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Tagliare le pensioni più alte, mossa di Giovannini: studiare un contributo a prova di ricorso alla Consulta

All’esame il piano Amato-Marè per aumentare gli assegni minimi.Tecnici al lavoro dopo la sentenza cha ha bloccato il prelievo fino al 15% sui redditi previdenziali sopra i 90mila euro.

Il tema delle pensioni d’oro e di come intervenire per riequilibrarle rispetto ai contributi effettivamente versati è all’attenzione del ministro del Lavoro, Enrico Giovannini. Che ha dato incarico ai tecnici di approfondire le numerose proposte avanzate da esperti ed esponenti politici. Giovannini è infatti personalmente convinto, è lo ha detto anche in Parlamento, che mentre si chiedono sacrifici a tutti non si vede perché non si debba chiedere un contributo sulle pensioni di importo elevato — la cifra non è mai stata fatta, ma si potrebbe ragionevolmente pensare a quelle superiori a 5mila euro al mese — che incorporino un forte “regalo” rispetto ai versamenti effettuati. Un “regalo” senza dubbio legittimo alla luce delle generose regole di calcolo della pensione nel vecchio sistema retributivo, del quale beneficiano in tutto o in parte coloro che hanno cominciato a lavorare prima del 1996, ma ora non più giustificato, se a pagarne il conto sono le generazioni più giovani. Sarebbe equo, secondo il ministro, un riequilibrio tra coloro che hanno la pensione calcolata col retributivo (semplificando: pensione pari al 2% dello stipendio per ogni anno di lavoro, per cui con 40 anni di servizio si raggiunge l’80% della retribuzione) e i giovani che avranno l’assegno interamente calcolato sui contributi versati durante tutta la vita lavorativa e per i quali una pensione pari all’80% del reddito da lavoro è un miraggio. Si tenga conto che attualmente quasi il 90% delle pensioni in pagamento è calcolato interamente col generoso metodo retributivo e che secondo le previsioni dell’Inps queste saranno ancora il 66% del totale nel 2025 e il 36% nel 2035.

Il tema è noto da tempo. Basti pensare che già nel 2001 la commissione del governo sulla spesa previdenziale presieduta da Alberto Brambilla aveva messo a confronto i contributi versati da una serie di categorie in 35 anni di lavoro con la corrispondente pensione, presumibilmente pagata per 25 anni (sulla base delle aspettative di vita di allora), e aveva scoperto che ognuna delle categorie esaminate beneficiava di un certo numero di anni di pensione pagata ma non coperta dai contributi versati: si andava da un minimo di 5,8 anni per i dipendenti privati a un massimo di quasi 14 anni per artigiani e commercianti passando per gli 8-9 anni di pensione “regalata” in media ai dipendenti pubblici.

Da allora qualcosa si è fatto. Sono stati, per esempio, aumentati i contributi per i lavoratori autonomi e spostata in vanti l’età pensionabile. Ma solo dal 2012, grazie alla riforma Fornero, è in vigore il calcolo contributivo pro-rata per tutti, dal quale fino a quel momento erano stati esclusi i lavoratori con 18 anni di contributi versati prima del 1996. Un intervento arrivato troppo tardi, quando ormai appunto, il 90% delle pensioni in pagamento è stato liquidato col retributivo.

Per riequilibrare la situazione bisogna superare però numerosi ostacoli, di ordine politico e giuridico. Innanzitutto, per evitare di incorrere nella censura della Corte Costituzionale, che ha recentemente bocciato il contributo di solidarietà sulle pensioni superiori a 90mila euro l’anno (5-10-15% secondo l’importo delle stesse), bisogna evitare che un eventuale nuovo intervento sia assimilabile a un prelievo tributario che, ha ribadito la Consulta, non può essere indirizzato a una sola categoria di contribuenti (i pensionati, in questo caso) con effetti discriminatori. Ecco perché al ministero del Lavoro si guarda con particolare attenzione a soluzioni come quelle proposte dall’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato (messa a punto insieme con l’esperto Mauro Marè) che prefigurano un’operazione di redistribuzione del reddito previdenziale a beneficio delle pensioni più basse, in linea con l’articolo 38 della Costituzione che, come ha spiegato lo stesso Amato illustrando la proposta sul Sole 24Ore del 21 luglio, «prescrive che siano assicurati ai pensionati ”mezzi adeguati alle esigenze di vita”». Per questo l’ex premier suggerisce la creazione di un «fondo comune per l’equità previdenziale» che sarebbe alimentato da una parte dei contributi normalmente versati dai lavoratori e da un «contributo a carico delle pensioni più alte» già in pagamento. Questo fondo servirebbe a garantire a tutti i lavoratori una pensione minima, risolvendo il problema di coloro che altrimenti col contributivo potrebbero maturare pensioni sotto la soglia di sussistenza. Se si volessero assicurare 750 euro a tutti, dice per esempio Amato, la provvista necessaria sarebbe di circa 7 miliardi. In questa cornice, conclude, il contributo di solidarietà oltre che legittimo sarebbe ragionevole.

In Parlamento, come ha spiegato il senatore Pietro Ichino sul Corriere del 13 agosto, Scelta civica presenterà una proposta alla quale stanno lavorando anche Giuliano Cazzola e Irene Tinagli che prevede un forte contributo di solidarietà sulla parte di pensione pagata in più rispetto ai contributi versati. Nel Pd il deputato renziano Yoram Gutgeld pensa invece a un prelievo del 10% sulle pensioni superiori a 3.500 euro e al blocco delle indicizzazioni per due anni. Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) ha già presentato a giugno una proposta di legge per ricalcolare le pensioni superiori a 10 volte il minimo (quasi 5mila euro) ammettendo importi superiori solo se giustificati dai contributi versati.

Le proposte basate sul ricalcolo della pensione col metodo contributivo presentano però un problema, spiegano i tecnici: non è possibile ricostruire nel dettaglio la storia contributiva delle persone prima del 1974 nel settore privato e prima del 1996 in quello pubblico perché l’informatizzazione è arrivata solo dopo. Ecco perché, alla fine, resta la tentazione di percorrere la strada più semplice e sperimentata: la proroga del blocco della perequazione deciso dalla Fornero e che scade alla fine del 2013. Giovannini, però, ha in mente un obiettivo più ambizioso.

Enrico Marro – Corriere della Sera – 20 agosto 2013 

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