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Terapia intensiva scatta l’allarme: “Le macchine ci sono. Mancano i medici”. I primari: “Ampliare i reparti? Abbiamo difficoltà a reperire operatori”

Repubblica. I pazienti in terapia intensiva adesso sono 705, poco più del 10 per cento dei posti disponibili. Ma la progressione è costante, raddoppia in una settimana. Continuando così domenica prossima si rischia di arrivare a 1500. « Non siamo in una fase drammatica, i ventilatori sono nella disponibilità delle regioni », ribadisce il commissario Arcuri mentre il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia ai governatori che chiedono ulteriori aiuti, risponde: «Dovete attivare tutti i ventilatori polmonari che abbiamo distribuito. Possiamo arrivare fino a 10mila posti in terapia intensiva immediatamente disponibili». La Lombardia è tra le regioni che non ha attivato tutti i ventilatori ( dei 383 ventilatori ne ha montati solo 122), ma piccato l’assessore alla Salute Gallera ribatte: « I ventilatori li stiamo usando tutti, per l’estensione delle terapie intensive Arcuri non ha ancora individuato chi deve fare i lavori negli ospedali, le uniche carenze sono le sue».
I posti dunque sulla carta ci sono. Ma se 1670 dei 3100 inviati alle regioni dal commissario per l’emergenza Arcuri sono ancora chiusi nei magazzini non è solo perchè non ce n’è ancora necessità ma anche perchè non ci sono i medici. Prendiamo l’Abruzzo, 123 posti prima della pandemia, solo 10 in più adesso nonostante i ventilatori in dotazione siano 66. La regione passa per quella con il tasso di saturazione più alto d’Italia ma il primario di Terapia intensiva de L’Aquila Franco Marinangeli spiega: «Siamo alla vigilia dell’emergenza, abbiamo sei posti di terapia intensiva Covid occupati, ne possiamo attivare fino a 30 posti, se ci dovesse essere necessità. Il motivo per il quale non apriamo altri moduli è legato alla difficoltà di reperire personale: e questa è un’emergenza nell’emergenza perché saremo costretti a trasferire personale da altri reparti con conseguente riduzione delle prestazioni per altre patologie ». La stima è che ci vorrebbero almeno 4.000 anestesisti rianimatori per far funzionare gli 8.288 posti di terapia intensiva che sono immediatamente attivabili in Italia ma che le regioni non hanno attivato del tutto, lasciando negli scatoloni 1670 ventilatori già consegnati mentre altri 1300 sono disponibili ma fermi in attesa di capire dove serviranno.
Qualcuno invece è andato pure oltre quasi raddoppiando la capacità delle terapie intensive investendo risorse proprie: il Veneto su tutti. «Abbiamo terapie intensive per curare mille persone», dice il governatore Luca Zaia. Dai 494 posti preCovid, con i 283 ventilatori forniti da Arcuri, il Veneto avrebbe dovuto attivare 777 posti e invece ne ha già disponibili 825, con una percentuale di 16,8 posti letto per 100.000 abitanti, la più alta d’Italia. Ha più che raddoppiato anche la Val d’Aosta e il Friuli Venezia Giulia ha già attivato 175 posti, più dei 167 programmati. La più parte delle altre regioni, però, non ha ancora attivato tutti i posti previsti, nonostante il raggiungimento (ormai non più così lontano) dell’occupazione del 30 per cento delle terapie intensive sia considerato limite per non mandare in tilt le rianimazioni. L’Emilia Romagna, con 412 ventilatori, è la regione cha ha ricevuto la dotazione più alta ma è lontana dall’aver attivato gli 861 posti programmati e ne ha pronti 516. il Lazio 176 su 240. E la Campania ha utilizzato la metà della sua dotazione di 281 ventilatori. Fanalino di coda è l’Umbria: i 60 ventilatori arrivati sono tutti negli scatoloni.

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