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Tfr. Palazzo Chigi non molla: si apre il fronte di Fondi e Inps. Cosa accadrebbe col passaggio di una quota in busta paga?

tfr3Roberto Mania. Palazzo Chigi non molla sull’operazione Tfr. «Al 90 per cento riusciamo a realizzarla con la legge di Stabilità», dicono gli esperti del governo che hanno in mano il dossier. La Ragioneria generale dello Stato, guidata da Daniele Franco, ci sta lavorando e non ha posto veti tecnici. Non è poca cosa. Anche oggi gli uffici del ministero dell’Economia in Via XX settembre, aperti in vista del varo della Finanziaria, continueranno a simulare le soluzioni per proporre l’opzione più solida. Se ne sarebbero definite due e nei prossimi giorni si vedrà quale sarà scelta. Da Washington — è vero — il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha espresso cautela, ha ricordato che intervenire sul Tfr ha diverse conseguenze economico- finanziarie collaterali perché tocca i meccanismi di finanziamento delle piccole imprese chiamando in causa le banche.

E perché può incrinare il processo di consolidamento dei fondi integrativi previdenziali decollati solo da pochi anni, perché, infine, può avere effetti negativi sul bilancio statale.

Ma quella del ministro dell’Economia non è una presa di distanza dalla scelta politica di giocare la carta dell’anticipo della liquidazione su base volontaria per tentare di rilanciare i consumi interni dopo il flop degli 80 euro. Il premier Matteo Renzi è assolutamente convinto che valga la pena provarci, purché non si danneggino le piccole aziende le quali utilizzando il Tfr come una sorta di prestito da parte dei dipendenti in alternativa al credito bancario. E Padoan è sì un tecnico ma, da sempre, ad alta sensibilità politica. Finora si è mosso in sintonia con il premier. Probabilmente avrebbe preferito destinare alla riduzione dell’Irap (cioè a favore delle imprese) i 10 miliardi circa che sono serviti ad aumentare le buste paga dei redditi più bassi, ma non ha mai contestato l’opportunità di far leva sul taglio delle tasse per liberare un po’ d’ossigeno nel sistema economico. Ora comprende tutte le controindicazioni tecniche sull’operazione Tfr ma non è contrario a definirla. D’altra parte chi decide è, appunto, Palazzo Chigi. E lo schema del passato di un conflitto più o meno latente tra il tecnico di turno dell’Economia e la politica stenta ad applicarsi questa volta. Certo Padoan soffre la velocità con cui Renzi passa da una proposta a un’altra. Spetta a lui la verifica della fattibilità di ciascuna idea. L’”annuncite” (copyright dello stesso Renzi) mal si concilia con il rispetto delle procedure tecniche che deve seguire chi è stretto tra la recessione interna e i vincoli esterni europei.

Il governo ha intanto incassato il via libera delle piccole imprese industriali. Ci sta la Confindustria, nonostante le prime dichiarazioni contrarie del presidente Giorgio Squinzi, perché ritiene che ci siano le garanzie per i piccoli. Sembra che ci sia anche la disponibilità delle banche a “sostituire” il Tfr con un credito a tassi agevolati. Le banche, dunque, anticiperanno i soldi al lavoratore interessato e le aziende li restituiranno alle banche una volta che quel lavoratore cesserà il rapporto. L’ipotesi di un intervento della Cassa depositi e prestiti sembrerebbe meno probabile.

Ci sono poi altre due questioni di non semplice soluzione. L’operazione Tfr non dovrà compromettere la stabilità del sistema dei fondi pensionistici integrativi. È possibile che i lavoratori che hanno optato per destinare il proprio Tfr nei fondi possano essere esclusi, ma questo genererebbe una differenza di opportunità. Ci sono poi quei circa 6 miliardi di euro che le aziende con più di 50 dipendenti versano a un fondo dell’Inps anziché tenerli come autofinanziamento. Se non andranno più all’Inps (cioè allo Stato) si dovrà registrare una mancata entrata che solo in parte sarà compensata dal maggiore gettito fiscale (da 1,7 miliardi a un massimo teorico di 5,6 miliardi) derivante proprio dall’anticipo del Tfr. Non questioni da poco, insomma, per un bilancio pubblico sull’orlo del precipizio. (Repubblica – 12 ottobre 2014)

Lo Speciale di Plus24. Cosa accadrebbe in caso di passaggio di una quota parziale del Tfr in busta paga?

Vitaliano D’Angerio e e Gianfranco Ursino da Plus24. Già ora si può sbloccare il Tfr. Sanità, casa lavoro: tutti i motivi per monetizzare la “liquidazione” con un occhio al futuro. La distribuzione mensile del Tfr, su cui sta lavorando il Governo Renzi, sicuramente sarà un aiuto per le famiglie in difficoltà economiche. Un’ipotesi che però mette a serio rischio, seppur lasciando libertà di scelta al lavoratore, il ruolo di ammortizzatore sociale che fino ad oggi è stato ricoperto dal Tfr. Una forma di risparmio forzoso che, solo per fare un esempio, ha consentito a molte persone di avere un salvagente in caso di licenziamento.Non solo. Il lavoratore già oggi può chiedere un sostanzioso anticipo del Tfr, in alternativa alla richiesta di prestiti, per comprare casa o per necessità di cure mediche urgenti.

Una soluzione che ha il vantaggio di mettere a disposizione una somma che non va restituita e che consente inoltre di poter continuare a disporre di una linea di credito con la banca.

La via dell’anticipazione di parte della retribuzione, che oggi è accantonata forzosamente dal lavoratore, può essere percorsa anche da chi ha scelto di versare il Tfr a una forma di previdenza complementare e, per di più, con maggiore flessibilità. In azienda, infatti, le richieste sono soddisfatte annualmente entro i limiti del 10% degli aventi diritto e comunque del 4% del totale dei dipendenti. Chi aderisce al fondo negoziale di categoria può chiedere invece anticipazioni senza il tetto del numero di dipendenti. Per l’acquisto della prima casa e per gravi motivi di salute il lavoratore può chiedere all’azienda fino al 70% del Tfr, una percentuale che sale al 75% della posizione maturata nella previdenza complementare. In quest’ultimo caso, per far fronte a spese sanitarie impreviste, può essere chiesto l’anticipo al fondo pensione senza l’anzianità di servizio di 8 anni richiesto invece per il Tfr. Inoltre nei fondi il 30% della posizione individuale maturata è sempre a disposizione dell’iscritto per generiche esigenze, in questo caso dopo almeno 8 anni di iscrizione. Una maggiore flessibilità per le anticipazioni richieste dagli aderenti ai fondi pensione che può crescere ulteriormente se il Governo accetterà le condizioni che i vertici degli enti pensionistici sono pronti a mettere nei prossimi giorni sul tavolo di discussione (vedi articolo a lato).

Chiedere in anticipo una parte del gruzzoletto finora accantonato «obbligatoriamente», è anche più conveniente dal punto di vista fiscale se si è iscritti a un fondo pensione (vedi articolo a pagina 7). Tutti fattori che vanno considerati e ben valutati, prima di prendere la decisione sulla destinazione del proprio Tfr.

Negli ultimi anni sta crescendo il numero dei lavoratori che chiedono anticipazioni del Tfr o delle proprie posizioni accantonate nella previdenza complementare. Solo le anticipazioni richieste ai fondi pensione sono passate da 93.875 del 2012 a 112.039 del 2013 (+19%), mentre i riscatti per perdita del lavoro o decesso dell’aderente sono aumentate nello stesso arco temporale da 95.888 a 98.483 (+3%). Senza il denaro accumulato finora forzatamente, un domani come faranno?

Il lavoratore che versa il Tfr all’azienda ha a disposizione l’intera somma accantonata

 Il lavoratore che perde il posto ma trova un’altra occupazione nel giro di 12 mesi, può chiedere il trasferimento della posizione maturata al nuovo fondo pensione. Se rimane senza lavoro da 12 a 48 mesi o se messo in mobilità, cassa integrazione può invece riscattare il 50%. Il riscatto totale della posizione individuale è ammesso in caso di invalidità permanente e in caso di inoccupazione superiore ai 48 mesi

Possibile ottenere anticipi per congedi parentali e formativi.

In generale possono essere previste condizioni di miglior favore dai contratti collettivi o da patti individuali tra lavoratore e datore di lavoro.

I contratti collettivi possono altresì stabilire criteri di priorità per l’accoglimento delle richieste di anticipazione Nei fondi è possibile chiedere fino al 30 per cento del maturato genericamente “per ulteriori esigenze”, dopo almeno 8 anni di iscrizione Le richieste sono soddisfatte annualmente entro i limiti del 10% degli aventi diritto e comunque del 4% del totale dei dipendenti.

L’anticipazione può essere ottenuta una sola volta nel corso del rapporto di lavoro.

Le aziende con meno di 25 dipendenti possono erogare l’anticipo del Tfr ma non sono obbligate a farlo (al riguardo si veda la sentenza Cass. civ., 06/03/1992, n.2749, Sez.lav.) Non sono previsti limiti per il numero di dipendenti che può chiedere anticipazioni a chi aderisce al fondo negoziale di categoria.

Nessun limite al numero delle richieste di anticipazione della posizione individuale maturata presso il fondo ma unicamente vi sono le limitazioni all’entità da erogare riportate negli altri casi Non è possibile erogare l’anticipo del Tfr ai lavoratori quando l’azienda si trova in stato di crisi, ai sensi della L. 12.08.1977, n. 675.

Di per sè lo stato di crisi aziendale non impedisce al lavoratore di ottenere l’anticipo per una delle motivazioni a lato riportate (acquisto prima casa, motivi di salute, etc).

Ma la firma di un contratto di solidarietà, con conseguente riduzione dell’orario di lavoro, non è un’ulteriore motivazione per aver diritto al riscatto della posizione maturata. L’imposta è applicata con l’aliquota determinata con riferimento all’anno in cui è maturato il diritto alla percezione, corrispondente all’importo che risulta dividendo il suo ammontare, aumentato delle somme destinate alle forme pensionistiche di cui al Dlgs 124/1993 e al netto delle rivalutazioni già assoggettate a imposta sostitutiva, per il numero degli anni e frazione di anno preso a base di commisurazione e moltiplicando il risultato per 12. Per le anticipazioni richieste per spese sanitarie l’imponibile è tassato al 15%, un’aliquota che però si riduce dello 0,30% per ogni anno di partecipazione successivo al 15esimo, fino a una riduzione massima del 6 per cento. In ogni caso, dopo 35 anni si applica un’aliquota del 9 per cento. Per altre spese, come l’acquisto e la ristrutturazione della prima casa, l’aliquota è del 23% .

Rendere più facile l’anticipazione

Vitaliano D’Angerio. «Da una parte ci chiedono di investire nelle infrastrutture italiane e dall’altra bloccano il flusso del Tfr, nostra principale fonte di approvvigionamento. A che gioco stiamo giocando?». Manager e gestori dei fondi pensione italiani sono perplessi e anche un po’ nervosi. Stanno cercando di decifrare i recenti messaggi del Governo Renzi.

Intanto si portano avanti mettendo sul tavolo le loro proposte che vanno incontro alle esigenze dell’Esecutivo (più soldi subito agli italiani) senza smontare l’industria della previdenza complementare. A illustrarle è Maurizio Agazzi, navigato manager del settore nonché direttore generale di Cometa, fondo dei metalmeccanici, il più grande per patrimonio (8,5 miliardi). «Le ipotesi sono due – spiega Agazzi -. La prima: al termine dei 2/3 anni di Tfr in busta paga, proponiamo che diventi obbligatorio il versamento della liquidazione al fondo. La seconda: dimezzare il periodo di iscrizione al fondo, oggi di 8 anni, per chiedere l’anticipazione del 30% di quanto maturato». In quest’ultimo caso, già ora non c’è bisogno di giustificare la richiesta e quindi si raggiungerebbero gli stessi obiettivi del Tfr in busta paga senza scardinare il sistema di previdenza complementare.

Le due proposte saranno discusse mercoledì 15 ottobre, nel corso della consulta di Assofondipensione, associazione che riunisce i fondi negoziali. Un confronto sul tema c’è già stato ieri durante l’incontro a porte chiuse rappresentanti del ministro dell’Economia, Piercarlo Padoan, e i manager di Casse e fondi: al centro del meeting, gli investimenti degli enti nelle infrastrutture italiane. E su questo punto adesso ci sono dei dubbi. «L’intenzione di anticipare il Tfr in busta paga renderebbe impossibile la realizzazione del fondo per la crescita in cui è coinvolto il mondo della previdenza e che si sta cercando di costruire», ricorda Michele Tronconi, presidente Assofondipensione. E aggiunge: «Ciò che si deve fare è invece creare le condizioni affinché una quota maggiore del risparmio previdenziale finanzi gli investimenti produttivi in Italia».

No tfr no party sembra di capire. Fabio Ortolani, presidente Fonchim, il fondo pensione dei chimici, primo a partire in Italia (1998): «Già oggi gli iscritti ai fondi possono smobilizzare le quote maturate in determinate situazioni. L’iniziativa del Governo va contro l’impalcatura della previdenza integrativa. Come fanno a chiederci di investire nelle infrastrutture se ci bloccano il flusso del Tfr?». La domanda è per l’Esecutivo. Delle due l’una: o più consumi o più investimenti degli enti pensione in grandi infrastrutture. La terza via non c’è.

Se si indebolisce la garanzia

Paolo Zucca. La vulnerabilità delle famiglie è misurata con sufficiente precisione e si esprime in un indice: nel 2013 il tasso di vulnerabilità delle famiglie italiane era del 3,16% rispetto al 2,70% del 2010 (fonte Ania-Consumatori). Si diventa vulnerabili, secondo i criteri di Bankitalia, quando le rate per il debito raggiungono il 30% del reddito e quando si dispone di entrate inferiori al livello mediano. Nel 2012 le famiglie strutturalmente fragili erano il 2,9% del totale. Numeri ancora contenuti, vista la crisi e la perdita di posti di lavoro, che si spiegano con tassi di interesse generalmente più bassi e con la politica di moratorie sui mutui o su altri prestiti messa in atto di banche per cercare di allontanare o diluire le insolvenze delle famiglie.

Nei primi mesi del 2014 – ricorda Bankitalia – il costo medio del debito bancario è rimasto stabile al 4% per effetto di un Euribor (cui è legato il 72% dei contratti di mutuo a tasso variabile) sotto controllo.

Chi può effettuare versamenti regolari ha un Tfr, quindi uno stipendio, in una posizione relativamente “privilegiata” rispetto a chi il lavoro lo ha perso o è passato a forme più precarie. Il numero delle famiglie sul filo del “rosso” nei conti mensili aumenta ed è evidente che un centinaio di euro al mese di anticipo sul Tfr può fare la differenza. Pur con tassi bassi, l’indebitamento resta costoso.

Chi ha una retribuzione o una pensione può utilizzare la cessione del quinto (dello stipendio), la cui evoluzione appare per il momento non eclatante. Nei dati dell’associazione di categoria Assofin, vengono monitorate in continuazione le diverse forme di prestito, non solo i mutui. Si compra pochissimo e quindi l’indebitamento resta basso: nei primi otto mesi il controvalore delle operazioni di credito al consumo (personali, finalizzati, con carte, quinto dello stipendio) era pressoché invariato a 30,6 miliardi. Seppur distribuito su un maggior numero di operarazioni (+5,7% a 102 milioni).

Cosa accadrebbe in caso di passaggio di una quota parziale del Tfr in busta paga?

Ovviamente alcune famiglie potrebbero, con quel loro denaro reso disponibile mensilmente, non dove ricorrere ai prestiti. Ma in caso fosse necessario, per dipendenti pubblici e privati aumenterebbe la quota totale da cui trarre il quinto vincolato. Una ventina di euro in più di quinto impegnabile al mese forse non cambia la vita. Ma aiuta.

D’altro canto bisogna ricordare che il Tfr viene utilizzato abitualmente nei contratti di cessione del quinto e quindi un minor accumulo finirebbe per indebolire la garanzia liquida che il lavoratore dipendente può fornire alle assicurazioni per dare il via a un’operazione delicata per tutti e costosa per chi la stipula.

Il Tfr accumulato è un presidio rilevante, più stabile dello stesso stipendio. In caso di perdita del posto di lavoro, il creditore può comunque rivalersi – come da contratto – sul Tfr esistente. Non sempre in grado di coprire il debito residuo del lavoratore in difficoltà.

Tra fondo e azienda entra in gioco il Fisco

A fare la differenza tra incassare il Tfr in busta paga, lasciarlo in azienda o devolverlo alla previdenza complementare sarà probabilmente ancora il Fisco. Si attendono ancora precisazioni su come sarà la nuova tassazione. Tuttavia, per ora versare il Tfr ai fondi complementari permette un migliore trattamento fiscale. Le agevolazioni in fase di accantonamento sono cospicue, soprattutto per chi ha un reddito elevato e quindi un’aliquota marginale alta. E anche il diverso trattamento fiscale finale (o in caso di anticipazione) fanno propendere l’ago della bilancia verso il secondo pilastro.

Proprio il Fisco, infatti, è la migliore pubblicità per i consulenti assicurativi e finanziari che anche nei primi otto mesi di quest’anno hanno proposto soprattutto i Pip ai propri clienti: nel 2013 i Pip sono cresciuti del 18%, contro un dato di sistema al palo e nel 2014 il numero delle polizze/nuove adesioni individuali alle forme di previdenza vendute dalle reti assicurative, stando agli ultimi dati Ania, è aumentato del 16,8% rispetto ad analogo periodo dell’anno precedente, con una raccolta di 2,5 milioni. Ora si attende il rush di fine anno durante il quale i consulenti propongono con maggiore enfasi prodotti come i Pip che consentono ai clienti di alleggerire la dichiarazione dei redditi 2014 e alle reti di chiudere un buon budget.

Tra l’altro questi strumenti vengono proposti a persone alle soglie della pensione che se stipulano un piano individuale cinque anni prima della quiescienza hanno la possibilità di continuare a dedurre fiscalmente i versamenti anche dopo la pensione. Ma di fronte a un Fisco generoso bisogna sempre fare i conti con i costi dei prodotti acquistati, altrimenti si rischia di disperdere il vantaggio ottenuto mediante le deduzioni sostenendo costi ben più salati che, a fine piano, affossano la rendita.

Tornando al Tfr, quando confluisce in un fondo pensione o in un Pip è neutro dal punto di vista fiscale, in quanto è escluso dal plafond di 5.164,57 euro deducibile annualmente. «Inoltre nel momento in cui inizia l’erogazione della prestazione l’aliquota di tassazione è dell’15% che scende fino al 9% per i piani di durata pari o superiore a 35 anni», spiega Matteo Feroldi, analista di Iama Consulting. Una tassazione quindi ben più bassa di quella prevista ora per chi incassa il Tfr lasciato in azienda che è soggetto a tassazione separata.

Un ragionamento può aiutare a capire meglio: con un reddito base di 40mila euro e il versamento volontario di 100 euro al mese in un fondo pensione o Pip si ha la possibilità di ottenere un risparmio Irpef di 456 euro, che sottratto della tassazione previdenziale di 180 euro comporta un guadagno fiscale annuo di 276 euro. Il dato triplica fino ad arrivare a un risparmio Irpef di 1.368 euro per chi versa 3.600 euro, che si traduce in un guadagno fiscale annuo complessivo di 828 euro. «La tassazione dell’erogazione a fine piano sarà del 15% a scalare fino al 9%. Si ottiene dunque una sorta di rendimento fisso dell’11% nel caso illustrato», spiega Feroldi. In particolare un lavoratore che rimane per cinque anni in azienda avrebbe diritto alla fine del periodo di ottenere un trattamento di fine rapporto lordo pari a 15.976,98 che al netto dell’aliquota di tassazione di riferimento, pari al 38%, porterebbe il netto a 10.347,55 euro. Le tasse sarebbero dunque pari a 5.629,63 euro. Se lo stesso lavoratore avesse invece versato il Tfr a una forma di previdenza complementare, l’imposta netta pagata sul Tfr sarebbe di soli 2.222,22 euro e il Tfr netto (incassato mediante prestazione della forma complementare) sarebbe di 13.754,75 euro con un risparmio fiscale di 3.407,41 euro rispetto all’ipotesi di lasciarlo in azienda.

Repubblica e Plus24 – 12 ottobre 2014 

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