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    Stoviglie e materiali a contatto con alimenti. Preoccupazione Parlamento Ue: a rischio consumatori ed economia settore

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche18 Settembre 2016Nessun commento5 Minuti di lettura
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    plastica e alimentiLuca Foltran. La relazione del Parlamento Europeo sul regolamento riguardante i materiali e gli oggetti (stoviglie, utensili) destinati al contatto con prodotti alimentari lascia poco spazio a interpretazioni. Nel settore vi sono evidenti mancanze che stanno mettendo a rischio non solo la circolazione dei beni e quindi l’intera economia del settore a livello comunitario, ma anche i consumatori e questo è l’aspetto più preoccupante. Il Parlamento Eu con questa relazione punta il dito verso i governi e le autorità degli Stati Membri dell’Unione, la Commissione Europea e persino verso l’EFSA, agenzia incaricata della valutazione del rischio, finanziata dall’Unione europea e istituita nel 2002 propio dallo stesso Parlamento europeo. Le ragioni? Innumerevoli, di seguito gli aspetti più rilevanti. Il principio di mutuo riconoscimento reciproco non funziona. Previsto dagli accordi UE, secondo il quale un prodotto riconosciuto sicuro e commercializzato in un Paese Membro, può essere venduto in altri Paesi  europei senza ulteriori studi ed analisi.

    Il principio non è applicato e i diversi Stati stanno prendendo strade differenti in materia, con seri pericoli per il mercato interno e per la salute dei consumatori: dure e chiare la parole del PE all’interno della relazione.

    “[..] molti Stati membri hanno già introdotto o stanno elaborando misure diverse; per le misure nazionali il principio del riconoscimento reciproco non funziona e non è pertanto possibile assicurare l’efficace funzionamento del mercato interno né l’elevato livello di protezione della salute previsti dal regolamento quadro e dai trattati;”

    Il fatto che ogni Stato decida per sè oltre a rappresentare un rischio per la salute pubblica, determina una perdita di fiducia da parte dei consumatori, ostacolando la competitività e l’innovazione da parte delle aziende. Il PE afferma che:

    “esiste un ampio consenso tra tutte le parti interessate in merito al fatto che la mancanza di misure uniformi nuoce alla salute pubblica, alla tutela dell’ambiente e al buon funzionamento del mercato interno. [..] tramite un migliore coordinamento di tutte le disposizioni che incidono sull’uso degli MCA, si potrebbe garantire meglio la salute dei consumatori e ridurre l’impatto ambientale degli MCA e dei materiali di imballaggio”.

    Come citato in premessa, non vengono risparmiate critiche nemmeno all’EFSA, Autorità Europea che dovrebbe “garantire consulenza scientifica di alta qualità sulla base delle competenze della sua rete di scienziati e del suo personale”:

    “le valutazioni del rischio per la salute e l’ambiente a livello di UE si limitano attualmente alle singole sostanze e ignorano le condizioni di vita reale. [..] [Il PE] si rammarica che l’EFSA, nella sua attuale procedura di valutazione del rischio, non prenda in considerazione il cosiddetto ”effetto cocktail” o l’effetto di esposizioni multiple, concomitanti e cumulative agli MCA e ad altre fonti, che possono causare effetti avversi anche se i livelli delle singole sostanze nella miscela sono bassi, e la esorta a farlo in futuro; esorta altresì la Commissione a tenere conto di tale effetto, anche su lunghi periodi”

    Finora sembrerebbe che non sia stato preso in considerazione lo scenario di vita reale, ovvero che sostanze potenzialmente pericolose potrebbero essere (o essere state) assunte in gran quantità dai consumatori attraverso diverse fonti MOCA (imballaggi, contenitori, stoviglie…) ma anche mediante fonti diverse (il BPA per esempio è contenuto anche nella carta termica degli scontrini).

    Questa affermazione è ancora più rilevante se si prosegue nel testo della relazione che diventa evidentemente un vero e proprio bollettino di guerra:

    “i MOCA rappresentano una fonte significativa di esposizione umana a sostanze chimiche che destano preoccupazione, compresi i composti perfluorurati (PFC) e gli interferenti endocrini, quali ftalati e bisfenoli, che sono stati correlati a malattie croniche nonché a problemi riproduttivi, disturbi metabolici, allergie e problemi nello sviluppo neurologico; osserva che la migrazione di tali sostanze chimiche desta particolare preoccupazione negli MCA, dato il loro potenziale di arrecare danni persino in dosi estremamente basse”

    “[il PE] osserva con preoccupazione i maggiori effetti sulla salute che possono avere le sostanze utilizzate negli MCA sui neonati e i bambini;”

    “[il PE] invita la Commissione a considerare la possibilità di identificare il bisfenolo A (BPA) come una delle sostanze classificate come estremamente preoccupanti; si rammarica che un limite di migrazione si applichi solo alle plastiche e non ad altri materiali, a causa della mancanza di misure specifiche;”

    Ci si ritrova a chiedersi “Cosa abbiamo fatto finora? Quali misure sono state prese?” Qualche critica non manca anche verso il settore industriale (ed il problema era stato toccato in un precedente articolo) e checchè ne dica Unionplast:

    “[il PE] si rammarica del fatto che, anche quando sono obbligatorie, le dichiarazioni di conformità non sono sempre disponibili ai fini dell’applicazione della regolamentazione e che, quando sono disponibili, non presentano sempre una qualità tale da renderle una fonte affidabile di documentazione della conformità;”

    Nessuno sconto nemmeno per le autorità preposte a vigilare, all’interno degli Stati Membri, sulla sicurezza dei prodotti commercializzati:

    “ invita gli Stati membri ad aumentare la frequenza e l’efficienza dei controlli ufficiali, in funzione del rischio di non conformità e dei rischi sanitari associati.”

    Ma è noto che, almeno per questo punto, l’Italia non sia interessata alla questione essendo uno dei Peasi Membri che sottopone i MOCA a frequenti controlli. In sostanza quello dei materiali a contatto con gli alimenti sembrerebbe un settore in cui manca tutto, o quasi. Mancanza di armonizzazione tra gli Stati, lacune negli approcci scientifici adottati finora, controlli forse non adeguati alla situazione, carenza di documenti attendibili da parte delle aziende e chi più ne ha più ne metta. Basterà questa relazione a svegliare il settore? Ci auguriamo che sia veramente così perchè il problema non può essere più, ancora una volta, sottovalutato.

    Relazione del Parlamento europeo.

    Il Fatto alimentare – 18 settembre 2016 

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