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Sulla web tax l’ombra dei dubbi Ue. Misura contraria alle libertà fondamentali e ai principi di non-discriminazione

La web tax italiana suscita «seri dubbi» in Europa. Il provvedimento inserito nella legge di Stabilità ora all’esame dell’Aula alla Camera, dove oggi è atteso il voto di fiducia, sarebbe «contrario alle libertà fondamentali e ai principi di non-discriminazione dei trattati». Di questo almeno è convinta Emer Traynor, portavoce del commissario europeo per la fiscalità e l’unione doganale, Algirdas Semeta.

«Invitiamo il Governo italiano ad assicurare che ogni nuova misura legislativa sia appieno compatibile con il diritto europeo», ha aggiunto Traynor precisando che Bruxelles dovrà in ogni caso analizzare il testo finale «prima di dare un’opinione definitiva. Tuttavia, abbiamo seri dubbi sull’emendamento per come si presenta attualmente».

Le obiezioni dell’Unione europea, espresse dalla stessa Traynor già alcune settimane fa al Sole 24 Ore, sembrano ricalcare il parere del Servizio studi di Montecitorio per cui «appare opportuno valutare la compatibilità delle disposizioni come riformulate con la normativa comunitaria in materia di servizi».

Il presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia (Pd), fautore dell’intervento ribadisce però che con la web tax «non ci sono nuove tasse» ma dei meccanismi per tracciare i volumi realizzati dalle multinazionali in Italia. «Mentre oggi i soldi finiscono direttamente in Irlanda – ha sottolineato Boccia riferendosi a uno degli Stati in cui si concentrano le sedi scelte dai colossi del Web, visto il regime fiscale agevolato – con le nuove norme c’è il ruling e si pagano in Italia le tasse su quanto si realizza in Italia».

L’attuale formulazione della web tax dopo la riscrittura in commissione prevede che «i soggetti passivi che intendano acquistare servizi di pubblicità e link sponsorizzati online, anche attraverso centri media e operatori terzi, sono obbligati ad acquistarli da soggetti titolari di una partita Iva rilasciata dall’amministrazione finanziaria italiana».

Nel laborioso passaggio in commissione a Montecitorio dalla norma è stato cancellato l’obbligo, che tanto ha fatto e sta facendo discutere, di aprire la partita Iva italiana per le società che effettuano commercio elettronico, come Amazon, che avrebbero avuto l’obbligo di partita Iva italiana, in modo da dover fatturare nel nostro Paese i profitti della vendita di prodotti, pubblicità e giochi online.

Si prevede, invece, che «gli spazi pubblicitari online e i link sponsorizzati che appaiono nelle pagine dei risultati dei motori di ricerca (servizi di search advertising), visualizzabili sul territorio italiano durante la visita di un sito internet o la fruizione di un servizio online attraverso rete fissa o rete e dispositivi mobili, devono essere acquistati esclusivamente attraverso soggetti, quali editori, concessionarie pubblicitarie, motori di ricerca o altro operatore pubblicitario, titolari di partita Iva rilasciata dall’amministrazione finanziaria italiana».

Queste misure si applicano, infine, «anche nel caso in cui l’operazione di compravendita sia stata effettuata mediante centri media, operatori terzi e soggetti inserzionisti».

Il Sole 24 Ore – 20 dicembre 2013 

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