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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Terra dei fuochi, vietato coltivare e vendere prodotti. Il ministero della Salute blocca i generi commestibili di 51 aree campane
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    Terra dei fuochi, vietato coltivare e vendere prodotti. Il ministero della Salute blocca i generi commestibili di 51 aree campane

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche12 Marzo 2014Nessun commento3 Minuti di lettura
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    La Terra dei fuochi ad alto rischio per la salute sarà anche “solo” il 2% delle aree mappate in 57 comuni campani, ma intanto in quei 51 siti segnati con il cerchio rosso dal Ministero delle politiche agricole, 64 ettari di terreno destinato ad allevamenti e coltivazioni, scatta il divieto di produrre e vendere qualsiasi cosa sia commestibile.

    Area “No food” in attesa di più approfonditi accertamenti, proclama il decreto firmato ieri dai Ministri della Salute, Beatrice Lorenzin, dell’Ambiente, Gianluca Galletti e dell’Agricoltura, Maurizio Martina. Quindi da quegli appezzamenti considerati a più alto rischio da oggi niente più mozzarelle, ma nemmeno carne, latte, formaggi, frutta, verdura, patate e pomodori. Nulla di nulla. «Le particelle di terreno considerate a livello di pericolo 3, 4 e 5, saranno recintate e al loro interno vietata qualsiasi coltivazione o allevamento», assicura il commissario dell’Agea, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, il finanziere Giovanni Mainotti. Il quale a tre mesi dal varo del decreto che prevede l’uso dell’esercito per presidiare la Terra dei fuochi, ammette: «Non posso mettere la mano sul fuoco che sversamenti e incendi non proseguano».

    Fino a novembre dello scorso anno però, lo scempio documentato dalla mappa del pericolo presentata ieri è andato avanti. Tra riprese per vie aeree e controlli fatti a terra da Nas e Procure sono state rilevate la bellezza di oltre 1600 irregolarità: incendi prolungati per oltre cinque ore, scavi, interramenti, repentini cambi di destinazione del suolo. E se nelle aree a più alto rischio il blocco della produzione agroalimentare è scattato da subito nelle altre, dove il semaforo segna per ora luce gialla si potrà continuare a produrre, ma a patto sia stata rispettata almeno una di queste due condizioni: che ci siano stati controlli ufficiali con esito favorevole negli ultimi 12 mesi; «che siano state effettuate indagini, su richiesta e con spese a carico dell’operatore, dall’autorità competente, con esito analitico favorevole». A garantire che sulle nostre tavole arrivino prodotti controllati saranno Istituto superiore di sanità, Nas e Ispettorato repressione frodi dell’Agricoltura.

    Comunque sia, il decreto interministeriale prevede che entro 90 giorni le indagini spacchettino i chilometri quadrati “sospetti”, in tre aree: una rossa “no food”, dove sarà interdetta qualsiasi produzione alimentare; una gialla destinata a produzioni diverse da quella agroalimentare; una verde, ma per modo di dire, destinata solo a determinate produzioni agroalimentari.

    Compito mica semplice perché, come ammesso dal titolare dell’Ambiente Galletti «a livello europeo esistono criteri oggettivi per stabilire i livelli di rischio dell’inquinamento delle acque ma non altrettanto per i terreni». E infatti a Caivano, uno dei comuni più inquinati, è già scattato il sequestro di 13 pozzi per ordine del Tribunale di Napoli, mentre per le coltivazioni la prima mossa l’ha fatta il decreto varato ieri dal tris di Ministri, che insieme al governatore della Campania Caldoro, hanno continuato a recitare il mantra sulla qualità e sicurezza dei prodotti campani, che ricoprono un ruolo fondamentale nell’economia della regione.

    Intanto il ministro Lorenzin ha annunciato l’avvio della campagna di screening sanitario sulla popolazione. Quei dati diranno presto se siamo di fronte a una nuova Ilva.

    La Stampa – 12 marzo 2014 

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