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Tigri ‘senza paura’ per colpa del cimurro. Il virus sta diventando un’ulteriore minaccia

Cani e felini di solito non hanno molto in comune. Ma il virus canino sta diventando un’ulteriore minaccia per le tigri in natura, anche perché le rende meno timorose degli esseri umani

di Christine Dell’Amore. Obbligate a vivere in habitat sempre più ristretti, le tigri si ritrovano a condividere i loro spazi con gli abitanti dei villaggi e i loro cani, molti dei quali sono portatori del virus del cimurro canino (CDV), una malattia aggressiva e talvolta letale di cui sono portatori a volte anche altri piccoli mammiferi.

Secondo il Wildlife Vets International (WVI), associazione di tutela che ha sede nel Regno Unito, il virus ha infettato il 15 per cento delle circa 400 tigri siberiane che si trovano nella remota Russia orientale, uccidendone almeno tre.

A giudicare dallo strano comportamento di alcune tigri nell’isola indonesiana di Sumatra, gli scienzati pensano che il virus sia un problema sia lì che in altri paesi. Molte di queste tigri potenzialmente infette da CDV sembrano non temere le persone, e vagano per le strade e nei villaggi.

John Goodrich, ora direttore senior del programma sulla tigre del gruppo ambientalista Panthera, scoprì la prima tigre con il cimurro nel 2003 a Pokrovka, in Russia: “Questa tigre ha camminato in una città, come se nulla fosse, e si è seduta. Era una bellissima giovane tigre, che sembrava il ritratto della salute”. L’animale però aveva uno sguardo fisso e non rispondeva agli stimoli. “Era come una casa con le luci accese ma nessuno all’interno”, dice Goodrich, allora in forze alla Wildlife Conservation Society.

Goodrich e i suoi colleghi anestetizzarono la tigre e scoprirono che era positiva al cimurro. Si presero cura di lei in cattività per sei settimane, prima che morisse. Il comportamento impavido è probabilmente un sintomo di un danno al cervello causato dal cimurro, che causa anche disturbi respiratori, diarrea, crisi, perdita di controllo motorio e a volta morte.

I veterinari non sanno ancora molto del cimurro della tigre. Sembra che le tigri “possano prendere una leggera infezione che non causa alcun problema ma anche un’infezione più seria di quanto sia nel suo ospite naturale”, dice Andrew Greenwood, veterinario della fauna selvatica del WVI.

Preoccupato per gli scenari futuri, il WVI sta pianificando di lavorare con il governo indonesiano e i veterinari per lanciare il primo programma di monitoraggio della malattia della tigre del mondo, volto a scoprire come le tigri contraggano il cimurro, a identificare la fonte più probabile del virus, e determinare come contrastarlo nel modo più efficace.

“Se ci riusciamo, potrebbe aiutarci a prevenire un problema importante, che è l’ultima cosa di cui le tigri hanno bisogno nel loro stato già precario”, dichiara il direttore del WVI John Lewis.

Gli ambientalisti stimano che in natura rimangano solo 3.200 tigri distribuite in 13 paesi asiatici, che rappresentano solo il 7 per cento del loro areale storico.

Cimurro letale

Gli scienziati capirono per la prima volta che il virus del cimurro canino si può trasmettere ai felini quando negli anni ’80 si diffuse in grandi felini in cattività che vivevano in California, dice Greenwood.

Negli ultimi decenni, alcuni leoni del Serengeti hanno contratto il virus – che si trasmette per via aerea – da cani che vivono con i pastori Maasai, mentre un’epidemia del 1994 ha ucciso un terzo della popolazione di leoni del parco.

Fortunatamente, poiché le tigri non sono animali sociali come altri grandi felini, sembra che questi animali non si stiano contagiando a vicenda, virus. È probabile che la tramissione avvenga quando le tigri mangiano cani infetti. Un’epidemia come quella del 1994 sarebbe “catastrofica” per le tigri in quanto specie, dice Greenwood.

Inoltre, le tigri con danni cerebrali che non muoiono di cimurro e si avvicinano agli insediamenti umani possono facilmente venire uccise da cacciatori di frodo o dagli abitanti dei paesi per difesa, dice. Per prevenire l’uccisione delle tigri, oltre al programma di sorveglianza, il WVI progetta di lanciare in Indonesia una campagna di vaccinazione per rabbia e cimurro, che incoraggi le persone a vaccinare i loro cani contro i virus, dice Greenwood.

Una campagna del genere ha già avuto successo in Zimbabwe – dove i cani stavano contagiando un altro canide, il licaone – grazie al fatto che gli abitanti hanno capito che vaccinando i propri cani avrebbero anche protetto dalla malattia i loro figli. È probabile inoltre che il programma di vaccinazione attuato tra i pastori Masai dopo il 1994 abbia prevenuto un’altra epidemia di cimurro fra i leoni del Serengeti.

Minaccia finale?

Barney Long, responsabile della conservazione delle specie asiatiche del WWF-USA, dice che “la minaccia del virus del cimurro nelle tigri è reale e dovremmo monitorarla attentamente. Sono orgoglioso che l’organizzazione dei veterinari abbia condotto la ricerca, perché così il problema viene gestito da gente che sa quello che fa”, dice l’ecologo. “Resta comunque il problema del bracconaggio, la minaccia più immediata per le tigri in natura. Ogni parte della tigre – dai baffi alla coda – viene commercializzata sul mercato nero delle specie selvatiche”.

Goodrich di Panthera aggiunge che il cimurro nelle tigri è una “preoccupazione reale”, ma non è ancora grave come per i leoni. Più in generale, quello della malattia è un tema ambientale che “tende a essere dimenticato”, sottolinea. In alcuni casi, le popolazioni isolate di specie già a rischio minacciate da altri fattori alla fine precipitano a causa di un’epidemia di una malattia.

Per esempio, se non si fosse intervenuti con un programma di riproduzione in cattività, il cimurro canino avrebbe fatto estinguere il furetto dai piedi neri, precedentemente solo a rischio negli USA.

Le tigri russe sono diffuse su un’area abbastanza vasta da non rendere il cimurro una minaccia per la specie stessa. Ma se il cimurro canino si diffondesse fra popolazioni di tigri più circoscritte, come quelle in India, potrebbe tramutarsi, dice il WVI, “nel fattore che renderebbe inevitabile l’estinzione”.

Nationalgeografhic.it – 8 luglio 2013

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