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Terremoto. Allevatori in crisi per sistemare 11 mila mucche e 22 mila pecore. A rischio le tradizionali produzioni di latte e formaggi

Paolo Festuccia. A Poggio Cancelli, lungo l’unica strada percorribile che dal lago di Campotosto arriva fin sotto Amatrice, si incontra Emilio. Con lui, a bordo strada, un centinaio di pecore. Poco più in là, all’aperto, mucche e cavalli. Emilio è abituato al terremoto. E non potrebbe essere altrimenti, visto che dal 2009 vive in un modulo abitativo ottenuto dopo il sisma dell’Aquila.

E’ ormai abituato alle scosse, anche se fanno sempre paura. Troppa paura. «Sia io che gli animali ci abbiamo fatto quasi il callo. Loro sono più spauriti di me…». In queste zone tra l’aquilano e l’amatriciano uomini, pastori e allevatori vivono in simbiosi perfetta con gli animali. Si soccorrono e si sostengono a vicenda. Sono il reddito principale, insieme all’industria boschiva, di tutta l’area: dal rinomato guanciale fino al latte e alle carni. Del resto si contano quasi 11 mila mucche da latte e più del doppio delle pecore. Amelia, la titolare di Casale Nibbi racconta che sotto Sommati «qualche capo è andato perduto, piccoli numeri però». Per fortuna, «che molte stalle sono prefabbricate». «A noi si sono inclinati i silos dei cereali e da quella tragica notte del 24 agosto siamo bloccati con la mungitura».

A stare fermi sono quasi tutti i sessanta produttori di latte della zona. Diciotto tra loro potevano contare sul Caseificio storico di Amatrice che ogni mattina passava con i loro mezzi a ritirare il latte. «Ora noi lo teniamo in due grandi contenitori refrigerati ma non potrà durare a lungo ancora così», spiega Amelia, anche perché «tra i primi problemi c’è la carenza d’acqua». Ce ne è poca in zona e a soffrirne di più sono maiali e mucche da latte. «Sotto la costa di Amatrice – riprende Emilio – nella zona di Saletta e Sommati un paio di capi sono andati perduti ma i danni sono stati pochi. Molti animali durante la stagione estiva vivono all’aperto la notte. Soprattutto le pecore, per questa ragione si sono salvati».

Il nodo vero spiega Simone Petrucci titolare del Caseificio storico di Amatrice, «è la viabilità. I nostri mezzi non riescono a transitare. Da due giorni è tutto fermo e non riusciamo a ritirare il latte dai nostri produttori». Ogni giorno gli ovini della zona producono oltre mille quintali di latte. Solo per il caseificio storico dei fratelli Petrucci si riempiono cisterne per 2500 litri. «Diventano formaggi che portiamo in tutta Italia, fino alla Sicilia. Siamo bloccati in queste ore, ma sa cosa le dico? Che dai nostri clienti non è arrivata nemmeno una lamentela, anzi è stata tutta una gara di solidarietà. Ci hanno chiamato e inviato aiuti».

Come racconta pure Gino, ottantacinque primavere sulle spalle. Anche lui tra Resposi e Saletta, dove le case sono cadute giù una dopo l’altra, accompagna, lungo la strada, un piccolo gregge: «sono senza casa, vivo con loro tra la stalla e la macchina di mio figlio. Loro si sono spostati da Amatrice, ma io non lascio i miei animali, hanno bisogno d’acqua e di ricovero, a me invece basta poco». Del resto ricordano i vecchi pastori, «per loro bastava un pezzo di guanciale e un po’ di farina per fare la gricia, le tende lasciamole a chi non ha niente».

E di cittadini senza nulla ce ne sono tanti. Così come ci sono anche molti animali senza padrone: da Amatrice ad Accumoli. «Qui intorno – spiega il vecchio Bucci – ci sono anche animali che pascolano in montagna. Nei prossimi giorni si capirà meglio quanti sono e soprattutto di chi sono. Sono marchiati uno ad uno». Certo, aggiunge con le lacrime agli occhi, «loro sapranno arrangiarsi molto meglio di noi che siamo diventati moderni».

Moderni, dunque, ma senza gas ed con poca acqua. «Ecco – riprende Simone Petrucci – per far ripartire Amatrice sono indispensabili strade ed energia. Se riparte il gas ripartiamo anche noi. Riprenderemo a raccogliere il latte e riprenderemo a ridare vita ad una comunità». Prima ci riuscirà e prima si ripartirà.

La Stampa – 29 agosto 2016 

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