortles, dell´Adamello, del Cevedale, del Bernina: 3.700 chilometri quadrati. Nel suo girovagare ha incontrato anche suo fratello e per un po´ sono andati a spasso assieme.

Gli animali non amano i ghiacciai. Lui sì. Il perché è un mistero. I grandi spostamenti, spiega Zovi, sono il riflesso della spinta della Natura a cercare nuovi territori per sopravvivere. La specie prima di tutto. In Svizzera gli hanno messo un radiocollare. Come a Dino, che è impazzito perché era troppo stretto e in Slovenia l´hanno abbattuto. Lui s´è avvicinato troppo agli svizzeri, più specializzati in rapporti con il denaro che con il cuore. E, secondo il loro protocollo, era diventato pericoloso. Pum! Uno sparo e addio.

Peccato, era una bella metafora dell´umanità camminante, che fatica e ricerca se stessa. Ma non è più tempo di orsi: anche quello dello stemma di papa Ratzinger è andato in letargo perenne. Anche lui, come M13, un orso emerito

ANTONIO DI LORENZO – Il Giornale di Vicenza – 4 marzo 2013

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