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Titolo di studio: a laurearsi sono soprattutto figli dei laureati

Migliora l’accesso all’istruzione superiore e il tasso di laureati in Italia dopo la riforma Berlinguer del 2000, e cresce lo spazio occupato dalle donne, ma un giovane su cinque tra i 15 ed i 29 anni non studia né lavora, mentre continua a far vittime la cosiddetta “trappola della bassa scolarità”, che da noi tiene ancora lontani dalla laurea molti giovani con genitori poco istruiti.

Problemi vecchi e nuovi per la scuola italiana nell’ultimo Rapporto Ocse sul mondo della scuola “Education at a glance 2012”, la relazione annuale sui risultati educativi di 34 paesi, tra cui 21 stati membri della Ue. Progressi, ma sotto la media Ocse Nei giorni in cui la scuola italiana riapre i battenti, il rapporto ripercorre, nella “country note” dedicato al nostro paese, gli snodi critici dell’istruzione nazionale. La quota di italiani che possono oggi attendersi di intraprendere un percorso di studi superiori di tipo universitario è passata dal 39% del 2000 al 49% del 2010, mentre i giovani che possono attendersi la conclusione del ciclo di studi universitari con un titolo di studio è addirittura passata dal 19% del 2000 al 32% del decennio successivo. Molto ma non abbastanza, secondo la pagella Ocse, che segna come la media dei paesi membri, relativamente a questi indicatori, si attesti al 28 per cento. Istruzione, poca mobilità genitori-figli Preoccupa poi la “Trappola della bassa scolarità”, ovvero la grande disuguaglianza di accesso all’istruzione superiore che pesa sui ragazzi con genitori fermi alla scuola dell’obbligo rispetto a chi può contare su padri e madri con titolo di studio superiore: tra i 25-34enni solo il 9% dei primi ha una laurea contro il 20% Ocse e il 44% a sua volta non completa gli studi secondari, cadendo così nella “trappola” della scarsa mobilità sociale legata all’istruzione. Per l’Ocse la situazione tende a peggiorare: «in Italia, Portogallo, Turchia e Usa i giovani di famiglie con bassi livelli di scolarità hanno meno possibilità dei loro genitori di raggiungere un livello superiore di istruzione». I giovani, in Italia, «hanno un palese vantaggio se i loro genitori hanno a loro volta un’istruzione superiore»: in pratica, il doppio delle possibilità di accedere all’istruzione superiore se i genitori hanno una laurea, rispetto alla percentuale di queste famiglie nella popolazione totale. Il primato delle donne Rincuorano, in questo scenario, i progressi costanti delle donne nell’istruzione (complice lo spazio residuo lascia loro il mondo del lavoro), con una ragazza su quattro che raggiunge un livello di studi universitari (uno su 6 tra i ragazzi). Il dato si riflette anche sui tassi di ingresso ai corsi di studi universitari: 57% per le donne, 42% per gli uomini. Addirittura, la percentuale di donne tra chi conquista una laurea breve (59%) supera, di poco, la media Ocse (58 per cento). Sempre rispetto ai numeri Ocsce, da noi è alta anche la percentuale di donne con dottorati assegnati: 52%, anche se i dati risalgono al 2008. Spesa scuola, Italia in coda Un altro votaccio, nel Rapporto Ocse, l’Italia lo rimedia sul fronte della spesa pubblica nell’istruzione: il 4,7% del Pil, contro una media Ocse del 5,8%, che porta il nostro paese all’ultimo posto dopo il Giappone. Tra il 2000 e il 2009, la spesa dello Stato rispetto alla spesa pubblica totale é scesa dal 9,8% al 9%, crescendo solo del 4% in termini reali (contro una crescita media Ocse del 33 per cento). La spesa annua per studente é di 9.055 dollari contro una media Ocse di 9.249. L’Ocse fa notare però che gli investimenti per la scuola materna ed elementare sono i più elevati tra i paesi Ocse mentre quelli per l’università sono decisamente inferiori: 9.561 dollari contro una media di 13.719. La crescita della spesa pubblica nell’istruzione superiore é stata del 4% in termini reali, il dato più basso tra i paesi Ocse. Lo Bello (Confindustria): più attenzione alle domande delle imprese Gli ultimi dati Ocse spinge Confindustria a sottolineare «il grave ritardo dell’Italia nel rapporto scuola-occupazione», Per il vicepresidente Confindustria per l’Education, Ivan Lo Bello, «Troppi giovani scelgono percorsi di studio destinati alla disoccupazione. Troppe aziende non trovano i tecnici che cercano. Se il Paese vuole mantenere la vocazione manifatturiera, occorre guardare al modello tedesco che è stato capace di integrare relazioni industriali avanzate, sviluppo del manifatturiero e alta specializzazione nella formazione». Per Lo Bello «Alternanza scuola-lavoro, stage e specializzazioni tecniche devono crescere nel nostro sistema educativo che è ancora troppo condizionato da stereotipi del passato e poco attento alla domanda delle imprese».

ilsole24ore.com – 12 settembre 2012

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