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Stretta sulle mammografie: addio screening allargato. In Veneto il medico potrà prescriverle solo in presenza di sintomi specifici e alle over 50

Poche righe, scritte in burocratese, per buttare a mare la cultura della prevenzione in materia di tumore al seno. Ovvero di tutti quegli esami di laboratorio che negli ultimi anni in Veneto hanno salvato la vita a a molte donne.

Screening oncologici. Il provvedimento che riduce le spese per la diagnostica arriva dal direttore generale della sanità veneta Domenico Mantoan e fa riferimento a alla delibera della giunta regionale emanata nel maggio 2015 con cui vengono riordinati gli screening oncologici.

Le preoccupazioni, L’ennesimo taglio alla prevenzione sta creando preoccupazione tra i medici di base e e quelli impegnati nelle Breast Unit, i centri di senologia istituiti sempre dalla Regione nel 2014 allo scopo di combattere le insorgenze del tumore al seno. Su questo punto Claudio Sinigaglia, consigliere regionale del Pd, ha chiesto all’assessore veneto per la sanità, Luca Coletto, di intervenire all’assemblea del Veneto per fornire spiegazioni: «È prevedibile un calo delle prestazioni legato a questa stretta», fa sapere il dem.

No al “polifasico”. Con le nuove disposizioni il medico di base non può più prescrivere il cosiddetto esame polifasico composto dalla visita senologica, dall’ecografia mammaria e dalla mammografia bilaterale. Esami che permettono di individuare la malattia con precisa immediatezza.

Le novità. Ora l’esame polifasico può essere prescritto solo a pazienti che presentano sintomi specifici e soltanto per la fascia d’età compresa fra i 50 e 69 anni. Per la verità, grazie ad una legge nazionale, lo stesso esame può essere prescritto anche a donne di età compresa fra i 45 e i 49 anni, ma in questo caso il medico deve citare la legge nella prescrizione. Insomma, medici un po’ più prestati alla burocrazia che non a sconfiggere le malattie.

Troppe richieste d’esame. Le motivazioni del taglio alla prevenzione le spiega Ernesto Bissoli, capo dipartimento dell’area servizi dell’Ulss 15 Alta Padovana. «Troppe pazienti si rivolgevano al servizio creando una ipertrofia nelle liste d’attesa danneggiando così le donne che realmente necessitano di questi esami», esordisce il dirigente medico; «Prima dei 45-50 anni la probabilità di insorgenza della malattia è piuttosto bassa, dopo i 70 il rischio è ancora più basso e non influisce sull’attesa di vita», dice ancora Bissoli.

Cancro d’intervallo. Tra uno screening e l’altro può “scapparci” il cosiddetto cancro di intervallo. Il concetto è meglio chiarito: «Il sistema italiano non può più permettersi di pagare questa tipologia di screening allargato, senza contare che le radiazioni cui vengono sottoposte le pazienti non sono altrettanto benefiche».

Bissoli snocciola i dati riferiti alla Ulss 15: «I cancri di intervallo rappresentano mediamente il 40% di quelli attesi, nella nostra Ulss con lo screening dell’anno scorso abbiamo trovato 5 cancri ogni mille mammografie, si desume quindi che noi, purtroppo, si abbiano 2 cancri di intervallo ogni 1000 mammografie e di questi uno è un nuovo tumore e uno è spesso un errore». Dunque, «Se esiste il sintomo, la Regione assicura tutti gli esami necessari, altrimenti le pazienti che non presentano sintomi vengono sottoposte allo screening biennale». Quindi se una donna vuole sentirsi sicura un anno usufruisce dello screening gratuito e per quello successivo si paga gli esami. «È un po’ quello che succede negli Stati Uniti, dove non esiste la sanità pubblica», chiosa il dirigente medico. La filosofia di Donald Trump, in Veneto, è già arrivata.

Le cifre. Ogni anno 260 mila esami diagnosticii.

Quante mammografie vengono eseguite su base annuale nel Veneto? L’ultimo dato disponibile è quello del 2015 e documentacirca 260 mila (259.234) esami strumentali svolti nella sanità pubblica e in quella privata accreditata. Non solo prevenzione diagnostica, però.

Stili di vita. Circa un terzo dei tumori può essere evitato seguendo uno stile di vita sano. Tra i fattori di rischio, un’alimentazione povera di frutta e verdura e ricca di grassi animali, il vizio del fumo e una vita sedentaria. «Per prevenire il tumore al seno, e più in generale di tutte le forme di tumore, le abitudini sane rivestono un ruolo fondamentale», dichiara il dottor Fernando Bozza, responsabile della Breast Unit dello Iov. I tre aspetti da tener conto sono: alimentazione, esercizio fisico e abitudini voluttuarie.

I consigli. «C’è un proliferare di studi e consigli», specifica il medico, «chi è diabetico, obeso, ha l’ipercolesterolemia, ha una più alta probabilità di ammalarsi. Sono sconsigliati gli stili di vita sedentari, l’ideale è fare 40 minuti di camminata veloce al giorno. Sì alla dieta mediterranea e ricca di frutta e verdura. Moderare il consumo di carne».

Ogni anno in Veneto sono 4 mila le nuove diagnosi di tumore al seno. Solo a Padova i casi sono 470. Il cancro al seno è il più frequente nel sesso femminile. Anche se l’incidenza è in aumento, oggi il 90% delle donne guarisce grazie ai continui progressi della medicina e agli screening per la diagnosi precoce. L’Iov è un centro di eccellenza per la cura del cancro al seno, qui vengono seguite 700 nuove pazienti all’anno e gli interventi chirurgici per combattere il cancro al seno sono oltre 1200.

La prevenzione svolge un ruolo fondamentale perché individuare un tumore ancora molto piccolo aumenta notevolmente la possibilità di curarlo in modo definitivo. «Consiglio a tutte le donne di sottoporsi ad un controllo completo dai quarant’anni in poi», spiega il chirurgo Fernando Bozza, direttore dell’Unità operativa Breast Unit, «lo studio clinico comprende mammografia, ecografia alle mammelle e visita senologica.

Ogni anno, over 40. È bene programmare un controllo completo ogni anno a partire dai quarant’anni, nessuno vieta di farlo prima ma in quel caso è consigliato solo a pazienti selezionate. Uno studio approfondito in giovane età è indicato solo per le donne con familiarità per tumore al seno, mutazioni genetiche o per donne che hanno una mammella particolarmente densa con noduli sospetti».

La differenza tra mammografia ed ecografia della mammella è che la prima impiega i raggi x, mentre la seconda utilizza gli ultrasuoni. La mammografia, seppur più efficace rispetto all’ecografia, in genere è sconsigliata alle giovanissime perché utilizza radiazioni ionizzanti che potrebbero portare conseguenze.

«Dai 25 ai 30 anni è consigliata l’ecografia delle mammelle», aggiunge Bozza, «ha un ruolo importante anche l’autopalpazione, un esame che ogni donna può effettuare da sola. Se si conosce l’aspetto e la struttura normale del seno è anche possibile scorgere un cambiamento».

«Consiglio alle donne di fare attenzione alla propria salute», è la conclusione del chirurgo, «spendere soldi per fare una vista o un esame è il miglior investimento che si possa fare per il proprio futuro. La diagnosi precoce può fare la differenza».

Un modello di sanità, quello del Veneto, per molti versi invidiabile. Con un tallone d’Achille, però, rappresentato dalle liste d’attesa, qua e là eccessive anche sul versante delle prestazioni salvavita. Una spina sul fianco per molti pazienti, che lamentano lungaggini per le per gli esami strumentali (e ancor più per le visite specialistiche) documentando i disservizi con lettere, mail e telefonate al governatore Luca Zaia, che dell’abbattimento dei tempi ha fatto – oltre che un punto d’onore – un cavallo di battaglia della sua campagna elettorale. Ma qual è il quadro reale?

Tre classi di priorità. Al di là delle urgenze che richiedono interventi entro le 72 ore e che negli ospedali veneti sono soddisfatte al 100%, le priorità si articolano in tre classi: B (breve, entro 10 giorni), D (differita, dai 30 giorni degli esami ai 30 delle visite) e P (programmata, entro 180 giorni); ebbene, l’ultimo report della Regione in materia, prende in considerazione l’andamento degli esami più diffusi e rilevanti – colonscopia, elettrocardiogramma, tipologie di Tac, accertamenti oculistici, ecodoppler, ecografie, risonanze magnetiche – per concludere che la classe B viene rispettata da 17 tra Ulss e Aziende su 24 in un parametro compreso tra l’86% e il 99%; sotto questa soglia ci sono Belluno, Legnago, Vicenza e Bussolengo (dal 75% all’82%); ancor peggio Arzignano (62%), l’Azienda ospedaliera universitaria e l’Ulss di Verona (attestate a 66% e 65%).

Nella fascia D 16 aziende si collocano in un arco virtuoso che va dall’87 al 99%; non così Bassano, Vicenza, Este, Legnago, Verona e Bussolengo (tra 76% e l’83%); deludenti l’Azienda ospedaliera di Verona (67%) e Arzignano (44%). Infine, la priorità P dove 22 aziende centrano largamente l’obiettivo – si va dall’86% di Bassano al 100% dell’Azienda ospedaliera di Padova e dello Iov – altre si collocano in posizione intermedia, vedi l’Azienda ospedaliera di Verona è all’80%; fanalino di coda è l’Ulss Ovest Vicentino, al 79%.

Situazioni inaccettabile. Ma l’abbuffata di cifre racconta solo in parte la realtà. Se la matematica afferma che l’80% delle 68 milioni di prestazioni erogate (dato 101%) ha rispettato le liste d’attesa, la casistica raccolta da medici e Tirbunale del malato, denuncia situazioni del tutto inaccettabili: anziani e disabili dirottati dai cup in poli ospedalieri a decine di chilometri di distanza pena l’attesa biblica degli esami prescritti dal medico; procedure che si scontrano con la tipologia dell’utenza – l’ottuagenario invitato a spedire una mail per confermare o cancellare un appuntamento – pronti soccorso costantemente sotto pressione (in qualche città capita che i “visitatori” serali siano invitato a ripresentarsi la mattina successiva) e i perduranti ritardi nella classe D, la più affollata perché cruciale sul versante della prevenzione.

Serve più personali. Morale della favola: sono stati compiuti passi in avanti ma permangono scogli di rilievo. Puntualmente additati da Zaia al direttore della sanità, Domenico Mantoan, e ai nove direttori-commissari delle Ulss che ogni settimana si ritrovano a Palazzo Balbi per un un check della situazione che talvolta culminata in sonore tirate d’orecchi. Al di là degli slogan, spiegano gli addetti ai lavori, lo snellimento dei tempi d’attesa richiede maggiori investimenti in risorse umane e materiali: medici, infermieri, tecnici, apparecchi diagnostici.

I soldi ai manager. La speranza è che la riforma della governance sanitaria, che delega all’Azienda Zero ogni attività extramedica per consentire alle Ulss di dedicarsi esclusivamente alle cure, consenta un colpo d’ala. Ridurre i tempi di visite ed esami, oltretutto, converrà anche ai manager: a partire da gennaio, il loro contratto includerà il mancato rispetto delle liste d’attesa prefissate tra i motivi di risoluzione contrattuale.

IL Mattino di Padova – 21 novembre 2016 

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