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Suinicoltura Dop: la crisi continua, guadagnano tutti tranne gli allevatori

Nel 2011 prosegue la crisi del suino pesante del circuito Dop, con una quotazione media 1,27 euro nelle prime dieci settimane dell’anno ed una media di prezzo liquidato tra 1,31 e i 1,35 euro/kg (comprensivi di premio).

Una quotazione che non riesce a compensare il forte aumento dei prezzi di cereali e della soia, né a tenere il passo con l’incremento dei prezzi dei suini in tutta Europa, soprattutto in Spagna, Francia e Germania.

Dopo l’aumento del prezzo dei cereali da luglio 2010, il costo di alimentazione medio ha raggiunto 1,13 euro/kg. Se si aggiungono manodopera e spese relative ai medicinali e alle manutenzioni ordinarie (senza quindi considerare l’ammortamento e gli interessi bancari passivi), i costi medi sono di circa 1,40 euro/kg. Nel primo bimestre 2011   la perdita per capo, prodotto da un allevamento di consistenza media, varia tra circa i 18 euro e 30 euro. Se i costi resteranno tali, come prevediamo, le perdite aumenteranno progressivamente durante le prossime settimane.

E non si giochi sul fatto che la questione sta nel migliorare la gestione dell’allevamento con un aumento della produttività delle scrofe (nati/ svezzati – nati/venduti) e nell’ottimizzazione degli indici di conversione del mangime nelle varie fasi di allevamento. La nostra suinicoltura ha in ogni caso costi nettamente superiori a quella dei Paesi concorrenti (un esempio è il costo del mangime che è superiore del 30% rispetto alla suinicoltura dei Paesi del nord Europa), perché deve rispettare i rigidi vincoli dettati dai disciplinari di produzione del circuito Dop).

Ma il resto degli attori della filiera in che situazione si trovano? Se sostanzialmente il prezzo della carne suina e dei salumi rimane stabile anzi aumenta soprattutto per i secondi, come mai non si riesce ad uscire da questa situazione? E ancora, come mai non si riescono a valorizzare i grandi salumi Dop? Per quale motivo si utilizza molta carne suina di provenienza estera per la produzione di salumi Igp?

Tenendo conto dei propri costi operativi, l’industria di macellazione si avvantaggia della rigidità dei contratti di fornitura dei suini per comprimerne ogni possibile aumento di prezzo, mentre spesso rinuncia ad una migliore valorizzazione commerciale dei tagli destinati al consumo fresco (lombi).

Questo stato di cose fa sì che pur in uno scenario tendenzialmente favorevole per l’aumento delle quotazioni, l’attività di fissazione anticipata del prezzo della Commissione unica nazionale sia fortemente condizionato e sia il frutto di una serie di compromessi tra le parti, senza alcuna aderenza alle dinamiche della domanda e dell’offerta. In particolare il prezzo non tiene nella dovuta considerazione il valore aggiunto da attribuire al suino Dop.

Dai dati in nostro possesso risulta chiaramente che, considerando un costo alla macellazione per suino di 35/40 euro, i macelli italiani mediamente hanno sempre guadagnato; mentre gli allevamenti nel periodo 2006-2010 hanno prodotto a prezzi inferiori ai costi totali e negli anni 2007 e 2010 non sono riusciti neppure a remunerare i costi espliciti.

Questo scenario mina la sostenibilità del circuito Dop, e determina la contrazione del nostro patrimonio scrofe e l’abbandono di un sistema produttivo basato su una vasta rete di imprese agricole. Infatti, è sempre più reale la chiusura degli allevamenti o in alternativa il passaggio alla conduzione in soccida, con gruppi di mangimisti che garantiscono, almeno fino ad oggi, il mantenimento delle strutture e la remunerazione parziale del lavoro famigliare: un modello già visto nel settore avicolo.

Suinicoltura Dop: la crisi continua, guadagnano tutti tranne gli allevatori

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