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Tra show e verità, la grande disputa sulle super-immagini dal cervello. È scontro sull’affidabilità dei test in diretta sui neuroni: “Un eccesso di interpretazioni”. “No, l’imaging è fondamentale”

Fabio Sindici. La tentazione è grande: viaggiare nel cervello con uno scanner. Come fa una sonda spaziale su un pianeta alieno. Grazie a tecniche di neuroimmagine sempre più sofisticate. In grado di cogliere le sfumature dei neuroni. Dal senso per la musica di Sting al libero arbitrio, dall’eccitazione estetica di fronte a un dipinto di Klimt ai fattori dell’empatia nei rapporti sociali. Dalla neuroestetica al neuromarketing.

Per guardare nelle sinapsi di Sting, uno dei più intellettuali tra i musicisti pop, in un laboratorio del Montreal Neurological Institute, in Canada, è stata usata una tecnica di neuroimmagine chiamata «Mvpa» («Multi Voxel Pattern Analysis»), mentre l’autore di «Message in a bottle» ascoltava una playlist studiata apposta per l’esperimento. Un altro studio, condotto dal Gallant Lab dell’università di Berkeley, negli Usa, ha misurato l’attività cerebrale in sette persone mentre ascoltavano storie alla radio, sempre con la «Mvpa». Per un test precedente erano invece stati usati dei film. E negli Usa è sempre più vivo il dibattito sull’uso della risonanza magnetica funzionale per stabilire in un processo se un imputato è capace di intendere e di volere.

Sono ricerche che fanno accendere i riflettori, ma ci si domanda se le neuroscienze cognitive non stiano diventano troppo pop. A questo riguardo un’altra ricerca, apparsa sulla rivista «Proceedings of the National Academy of Science» ha scosso la comunità delle neuroscienze. Sviluppata da un team anglo-svedese – delle università di Linkoeping e di Warwick – mette in dubbio la validità assoluta dei risultati delle immagini cerebrali. O meglio dei modelli statistici che elaborano queste immagini e danno loro un senso. Secondo lo studio, fino al 70% dei risultati ottenuti con i software più usati nel «brain imaging» potrebbero essere falsi.

«La risonanza magnetica funzionale con cui osserviamo i nostri cervelli ha compiuto 25 anni. Siamo passati dall’esame di poche immagini a centinaia di migliaia. Queste vengono elaborate con software che forniscono una probabilità statistica. Quindi non c’è mai stata certezza. Se le neuroimmagini sono utilissime, c’è però stato un eccesso di interpretazione», dice Paul Matthews, a capo della divisione di «Brain Sciences» all’Imperial College di Londra. Matthews è un pioniere dell’fMri (la risonanza magnetica funzionale) e ha avuto nel suo team Thomas Nichols, insieme con Anders Eklund uno degli autori della provocatoria pubblicazione su «Pnas».

La risonanza – stavolta mediatica – è stata ampia. E la ricerca, a sua volta, ha suscitato molte reazioni. «Nichols, per esempio, ha corretto il tiro sia su “Pnas” sia nel blog “Neuroimaging Tips & Tricks” (Scherzi e dritte sulle neuroimmagini): c’è, infatti, chi ha dimostrato che gli errori rilevati non si applicano ad alcuni software di analisi», sostiene Luca Turella, ricercatore del Cimec, il centro per gli studi su mente e cervello dell’Università di Trento e Rovereto. Una tempesta nello scanner, allora? «Le tecniche di Multivoxel, quelle che esaminano come diverse zone del cervello entrano in relazione di fronte a uno stimolo, hanno meno problemi di interpretazione rispetto alla risonanza funzionale – sostiene Domenica Bueti, esperta di neuroimmagine alla Sissa di Trieste -. Conduco test sulla percezione del tempo e non credo che dobbiamo buttare via lo scanner. Forse le neuroscienze saranno invadenti, ma una volta ho chiesto a un filosofo chi si occupasse oggi del tema del tempo. La risposta è stata: “Voi neuroscienziati!”».

Intanto una delle critiche più forti alle neuroscienze è quella di scoprire l’ovvio nel cervello. Nel caso di Sting, per esempio, la sorpresa di trovare gli stessi percorsi neurologici all’ascolto di due brani in apparenza lontani, come l’hit dei Beatles «Girl» e il pezzo di Astor Piazzolla «Libertango», può essere ridimensionata: la malinconia nei pezzi è evidente e, per un critico, ci sono numerose assonanze in la minore. «L’immediatezza delle neuroimmagini può aver portato allo stesso tempo spettacolarizzazione e semplificazione. Però dietro ci sono ricerche complesse. Il dialogo tra neuroscienze e altre discipline ci pone quindi sfide importanti – ragiona Raffaella Rumiati, che alla Sissa dirige il laboratorio “Neuroscienze e Società” -. Applicando la fMri a un test sulle scelte economiche secondo la teoria dei giochi, abbiamo visto che queste coinvolgono zone del cervello che hanno a che fare più con le emozioni che con la razionalità».

Insomma, bisogna continuare a studiare. Replicando gli esperimenti. «Il cervello è un mondo misterioso – sottolinea Matthews -. Cerchiamo di capire le zone che si attivano con il movimento di una mano, mentre l’idea di comprendere l’intuizione poetica in una neuroimmagine mi pare esagerata». Lo scanner non è da buttare, ma dev’essere messo meglio a fuoco.

La Stampa – 9 novembre 2016 

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