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Tfr. Due intervistati su tre dicono no alla liquidazione versata in busta paga: meglio le pensioni integrative

Una delle tante urgenti necessità del Paese, forse la prima, è il rilancio della domanda interna, aiutando le famiglie a far ripartire i consumi. In questa direzione, con esiti ancora da valutare appieno, andava la scelta di inserire il bonus di 80 euro nelle buste paga dei redditi medio bassi.

E in questa direzione dovrebbe andare la proposta di cui si sta discutendo a latere del percorso del Jobs act, di utilizzare (non è ancora definito se in tutto o in parte) la «liquidazione» come integrazione dello stipendio anziché come risorsa da procrastinare al momento dell’uscita dall’azienda o, in alcuni casi, come strumento per la costruzione di un percorso di previdenza integrativa.

Cosa sanno e cosa pensano gli italiani in generale e i lavoratori dipendenti in particolare di queste proposte? Come su molti dei temi che riguardano il mondo del lavoro l’interesse è alto: il 45% dei nostri intervistati ha seguito con attenzione questo aspetto, 42% almeno superficialmente. Con una netta differenza tra i lavoratori dipendenti privati (al momento sembrerebbero gli unici direttamente coinvolti nella possibile riforma) che per oltre due terzi hanno seguito con attenzione questo tema e i dipendenti pubblici che invece vi hanno prestato un ascolto assai più superficiale.

Consensi limitati

Il Tfr in busta paga riscuote però consensi molto limitati: solo il 26% degli italiani (e il 21% dei lavoratori dipendenti) apprezzerebbe di avere qualche soldo in più mensilmente (o in un’unica tranche annuale) ad integrazione del proprio salario. Più di due terzi (e quasi tre quarti dei dipendenti) gradirebbe maggiormente avere la classica liquidazione al termine del rapporto lavorativo. Anche in questo caso ci sono differenze apprezzabili tra privati (il 28% lo vorrebbe in busta paga) e pubblici (19%) ma in entrambi i segmenti di lavoratori la contrarietà alla proposta è netta.

Sembrerebbe un atteggiamento irrazionale: in un momento di acuta crisi come quello attuale ci si aspetterebbe che ogni aiuto venisse salutato con favore.

La previdenza

In realtà bisogna tener conto di un atteggiamento largamente diffuso nel Paese: il timore del futuro e l’impellente necessità di risparmiare proprio per far fronte ad una prospettiva sempre meno tranquillizzante. È una cosa che molte famiglie stanno già facendo: contenere i consumi per ricostituire il capitale perso in questi ultimi anni.

Uno dei temi sollevati in termini critici rispetto alla proposta è relativo all’attuale utilizzo di una parte dei lavoratori dipendenti del Tfr per la previdenza complementare, cioè per avere una pensione integrativa rispetto a quella pubblica.

L’inserimento del Tfr in busta paga potrebbe ridurre ulteriormente la quota di chi aderisce alla previdenza complementare. È un rischio non trascurabile: circa il 30% dei dipendenti pensa che molti lavoratori rinuncerebbero ai versamenti pur di avere qualche soldo in più in busta paga.

I dubbi delle imprese

L’altro aspetto critico, in parte ridimensionato negli ultimi giorni, proveniva dalle organizzazioni aziendali: per le piccole e medie aziende sotto i 50 dipendenti la riforma sarebbe un salasso, poiché il Tfr è liquidità disponibile e la sua assenza costringerebbe gli imprenditori a ricorrere al credito con un aggravio dei costi. È una tesi condivisa da più di due terzi degli italiani e dei dipendenti (solamente tra i privati una quota apprezzabile, il 32%, ritiene che le pmi potrebbero trovare senza problemi altre fonti di finanziamento). Anche questo è un dato che non sorprende: da tempo infatti i lavoratori sono solidali con gli imprenditori (in particolare i piccoli, sentiti come più vicini) che ogni giorno combattono la loro battaglia sul mercato.

Tra spese e risparmio

Ma in definitiva, l’eventuale reddito disponibile in più nel salario dei lavoratori, avrebbe un effetto immediato sui consumi? Probabilmente sì, ma sembra che non sarebbe un effetto importante, o almeno tale da cambiare il segno del ciclo economico: certo, un quarto dei dipendenti (ma un terzo dei privati) lo spenderebbe tutto o quasi per consumi, tuttavia prevale chi pensa che lo destinerebbe a risparmio integralmente o per la maggior parte (36% tra i dipendenti privati, 37% tra i pubblici) e una quota che oscilla tra un quarto dei privati e un terzo dei pubblici la userebbe parte per consumi e parte per risparmio.

Insomma anche in questo caso sembra prevalere la necessità di cautelarsi per il futuro. Gli italiani si stanno abituando, spesso con fatica, alla maggiore austerità dei consumi e sono storicamente delle formiche. Anche questa volta lo confermano, sia pure a scapito della necessità di una ripresa a breve.

Il Corriere della Sera – 13 ottobre 2014 

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