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Tasse delle Province, la metà va allo Stato. Federalismo al contrario per 1,6 miliardi dei soldi pagati dagli italiani

di Gianni Trovati. Quest’anno gli italiani pagheranno 3,7 miliardi di tasse alle Città metropolitane e alle Province. Gran parte di questo conto sarà a carico degli automobilisti, chiamati a versare 3,4 miliardi tra addizionale sull’RcAuto e imposta di trascrizione, quella che si versa quando si registrano al Pra le compravendite di veicoli: la metà di questi soldi, però, non finirà ai lavori di manutenzione e sicurezza stradale, cioè alla loro destinazione “ufficiale”. Come mai?

La ragione è semplice: la competenza sulle strade provinciali, compresi i tanti tracciati storici (la ex statale 11 che collega Torino a Trieste, per fare solo l’esempio più noto) che negli anni lo Stato ha “devoluto” al territorio, resta agli enti di area vasta, ma 1,67 miliardi andranno dritti al bilancio statale.

Effetto-tagli

Il fenomeno si spiega con le manovre che si sono stratificate in questi anni sui bilanci locali, fino alla richiesta miliardaria presentata a Città metropolitane e Province dall’ultima legge di stabilità. Tecnicamente non si tratta di “tagli”, perché i vecchi trasferimenti statali sono stati azzerati da tempo e i conti provinciali poggiano solo sulle tasse chieste agli automobilisti e, in misura largamente inferiore, agli altri cittadini che pagano la tassa rifiuti (l’addizionale provinciale vale poco meno di 300 milioni all’anno). Le manovre, quindi, non «tagliano» ma «prelevano» quote crescenti di tasse locali per portarle allo Stato.La distinzione è sottile solo all’apparenza: il problema è sostanziale, perché il “federalismo al contrario” che è stato edificato mattone dopo mattone non si limita a confondere i contribuenti, chiamando “municipali” o “provinciali” tasse che finiscono allo Stato, ma produce più di un paradosso. A danno dei contribuenti. Per capirlo bisogna tornare ai numeri. Sono numeri ufficiali, elaborati dalla Sose (la società per gli studi di settore che è stata incaricata di studiare con le amministrazioni locali anche i “fabbisogni standard” di Comuni, Città metropolitane e Province) e scritti nella nota metodologica presentata dal Governo per illustrare la distribuzione dei sacrifici 2015 fra gli enti di area vasta.

Il fondo «negativo»

Importante è il punto di partenza. Anche se la legge di stabilità non avesse chiesto un euro in più, il fondo «di riequilibrio» delle Province, vale a dire lo strumento con cui secondo il federalismo i territori più ricchi dovrebbero aiutare quelli più poveri, sarebbe stato negativo per 772 milioni: questi soldi, cioè, sarebbero stati versati direttamente allo Stato. La manovra aggiunge un carico da 900 milioni (più altri 100 chiesti agli enti delle Regioni autonome, che però non partecipano direttamente alla prima fase della “riforma”) e porta quindi a 1,672 miliardi il “canone” che sindaci delle Città metropolitane e presidenti di Provincia devono pagare quest’anno. In media, insomma, un euro di tasse provinciali su due va allo Stato, ma la situazione effettiva dei singoli territori dipende dall’incrocio di più variabili:?alla fine dei conti, la richiesta più pesante arriva a Verbania, che girerà a Roma l’84,6% delle proprie tasse, seguita da Monza e Livorno, mentre fra le Città metropolitane il primato spetta a Milano sia secondo la ripartizione dei tagli decisa dal Governo sia secondo la controproposta dell’Anci. Solo quattro Province riusciranno a tenersi anche quest’anno tutte le loro entrate fiscali, ma una (Vibo Valentia) è già in dissesto:

La sfida dell’applicazione

Come possono tornare i conti? Anche la risposta a questa domanda si trova nei calcoli governativi sui fabbisogni standard, cioè sul “prezzo giusto” che dovrebbero avere le funzioni fondamentali assegnate a Città metropolitane e Province dalla riforma Delrio. In pratica, il cervellone della Sose ha misurato i chilometri di strade presenti in ogni Provincia, il numero di veicoli circolanti, di edifici scolastici, popolazione e altre variabili per calcolare il «costo efficiente» delle funzioni fondamentali. Risultato: le Province ce la possono fare con 2,4 miliardi, spendendo circa il 35% in meno di quanto dedicato l’anno scorso alle stesse attività, per cui il resto delle tasse “provinciali” può essere girato allo Stato o, per usare un linguaggio più tecnico, serve a «finanziare i tagli» che le manovre economiche hanno introdotto negli ultimi anni. Ovvio che, in questo modo, i contribuenti non risparmiano nulla, perché la pressione fiscale si limita a cambiare direzione, dagli enti locali al bilancio centrale. Anzi, per tenere insieme spese e tagli, la «capacità fiscale» di ogni territorio, in pratica la quantità di tasse che possono essere raccolte dalla Provincia o dalla Città metropolitana, è stata calcolata con l’aliquota massima, con il risultato che le poche città come Firenze, dove l’addizionale RcAuto era rimasta ferma al 10,5%, dovranno alzarla al 16% per provare a far quadrare i conti.

Il sole 24 Ore – 27 aprile 2015 

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