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Tensione per le urne, lo spread balza a 200. Il differenziale chiude poi a 178. Pesano i timori per i contraccolpi su esecutivo e riforme

Le tensioni della campagna elettorale per le prossime elezioni del Parlamento europeo contagiano anche i titoli di Stato e lo spread tra i Btp decennali con gli analoghi Bund tedeschi vola di nuovo a quota 200 punti, con un rendimento del 3,35%. Anche se a fine giornata il differenziale torna indietro e chiude a 178 punti, con un rendimento del 3,21%, in parte grazie all’insuccesso dell’asta dei titoli tedeschi, andata parzialmente scoperta. A fronte di un’offerta di 5 miliardi di euro di Bund, il governo di Berlino ha ricevuto domanda solo per 4,23 miliardi.

Sul mercato del debito non pesa soltanto il timore di un’affermazione dei partiti euroscettici e anti euro, ma anche delle conseguenze che il voto potrebbe avere in alcuni Paesi, dove un indebolimento della coalizione di governo potrebbe rallentare il percorso delle riforme annunciate. Come in Italia, o in Grecia.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, valuta il segnale proveniente dai mercati come «il timore che ci sia più incertezza sul futuro della politica economica in Europa». Politica, ma più domestica, l’interpretazione di Maurizio Sacconi, capogruppo di Ncd al Senato: «L’aumento del costo del collocamento dei titoli del debito pubblico appare essere diretta conseguenza dell’incertezza politica legata al voto di domenica», sostiene. E avverte che «un esito elettorale che dovesse premiare le forze politiche ostili al governo e all’Europa comporterebbe ulteriori oneri per tutti». Le conseguenze? «Una manovra economica con inevitabili effetti depressivi» e «condizioni più difficili di erogazione del credito». Per uscire dalla trappola dello spread, suggerisce l’ex premier Enrico Letta, «c’è bisogno di dare risposte rassicuranti e non di dare l’idea che il nostro Paese possa essere in mano al populismo e alla deriva in questo modo. Ecco perché c’è bisogno di un buon risultato elettorale».

Al rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato italiani, però, contribuisce un insieme di fattori diversi, oltre all’incombente scadenza elettorale. Molti investitori vendono in questo momento per incassare i ricchi guadagni dopo la risalita dei prezzi negli ultimi mesi (come è noto quando i rendimenti dei titoli di Stato scendono, i prezzi si muovono in direzione opposta). Altri investitori, invece, scelgono di alleggerirsi adesso perché la caduta dei rendimenti, che la settimana scorsa hanno segnato un minimo del 2,90%, non giustifica più il rischio del Paese Italia rispetto ai più sicuri Bund tedeschi. Non solo. Pesa anche la situazione economica europea. È vero che è migliorata moltissimo rispetto al passato, ma la crisi non è finita, come hanno segnalato i risultati deludenti e inferiori alle attese del Pil nel primo trimestre, dati che hanno raffreddato gli entusiasmi sulla crescita del Continente. A cui si sommano i timori di un rallentamento dell’economia negli Stati Uniti e in Cina.

Così i grandi investitori esteri preferiscono fare un passo indietro e attendere. Con gli occhi puntati anche sulla Bce, che il 5 giugno dovrebbe intervenire: con un taglio dei tassi, ora allo 0,25%, accompagnato o meno da misure anticonvenzionali, per scongiurare il pericolo di deflazione e indebolire l’euro, se il quadro economico attuale non cambierà.

Giuliana Ferraino – Corriere della Sera – 22 maggio 2014 

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