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“Trentenni al lavoro fino a 75 anni”. Ma è un destino difficile da cambiare. Boeri (Inps): avranno una pensione più bassa del 25%. Anche l’Ocse in allarme

Alessandro Barbera. Lavorare fino a 75 anni per avere una pensione inferiore a quella di padri e nonni di un quarto: più?che una prospettiva fosca, una realtà alla quale molti giovani sono ormai rassegnati. Provate a fare un sondaggio fra i trentenni e chiedetegli a bruciapelo se nutrono la speranza di una vecchiaia serena.

I (pochi) ottimisti sono convinti che prima o poi le cose cambieranno, ma i numeri non sono dalla loro parte. L’ultimo rapporto dell’Ocse dice che l’Italia, dopo la Grecia, resta il Paese europeo con la spesa per pensioni più alta in rapporto al Pil. Assorbono per l’esattezza il 15,7 per cento della ricchezza prodotta ogni anno contro una media nei trenta Paesi più industrializzati dell’8,4 per cento. È la voce più costosa del bilancio pubblico: oltre 270 miliardi di euro. I contributi previdenziali costano un terzo delle retribuzioni, necessari a pagare ai pensionati di oggi assegni pari all’80 per cento dei salari contro la media Ocse del 63. I tecnici ammettono che la riforma Fornero ha fatto molto eppure non basta, perché «l’invecchiamento della popolazione continuerà a premere sul finanziamento del sistema».

Da che siede alla presidenza dell’Inps (secondo alcuni travalicando dal suo ruolo) Tito Boeri non fa che porre l’attenzione su questi temi. E non solo per ragioni generazionali, ma per i rischi sull’intera economia: «Nell’ipotesi di un tasso di crescita dell’un per cento, molti dovranno lavorare anche fino a 75 anni con prestazioni del 25 per cento più basse». Un problema sociale, perché aumenteranno i poveri, e un problema economico, perché più scendono le prestazioni, più bassi sono i consumi, più si deprime il Pil. Secondo le simulazioni Inps, chi è nato nel 1980 nel 2050 riscuoterà mediamente 1.593 euro di pensione contro i 1.703 euro percepiti oggi da chi è nato nel 1945. Ma poiché le prestazioni di oggi sono erogate per un periodo molto più lungo, il vero importo medio comparabile è di 2.106 euro. Ancora: se tutte le donne tra i trenta e i quaranta anni decidessero di avere un figlio, una su tre nel 2050 si dovrebbero accontentare di 750 euro al mese.

La causa di questo disastro è che in Italia si è permesso a tre pensionati su quattro di andare a riposo prima dei sessant’anni, e rimettere il dentifricio nel tubetto è quasi impossibile. Boeri aveva messo a punto una ipotesi di ricalcolo della pensione che sostanzialmente avrebbe tolto un pezzetto di pensione a chi (ieri) è uscito con il sistema retributivo a favore di chi (domani) avrà il contributivo. Renzi non ne ha voluto sentir nemmeno parlare. E la ragione è comprensibile: ancora l’88 per cento delle pensioni (12,4 milioni su 14) sono calcolate con il retributivo, e valgono meno di mille euro al mese. Così il governo l’ha presa alla larga. Il Jobs Act serve anche a questo: rendere più convenienti i contratti stabili spinge all’insù le prestazioni. Più sono alte le tutele, più è facile sperare in pensioni un po’ più ricche. Nel cassetto resta una soluzione più radicale, proposta dallo stesso Renzi prima di diventare premier: chiedere un contributo agli assegni più alti. Il problema, come dimostrano i numeri, è che per «alti» qui occorre intendere tutti quelli sopra i duemila euro, pena l’irrilevanza del contributo. Resta l’ipotesi di un ulteriore aumento dell’età pensionabile. Peccato che tutti propongano di abbassarla.

La Stampa – 2 dicembre 2015 

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