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Medici, rivoluzione veneta. Ambulatori aperti 12 ore

Da giugno medici di famiglia riuniti in team per garantire l’assistenza dalle 8 alle 20

Oggi per molti pazienti è già un miraggio la visita a domicilio. Figuriamoci trovare il proprio dottore dopo le sei di pomeriggio o di sabato. Ecco perchè i Pronto soccorso sono sempre strapieni di gente che con l’urgenza non c’entra nulla: del resto se uno si sloga una caviglia dopo le 18 che deve fare? Tenersi il male? Ma da giugno si cambia registro. Il Veneto, unico in Italia, riorganizza il sistema delle cure primarie creando in ciascuna delle 21 Usl dieci team composti da medici di famiglia o pediatri di libera scelta, specialisti, guardia medica e infermieri, capaci di garantire l’assistenza 24 ore su 24, sette giorni su sette. Ogni squadra, o «aggregazione territoriale», seguirà 20/25 mila pazienti con 15/20 medici di famiglia (nella regione sono 3600) operativi dal lunedì al venerdì in turni compresi dalle 8 alle 20, il sabato e i prefestivi dalle 8 alle 12. Dopo le 20, la domenica e i festivi entreranno in gioco le 5 guardie mediche presenti in ciascun gruppo.

A giugno riceveremo dal nostro medico una carta dei servizi che indicherà gli orari di presenza dello stesso e dei colleghi, oltre al numero di un call center attivato da ogni team per dispensare informazioni e i recapiti della guardia medica. Tutti i camici bianchi di uno stesso gruppo saranno collegati on line da apposito software che, dietro autorizzazione del malato al trattamento dei dati personali, consentirà loro di disporre di scheda, anamnesi e fascicolo (terapie seguite e dove) degli utenti, così da poter correttamente curare anche quelli dei colleghi. I medici di famiglia dovranno inoltre scegliere tra due tipi di aggregazione: la «nuova rete», che non li obbliga a convivere fisicamente sotto lo stesso tetto ma ad essere connessi telematicamente; o la «rete funzionale territoriale», che prevede appunto una sede unica, l’affiancamento di specialisti e l’erogazione di prestazioni in più. Per esempio il prelievo del sangue, l’elettrocardiogramma, piccole medicazioni o terapie di solito svolte in ospedale, come quella anticoagulante. Questo secondo profilo è già in sperimentazione nelle 36 Utap (Unità di assistenza territoriale) avviate dalle Usl e contempla un ulteriore passaggio, cioè il collegamento con ospedale e case di riposo di riferimento. La riforma descritta è figlia della delibera 41 del 18 gennaio approvata dalla giunta Zaia «per valorizzare la medicina territoriale, contenere l’affollamento al Pronto soccorso, intercettare una cospicua percentuale di patologia ancora sul territorio e ridurre il carico di lavoro degli specialisti, quindi le richieste improprie e le liste d’attesa».

Sarà presentata sabato, dalle 8.30 all’hotel Crowne Plaza di Padova, al convegno promosso da «Kéiron», associazione regionale di medicina generale. Il direttore scientifico, Stefano Ivis, anticipa: «Si pensa di partire con 5 nuove reti e 5 reti funzionali in ogni Usl, per arrivare a 10 reti del secondo tipo nel giro di 3/5 anni». «Dipende però dai costi che dovremo sostenere— avverte Lorenzo Adami, segretario regionale della Fimmg (medici di famiglia)—e soprattutto se saranno rimborsati dalla Regione. Noi siamo ben felici di offrire un miglior servizio al cittadino, ma non pagando segretarie e infermieri di tasca nostra. Chiediamo a Palazzo Balbi un piano quinquennale di copertura del personale. Detto questo la riforma ci piace, è coraggiosa e consente al 54% dei colleghi che sono anche specialisti di sfruttare tale valore aggiunto ». «Il progetto è finanziato con 16 milioni di euro —assicura Renato Rubin, dirigente dell’Unità complessa di cure primarie della Regione—8 serviranno a costruire la rete e 8 al collegamento telematico. Per arrivare alla medicina di gruppo integrata ce ne vogliono 40mauna volta avviato, il sistema si autoalimenterà, abbattendo i costosi accessi impropri al Pronto soccorso. I tre punti cardine del progetto sono infatti continuità assistenziale, integrazione ospedale-territorio e appropriatezza. Il fine è di garantire in tutto il Veneto lo stesso, alto, standard di cure, soddisfare un bisogno di salute sempre più consistente e attuare il nuovo piano sociosanitario, che contempla appunto reti cliniche assistenziali».

Corriere del Veneto – 11 marzo 2011

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