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Strutture sanitarie private senza Imu, calcoli caso per caso. Question time sull’interrogazione di Paglia (Sel)

La convenzione o l’accreditamento che “salvano” la sanità privata dall’Imu e dalla Tasi riguardano le singole attività, e non la struttura. A precisarlo, in risposta a un’interrogazione presentata da Giovanni Paglia (Sel) nel question time in commissione Finanze alla Camera, è il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti, che riprende le istruzioni al modello di dichiarazione per l’Imu degli enti non commerciali (si veda Il Sole 24 Ore del 2 luglio) e su questa base respinge la richiesta di rivedere le regole per ridurre gli ambiti di esenzione per sanità e scuola.

Nelle istruzioni, si spiega che convenzioni, accreditamenti e contratti con lo Stato o gli enti territoriali fanno rientrare la sanità fra le attività «non commerciali», e quindi esenti da Imu e Tasi, perché le rendono «complementari o integrative rispetto al servizio pubblico». Accreditamento e convenzioni, però, vanno misurati in base alla singola attività, e non all’intera struttura: un ospedale o una clinica privata convenzionati con il servizio sanitario, quindi, non sono automaticamente esenti, perché per esempio le attività libero-professionali che non rientrano nell’ambito della convenzione sono da considerare attività «commerciali», a meno che la tariffa chiesta sia «simbolica». In questi casi, di conseguenza, scatterebbero i meccanismi pensati per gli immobili «a uso promiscuo».

Un sistema di questo tipo prova a tracciare con precisione il confine fra le attività da “tutelare” e quelle da sottoporre a tassazione, ma rischia di incagliarsi sul piano pratico. In teoria, infatti, ogni struttura sanitaria dovrebbe misurare la quota di superficie e di tempo impiegati per la parte “commerciale”, e su questa base calcolare le imposte da pagare. Il Comune, a sua volta, dovrebbe essere in grado di verificare la correttezza del conteggio, e anche il livello tariffario sotto al quale i corrispettivi possono essere considerati «simbolici». Senza contare il fatto che, per tutti gli usi promiscui, le istruzioni chiedono di sommare la quota di superficie e quella di tempo (o di utenza) a cui si rivolgono le attività commerciali, distorcendo così in aumento il conto finale: un altro fattore che probabilmente spingerà i potenziali contribuenti a essere molto “prudenti” nei calcoli sulla quota tassabile.

Il Sole 24 Ore – 17 luglio 2014

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