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Taglio partecipate, centomila posti a rischio mobilità. Lo Stato può eliminare 5mila società. Malumori sull’azzeramento dei Cda

Ma mette nel mirino anche l’occupazione. La razionalizzazione delle società – “da ottomila a mille”, era lo slogan del premier Renzi nel 2014 – porta con sé la riduzione dei posti. Almeno centomila, secondo i primi ragionamenti, sarebbero a rischio. Non nell’immediato, ma nel giro di tre anni, quando saranno alienate almeno 5 mila società delle 7.767 totali.

Difficile un calcolo preciso, però. Le fonti sono tre e discordi l’una dall’altra. L’Istat totalizza 7.767 partecipate, con quasi un milione di addetti (927.559). La Corte dei Conti ne calcola 7.684, ma senza comunicare il numero di lavoratori. Il rapporto 2014 di Cottarelli, l’ex commissario alla spending review, riferisce di 7.726 partecipate su dati Mef, ma con mezzo milione di dipendenti (501.420).

Prendendo il dato più recente, fornito da Istat a novembre ma sui bilanci 2013, le prime a saltare dovrebbero essere 2.099 con 94.021 lavoratori. Secondo quale criterio? Quello della forma societaria. La riforma prevede all’articolo 3 che le amministrazioni pubbliche «possono partecipare esclusivamente a società costituite in forma di spa o srl»: quasi 5.700, dunque il 73% del totale attuale. Il resto (cooperative, consorzi, onlus, aziende speciali, etc.) deve essere «alienato». Non è l’unico criterio, ma certo una prima netta scrematura. Poi subentra l’articolo 4 del decreto, quello con i cinque ambiti. Le società fuori da questi non possono considerarsi partecipate pubbliche. Ovvero se non producono opere pubbliche o servizi di interesse generale, anche in partenariato con un imprenditore privato selezionato con gara. Ad oggi, le classificazioni Istat per settori di attività economica non consentono di capire chi passerà questo secondo esame.

Ne esiste un terzo, chiamato “piano di razionalizzazione”, da effettuarsi ogni anno entro il 31 dicembre. Lo sfoltimento scatterà ad esempio per le società prive di dipendenti o che «abbiano un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti». Secondo il dossier Cottarelli, ricadono in questo criterio 3.035 partecipate: 1.303 hanno zero addetti, 1.732 uguali o inferiori a cinque (e i membri di cda possono essere tre o cinque). In media dunque traballano altri 5-6 mila posti. Sommati ai 94 mila precedenti fanno 100 mila. Un calcolo per difetto. Perché tra i criteri di dismissione c’è pure il fatturato medio nel triennio precedente non superiore a una determinata soglia da fissare. Oppure rosso di bilancio per quattro dei cinque esercizi precedenti. In totale, le società in bilico sarebbero dunque 5.134 (2.099 più 3.035).

Cosa succederà a questi lavoratori? Enrico Zanetti, sottosegretario all’Economia e leader di Scelta Civica, si chiede «per quale motivo i decreti dovrebbero prevedere per loro tutele maggiori di quelle previste per i dipendenti privati in caso di fallimento ». Ma Michele Gentile, responsabile Settore pubblico della Cgil, sostiene al contrario che se la tutela è la mobilità tra partecipate, «si tratta di una non tutela, perché la maggior parte verrà chiusa». Dunque, «nessun trattamento diverso dal privato, anzi perfino peggiorativo, visto che si applica in pieno il Jobs Act, l’internalizzazione sarà limitata solo a quei lavoratori “prestati” alle partecipate dalla Pa ».

Malumori crescenti anche nelle partecipate statali, quelle controllate dai ministeri, soprattutto il Mef. La Corte dei conti ne calcola 46, incluse le quotate (fuori dal perimetro del decreto, però). Questi gruppi, a loro volta, hanno quote in 526 società di secondo livello. Risultato, secondo i giudici contabili: duplicazioni di funzioni e un mare magnum di incarichi e consulenze esterne. Quindi bene il decreto. Se non fosse per quell’amministratore unico che azzera tutti i cda. Per come è scritta, la norma dà al governo e al Mef un potere enorme di nomina e controllo. E di discrezionalità: un Dpcm può decidere le eccezioni, cioè quali cda tenere in vita e quali no, sostituiti dall’amministratore unico. Prospettiva che suscita allarmi. «La scelta di razionalizzare è giusta – commenta un manager pubblico – ma il primo rischio è di allontanare le professionalità migliori visto che il compenso è misurato in base alla dimensione della società e non al valore del manager né ai suoi compiti. Il secondo, di creare tante società mal gestite e dunque rendere un cattivo servizio agli utenti. E poi: è giusto affidare società che gestiscono miliardi a una sola persona, quando molti cda sono a costo zero perché i membri sono ministeriali?». Il governo lavora intanto ad un secondo decreto attuativo della riforma Madia, quello sulle imprese di servizi pubblici locali (elettricità, acqua, gas, rifiuti, trasporti). Giovanni Valotti, presidente Utilitalia, che ne riunisce 500: «Dalla riforma ci aspettiamo che si riconosca la natura di impresa. Se le imprese sono inefficienti, vengano espulse. Ma sia il mercato a farlo. No a vincoli sul personale o modalità di governo».

Repubblica – 5 gennaio 2016 

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