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Stretta sugli assegni oltre 2mila euro fino al 2018: finanzierà l’uscita anticipata di donne ed esodati. Nella manovra sono previsti buoni aziendali esentasse per i figli

Alessandro Barbera. Le ultime sentenze della Corte costituzionale hanno offerto al governo l’occasione su un piatto d’argento. Il principio affermato dai 15 togati supremi è il seguente: i risparmi previsti da tagli a questa o quella pensione devono rimanere all’interno del sistema previdenziale. Ma allora deve valere anche il principio opposto: se aumentano i costi, se ne fa carico il sistema previdenziale.

Di qui la decisione che ora emerge dalle tabelle della legge di Stabilità: il taglio progressivo dell’indicizzazione per le pensioni sopra quattro volte il minimo – circa duemila euro – e già previsto per il triennio 2014-2016 è confermato nel 2017 e nel 2018. Servirà a finanziare i maggiori costi necessari alla conferma di «opzione donna» e per la settima finestra di uscita degli esodati. Le regole per la conferma dei limiti alle indicizzazioni saranno ancora più penalizzanti: la rivalutazione automatica sarà del 95% per gli assegni tra 1.500 e 2.000 euro, del 75% per gli assegni tra 2.000 e 2.500, del 50% per gli assegni tra 2.500 e 3.000 (anziché al 75%), del 45% per gli assegni superiori a 3.000 euro (prevista al 75% dalle norme vigenti), mentre è confermata la piena rivalutazione per le pensioni fino a 1.500 euro.

Per chi – in Parlamento ci sono le truppe pronte all’assalto – vorrebbe allargare le maglie di quanto concesso finora dal governo ai pensionandi è un messaggio chiarissimo. L’iter parlamentare della manovra inizia oggi al Senato dalla Commissione Bilancio, di cui è fresco presidente Giorgio Tonini. Anche questa volta Renzi ha motivo di guardarsi anzitutto dalla sua sinistra. L’ex ministro – nonché presidente della Commissione Lavoro di Palazzo Madama – Cesare Damiano lamenta ad esempio che parte del finanziamento per la conferma della Cassa in deroga nel 2016 sarà finanziato con fondi inizialmente destinati al fondo per i lavori usuranti. «Così non va».

Fra le pieghe della manovra spunta poi un altra novità. La relazione tecnica all’articolo 12 scrive che «le somme, i servizi e le prestazioni erogati per la fruizione di servizi di educazione ed istruzione […] nonché per la frequenza di ludoteche e di centri estivi, per le borse di studio […] non concorrono alla determinazione del reddito». Detta in sintesi, dal 2016 in poi le aziende potranno concedere ai propri dipendenti buoni esentasse per pagare la baby sitter ai figli, corsi scolastici, rette dell’asilo o qualunque altro servizio che possa essere ricompreso fra quelli di cosiddetto welfare. La Stampa

La manovra. Pensioni. Resta il taglio all’indicizzazione oltre i 2.000 euro, per alzare la no tax area

Mentre il testo della legge di Stabilità approda in Senato, dopo la firma del presidente Mattarella, si scoprono novità in materia previdenziale: le misure sulle pensioni (ovvero l’ampliamento della no tax area, il part time e l’opzione donna) verranno pagate con i tagli all’indicizzazione dei trattamenti sopra quattro volte il minimo (circa 2 mila euro). Quindi la misura, che permette di adeguare le pensioni al costo della vita, sembrava una clausola di salvaguardia: alla fine, però, è diventata una vera e propria copertura nella manovra. Intanto oggi, dopo la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama, inizia l’analisi del provvedimento in Commissione Bilancio.

Il ddl è di certo un provvedimento corposo, 52 articoli, con interventi che vanno dall’eliminazione delle tasse sulla prima casa, al pacchetto imprese fino all’introduzione del canone Rai in bolletta. Sul fronte previdenziale la rivalutazione degli assegni, promossa dal governo Letta, doveva terminare la sua efficacia il prossimo anno: l’esecutivo guidato da Matteo Renzi ha invece deciso di riproporla fino al 2017 e 2018. Secondo i rumors circolati prima del varo definitivo del documento, il ministero dell’Economia aveva ipotizzato che il blocco dell’indicizzazione avrebbe rappresentato una clausola di salvaguardia temendo che non fossero state sufficienti le coperture. A conti fatti, però, l’esecutivo si è reso conto che il taglio delle pensioni medio alte permette di trovare le risorse per avviare misure di flessibilità: tra queste l’innalzamento della «no tax area», cioè la soglia sotto la quale non si pagano le tasse per i pensionati, entrerà in vigore a partire dal 2017 e non dal prossimo anno, come in molti si aspettavano. C’è pure la possibilità di offrire ai cittadini con più di 63 anni di optare per il «part time» negli ultimi anni lavorativi. E si sono racimolate pure risorse per l’«opzione donna» (che permette di andare in pensione a 57 anni con 35 di contributi e un importo pensionistico calcolato con il metodo contributivo ndr ), intervento che da solo vale 400 milioni.

Nel dettaglio quindi per il biennio 2017 e 2018 è confermata la rivalutazione piena degli assegni previdenziali fino a tre volte il minimo (pari a circa 1.500 euro), mentre per quelli sopra tre volte e fino a quattro volte l’indicizzazione sarà del 95%, invece che del 90%. I tagli più consistenti scatteranno dalle pensioni superiori a quattro volte il minimo: sopra quattro volte e fino a cinque volte il minimo la rivalutazione si fermerà al 75% (invece che al 90%), sopra cinque volte e fino a sei volte l’indicizzazione sarà fino al 50% (invece che al 75%) e sopra le sei volte al 45% (era previsto il 75%).

Nuove critiche da Tito Boeri, presidente dell’Inps, che chiede «soprattutto un intervento organico» in materia perché la riforma delle pensioni «è davvero molto importante farla non solo per la flessibilità in uscita», ma anche «per il ricambio all’interno della Pubblica amministrazione». Nella legge di Stabilità «sulle pensioni ci aspettavamo di più — sottolinea —. E questo sarebbe stato possibile anche nel quadro di una manovra espansiva, ma fiscalmente responsabile». «Se si produceva nella direzione di un’uscita flessibile, questo comporta inizialmente dei disavanzi più ampi — precisa il numero uno dell’Inps — ma poi, nel corso del tempo, se la cosa è disegnata nel modo giusto, questo porterà in futuro a dei disavanzi limitati». Boeri, però, vede nella manovra anche qualcosa di buono: «Nella legge di Stabilità ci sono anche degli aspetti positivi soprattutto riguardo agli interventi di contrasto alla povertà». «Credo — fa notare Boeri — che con la legge delega sull’assistenza e con gli interventi già programmati ci siano, per la prima volta in Italia, i margini per pensare di introdurre un reddito minimo». Francesco Di Frischia – Corriere della Sera

27 ottobre 2015 

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