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Sul lavoro una riforma da riscrivere. Flessibilità e posti persi

Alberto Orioli. Una sorta di “diplomazia statistica” gli aveva fatto dire che la riforma Fornero poteva funzionare con un’economia in ripresa, ma non con la più dura recessione mai sopportata dal Paese.

Ora Enrico Giovannini, passato dall’Istat al ministero del Lavoro, oltre a trovare modi eleganti per smarcarsi dall’eredità del Governo Monti senza urtare le suscettibilità tra gli alleati dello “strano Governo Letta”, deve porre rimedio agli strappi che quella riforma ha prodotto sul mercato reale del lavoro che non c’è. E occorre decisione più che diplomazia. Perché si parla di persone e non di numeri. È il senso dell’allarme lanciato ieri dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano: «Una crisi angosciante e drammatica che impone soluzioni efficaci». Ed è un bene che ieri sia arrivato un doppio via libera alla revisione della legge Fornero: da Maurizio Sacconi, ex ministro, e da Guglielmo Epifani, segretario Pd (e, soprattutto, ex leader Cgil).

Sui contratti a termine tutto serve tranne che una deriva “continuista” cui sembra sensibile lo stesso Giovannini. Non è sufficiente citare uno studio parziale dell’Isfol – usato dal ministro per giustificare quella posizione – che segnalerebbe un primo spostamento dai contratti di collaborazione (-9,2% nel quarto trimestre 2012) ai contratti a termine (aumentati del 3,7% nello stesso periodo). Non è ancora dimostrabile quel passaggio dalla cosiddetta “flessibilità cattiva” alla presunta “flessibilità buona” dei nuovi contratti a termine, per il semplice fatto che non si sa quanto di quei contratti sia invece frutto di ex contratti a tempo indeterminato (calati infatti del 5,7%) convertiti in forme “a tempo”.

I contratti a termine sono meglio di un co.co.pro. quanto a garanzie e tutele, è indubbio, ma sono stati zavorrati con un eccesso di vincoli alla flessibilità in entrata, inseriti durante la navigazione parlamentare della riforma, per “ritorsione” alla semi-liberalizzazione della flessibilità in uscita. Risultato: l’opposto di quanto servirebbe. Basta parlare con qualche imprenditore che li vorrebbe usare ma è frenato e spaventato dal nuovo corso introdotto dalla legge Fornero: aumento dei costi e dei vincoli nelle causali, intervalli ingestibili e troppo lunghi tra un rinnovo e l’altro, tra 60 e 90 giorni a seconda della durata del contratto, mentre prima erano di 10 o 20 e non sommavano, ai fini del calcolo, anche i contratti di somministrazione.

Giovannini ora annuncia un Piano giovani da 100mila posti. Letta ha detto che i giovani sono il cuore della politica economica. È auspicabile, visto che i senza lavoro tra i giovani sono al 38,4%, senza contare che i ragazzi che non studiano e non cercano lavoro ammontano a oltre due milioni, il più scandaloso spreco di capitale umano tra i Paesi europei.

Sarà decisivo che il Giovannini-ministro dia corso a quanto ha proposto il Giovannini-saggio del Quirinale: un credito d’imposta per i lavoratori a bassa retribuzione e un premio fiscale più consistente al salario di produttività (ma proprio la scorsa settimana la pur bassa dote destinata a questo tipo di incentivazione è stata stornata per coprire i costi della cassa integrazione in deroga). È vero che si tratta di un costo, ma quanto costa perdere occupazione, salari, domanda interna? Quanto costa accrescere l’esercito della povertà e i ranghi di chi punta al conflitto sociale, magari violento?

Il ministro promette di voler introdurre misure «rivolte ad agevolare la flessibilità nell’entrata nel mondo del lavoro, a rafforzare l’apprendistato, a incentivare le assunzioni a tempo indeterminato attraverso misure di defiscalizzazione e altre forme di abbattimento del costo del lavoro». Rotta giusta. Soprattutto se significherà mettere mano all’aumento dell’1,4% del costo contributivo dei contratti a tempo oltre che alla loro indeducibilità ai fini Irap, se si tradurrà in un accorciamento dei tempi per i rinnovi, nella definizione di una quota stabile (e certa) per i contratti flessibili rispetto al totale dei lavori a tempo indefinito, nella liberalizzazione vera di quel tipo di rapporti: oggi il cosiddetto “causalone” è legato alla improrogabilità oltre 12 mesi del contratto e il tempo massimo di fruizione è di 36 mesi compresi i periodi di lavoro a somministrazione. Proprio questa confusione (e l’aggravio dei costi contributivi) ha fatto precipitare il ricorso al lavoro intermittente (crollato del 22,1% nel dato Isfol del quarto trimestre 2012). Questo strumento, invece, avrebbe la fondamentale funzione di saturare gli spezzoni di lavoro disponibili sul mercato e altrimenti destinati a non essere mai trasformati in impieghi produttivi.

Quanto ai servizi per l’impiego, a poco servirebbe una “infornata” di assunzioni di personale pubblico cui pensano già alcuni in Parlamento come scorciatoia pseudo-keynesiana per “creare lavoro con chi deve creare lavoro”. C’è chi guarda, infatti, a un potenzionamento degli attuali uffici provinciali per l’impiego: si tratta di unità burocratiche per nulla in grado di gestire la promozione, l’orientamento e la collocazione di chi cerchi il primo impiego o di chi sia disoccupato (oggi solo il 2,7% di chi ha tra 18 e 29 anni passa da quegli uffici per trovare occupazione). Più efficace calare l’azione di politica attiva in capo alle agenzie di somministrazione che già oggi svolgono – con successo – attività di orientamento, collocamento e formazione e avrebbero anche l’interesse a svolgere al meglio questo compito per il semplice fatto che è il loro “core business”. Il Sole 24 Ore

Lavoro e welfare, riforma in quattro mosse

Premi per chi assume, meno vincoli per apprendistati e partite Iva, le controversie. I temi «caldi» segnalati dagli esperti

Il contratto temporaneo attualmente prevede l’avvio senza causale solo per il primo rapporto a termine e per una durata non superiore a 12 mesi senza possibilità di proroga. Chi ha lavorato fino a 6 mesi in un’azienda, se vuole ripartire con lo stesso datore di lavoro, deve far passare un intervallo di 60 giorni che diventano 90 se il contratto precedente è durato più di 6 mesi. Adesso si pensa di ridurre gli intervalli a un periodo di 20 o 30 giorni.

Le aziende e i Consulenti del Lavoro propongono di sospendere, fino al 31 dicembre 2016, anche i periodi di interruzione obbligatoria tra due contratti a termine. Andrebbe previsto anche un periodo straordinario di 36 mesi entro cui tutte le aziende possono avviare nuovi rapporti a termine. E questo anche se in passato tra azienda e lavoratori sia già stato raggiunto il tetto di 36 mesi. Ma la proposta più condivisa è un’altra: introdurre forme di incentivazione per la stabilizzare i rapporti. Per farlo basterebbe abbassare per tre anni il costo del lavoro per chi assume a tempo indeterminato.

L’apprendistato è considerato, potenzialmente, uno degli strumenti più efficaci per l’inserimento occupazionale dei giovani. La riforma Fornero ha inserito dei vincoli di stabilizzazione dei lavoratori apprendisti come condizione necessaria per avviare nuovi rapporti di apprendistato. Ma se lo scopo (evitare l’abuso) è lodevole, la conseguenza (vincoli e complicazioni) è penalizzante. Insomma, se le aziende vogliono incrementare i propri contratti di apprendistato devono prima assumere uno quota di quelli che hanno già in organico. La percentuale è fissata nel 30% degli apprendisti avviati, per nei primi tre anni di vita della legge, il 50% oltre i tre anni.

Da tempo gli esperti del settore sostengono che per sviluppare questo contratto è necessario eliminare le norme che obbligano i datori di lavoro alla stabilizzazione lasciando inalterate quelle previste da contratti nazionali di lavoro. Inoltre, deve essere introdotta una definizione di legge della «formazione on the job».

Altro obiettivo della riforma Fornero era quello di regolamentare il «popolo delle partite Iva» evitando i rapporti di lavoro mascherati. Attualmente viene considerato lavoratore dipendente anche una partita Iva che svolge periodi di lavoro superiori a 8 mesi in un anno ripetuti per due anni. Inoltre il compenso ricevuto da uno stesso datore di lavoro non può superare l’80% del fatturato complessivo del collaboratore, il quale non può avere un posto fisso in azienda. Vincoli simili sono presenti nelle collaborazioni a progetto e nella associazioni in partecipazione.

I vincoli nati per indurre i datori di lavoro a regolarizzare le partite Iva sembrano più penalizzare che favorire i lavoratori. Per il futuro potrebbe essere più utile rimuovere i vincoli affinché le opportunità occupazionali possano passare anche dal lavoro autonomo. Aumentano, persino tra le partite Iva, coloro che ritengono opportuno eliminare l’intero impianto normativo.

Una delle «bandiere» della riforma del lavoro è stata l’introduzione di un nuovo rito speciale per i licenziamenti tutelati dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Mentre tutte le altre controversie dei rapporti di lavoro continuano a essere disciplinate dal rito ordinario, per l’articolo 18 la riforma Fornero ha introdotto due fasi davanti al Tribunale del Lavoro, prima dell’accesso alla Corte d’Appello ed eventualmente il ricorso alla Cassazione. Il primo grado è dunque «bi-fasico», perché fa precedere la fase di merito vera e propria, da una preliminare, sommaria, snella nelle forme.

Il Giudice provvede con una ordinanza, decidendo della legittimità del licenziamento tendenzialmente in un’unica udienza, nella quale anche la fase istruttoria è ridotta all’osso. In caso di ricorso contro questo provvedimento, è prevista l’opposizione davanti al medesimo Tribunale, con un ricorso analogo a quello ordinario. Il risultato è che si crea una sorta di «doppio primo grado» che ha appesantito il rito del lavoro senza giovare alla celerità della definizione della controversia. Isidoro Trovato – Corriere della Sera

21 maggio 2013

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