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Ticket, Conte frena “Ci vorrà tempo”. Le difficoltà dei tecnici del ministro Speranza: il contributo si applica solo sul 29% dei cittadini e andrà rimodulato su chi ha redditi più alti

Michele Bocci. Ci vuole tempo. Lo ha detto ieri sera il premier Giuseppe Conte, lo confermano le difficoltà nel portare in fondo una riforma che per certi aspetti sarebbe epocale. Cambiare il sistema di calcolo del ticket sanitario è un’impresa complessa che parte da un dato significativo: il 71% delle prestazioni del servizio pubblico oggi sono erogate a cittadini esenti e non portano nulla nelle casse dello Stato. È sul restante 29% che bisogna rimodulare la tassa, riducendo la spesa di chi guadagna meno.

«Gli interventi sul superticket e sul ticket sanitario sono programmati non domani mattina ma in un arco di tempo più ampio»: ieri il presidente del consiglio ha prospettato di un lavoro spalmato nel tempo. Nella nota di aggiornamento del Def, del resto, si parla di «progressivo superamento» e la bozza del ddl per la revisione del ticket degli uffici del ministero alla Salute dà il termine del 31 marzo 2020 per la presentazione della riforma. Quanto al superticket, la tassa extra introdotta nel 2011 vale circa 400 milioni di euro e al ministro Roberto Speranza non sarebbe dispiaciuto affatto liberarsene con la manovra, anche se pure su questo ha prospettato una eliminazione progressiva.

Togliere il superticket è l’operazione fondamentale da fare prima di mettere mano al ticket. Serve infatti ad abbassare le tariffe a coloro che si troveranno a pagare di più con la rimodulazione della tassa principale. L’idea di Speranza e dei suoi tecnici di alleggerire la pressione su chi guadagna di meno per spostarla sui più ricchi. Oggi tutti pagano 36 euro per le prestazioni specialistiche, sia che guadagnino 25mila che 200mila euro all’anno. Ad essere esentati sono coloro che hanno più di 65 anni e meno di 6 e un reddito familiare inferiore ai 36mila euro, e chi ha patologie importanti.

Nel nostro Paese in un anno sono ben 44 milioni gli utenti della sanità pubblica (capita che la stessa persona faccia più prestazioni). Gli esenti sono circa 24 milioni, il 54% del totale. Questi pazienti consumano molta più sanità degli altri, circa 145 milioni di ricette su un totale di 205. A pagare è dunque una fetta ridotta degli utenti. Ma il numero dei cosiddetti non esenti potrebbe essere più alto se si scovassero le tantissime false esenzioni che ci sono in Italia, sia per patologia che per reddito. Non ci sono dati ufficiali ma si stima che almeno un decimo degli esenti non abbia titolo per non pagare.

Concentrarsi su chi consuma meno di un terzo delle prestazioni pubbliche non è facile, anche perché si vuole rendere il sistema più equo senza perdere l’attuale introito per lo Stato, circa 1,6 miliardi di euro. Si rischia di far pesare di più la spesa di certe categorie, magari di famiglie di lavoratori dipendenti con due stipendi ma anche figli, mutui e spese varie per servizi che con un aumento del ticket potrebbero scegliere il privato. «Noi facemmo tutte le simulazioni possibili – ricorda l’ex ministra alla Salute Beatrice Lorenzin – la mappatura degli esenti e le stime sugli evasori. Si correva il rischio aggravare la spesa di chi già oggi sorregge il sistema, cioè il nuovo “ceto medio”, perché chi ha un reddito alto si rivolge purtroppo già al privato».

REpubblica

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