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Trento ha troppi orsi e chiama il Veneto: «Ne ospiti qualcuno». Ma Belluno storce il naso: «Inutile portarli qui»

Trasferire alcuni degli orsi trentini nel Veneto, sulle montagne bellunesi. È questa una delle ipotesi al vaglio della Provincia Autonoma di Trento, dove il neo presidente Ugo Rossi vuole porre un tetto al numero degli orsi presenti sul suo territorio e ha messo il tema del contingentamento nell’agenda di un prossimo incontro con il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti.

Mentre l’orsa Daniza – dopo l’aggressione di Ferragosto a Pinzolo – continua a muoversi nei boschi della Rendena e a sfuggire alla cattura dei forestali, ora il punto è: come si fa, in prospettiva, a garantire il contingentamento degli orsi? La strategia della Provincia di Trento punta a coinvolgere i territori vicini, a partire da quelli confinanti dove in futuro potrebbero essere «trasferiti» alcuni plantigradi trentini. Dopo aver capito che il problema rischia di sfuggire di mano, Trento vorrebbe allargare gli spazi per gli orsi – oggi sono più di 50 quelli che gravitano nell’area trentina – e dunque le responsabilità sul suo progetto di ripopolamento, esportandolo a tutte le Alpi a partire dal versante orientale. La linea è stata esplicitata ieri dalla giunta trentina. «La logica aritmetica non ha senso», ha detto il vicepresidente Olivi rispondendo, durante la trasmissione Uno Mattina della Rai, alla sollecitazione di Massimiliano Rocco del Wwf nazionale che aveva ribadito il no dell’associazione ambientalista alla cattura di Daniza e chiesto alla Provincia di Trento, nell’eventualità fosse catturata, di rimpiazzarla con un altro orso per non abdicare al progetto di ripopolamento. «La Provincia non abdicherà», è la risposta di Olivi, che ripercorre i numeri: dai nove orsi liberati in Trentino tra il 1999 e il 2000 sono nate ben 36 cucciolate, in tutto 77 orsetti, e oggi poco più di 50 sono gli esemplari che gravitano in Trentino. «Dunque – spiega – possiamo dire che il progetto è perfettamente riuscito dal punto di vista faunistico. Oggi il problema è come mantenere vivo il progetto Life Ursus in un territorio antropizzato come il nostro. Certo non lo faremo imbracciando i fucili e aprendo la caccia all’orso, come qualcuno forse auspicherebbe. No, non è assolutamente la strada degli abbattimenti che vogliamo percorrere. Quello che vogliamo fare è riaprire un confronto con i territori a noi vicini che sono coinvolti nel Pacobace (il Piano di azione interregionale per la conservazione dell’orso bruno sulle Alpi centro-orientali), quindi Alto Adige, Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia, ma anche dialogando con i territori al di là delle Alpi, allargando le responsabilità». Al di là delle Alpi, Svizzera e Austria, dove per la cronaca due esemplari di orso partiti dal Trentino e che avevano oltrepassato il confine, sono stati abbattuti. «Il Trentino – prosegue il vicepresidente della Provincia – è stato capofila del progetto di ripopolamento che riguarda le Alpi e non è un vezzo trentino. Ora ci aspettiamo, ed è su questo che vogliamo coinvolgere anche il ministero dell’Ambiente, che ci sia una condivisione più ampia». Ma la soluzione non è così semplice. Il progetto Life Ursus è stato voluto negli anni ’90 da Trento, senza alcuna condivisione con i territori confinanti ed è costato oltre 4 milioni di euro, una cifra impensabile per territori non autonomi che, con il ripopolamento dell’orso, dovrebbero affrontare spese enormi e resistenze ancora maggiori da parte degli allevatori, della popolazione e degli operatori turistici. Eppure la provincia di Trento è determinata a porre un limite agli orsi presenti sulle sue montagne e a breve fisserà il numero limite, oltre i quale gli animali verranno “scaricati” ad altri: «Per contingentare gli orsi, escludendo le opzioni cruente come l’abbattimento, la captivazione e la sterilizzazione, restano la cogestione e lo spostamento», dice l’assessore all’ambiente Dellapiccola. «La nostra proposta è di condividere il progetto con i territori vicini, Belluno e Bolzano, innanzitutto». I boschi per garantire la sopravvivenza dell’orso nelle Alpi vanno ben al di là del Trentino, è dunque la linea che la Provincia di Trento intende portare avanti. Bisognerà capire se le Regioni vicine, e in particolare il Veneto, saranno pronte a prendersi la «loro quota» di orsi bruni. Da parte sua, il ministero dell’ambiente, con una nota di mercoledì, ha già detto che l’aggressione da parte di Daniza non rimette in discussione il «piano orso» che rappresenta «un esempio virtuoso a livello nazionale e internazionale».

Belluno storce il naso: «Inutile portarli qui»

di Irene Aliprandi. «Finora nessuno ci ha chiesto niente, ma se dovesse succedere la decisione va presa con grande serietà e a livello ministeriale». Gianmaria Sommavilla, comandante della polizia provinciale di Belluno e responsabile del settore fauna selvatica, usa il pragmatismo per analizzare i problemi dati dalla convivenza tra uomini e orsi. Con il progetto Life Ursus, partito nel 1997 come piano Interreg sostenuto dall’Unione Europea, il Trentino ha speso ben 4 milioni di euro per reintrodurre l’orso nel parco dell’Adamello, ma la gestione del progetto ha registrato evidenti lacune, che ora rischiano di compromettere quello che ha funzionato dal punto di vista naturalistico. «Il principale errore commesso da Trento è stato nella comunicazione», sottolinea Sommavilla, che ammette: «Noi qui a Belluno non avremmo mai fatto un’operazione del genere perché, al di là dei costi, reintrodurre un grande predatore in una zona antropizzata comporta problemi enormi. La gente che vive nell’area interessata va informata ed educata e lo stesso va fatto con i turisti. Bisogna avere risorse per sostenere gli allevatori, perché a qualcuno può sembrare strano, ma gli orsi mangiano tutti i giorni e anche i lupi, che stanno arrivando e quando succederà ne vedremo delle belle». Servono anni per preparare un territorio e la sua popolazione alla convivenza con certe specie e non si può pensare che gli animali restino fermi in un luogo “ideale”. «Portare a Belluno gli orsi trentini sarebbe inutile», evidenzia il dirigente bellunese, «perché tornerebbero indietro. Certi animali fanno centinaia di chilometri in pochissimo tempo, non possiamo sperare che stiano dove vogliamo noi, quindi la zona da coinvolgere deve essere molto vasta. Il progetto trentino andava condiviso con tutto l’arco alpino orientale, ma non è stato così». È ancora viva la memoria di chi partecipò a una riunione, Veneto-Trentino, in cui si accennò all’ipotesi che gli orsi portati sull’Adamello dalla Slovenia potessero tornare indietro. La risposta di Trento fu secca: quando varcano il confine non è più un nostro problema. Un approccio che, sommato alla storia di questi anni, lascia interdetti. Come dimenticare la terribile fine di Dino, un orso che soggiornò a lungo anche a Belluno e che i trentini uccisero (di fatto, anche se a finirlo per pietà furono gli sloveni) mettendogli un radiocollare troppo stretto? Sommavilla invita a non giudicare: «Certi errori possono succedere», ma anche a chi guarda alla natura con gli occhi dello scienziato, immune ai sentimentalismi alla Walt Disney, la vicenda dell’orsa Daniza colpisce: «Fa tristezza pensare che quell’orsa tanto dinamica finirà in un recinto». Finora nel bellunese non sono arrivate femmine e questo ha limitato la presenza della specie ad alcuni maschi di passaggio, in prevalenza provenienti da est. In questo momento, accertati, gli orsi circolanti nel bellunese sono due: Madi, che ha il radiocollare spento, e Gian 15. I danni agli allevamenti non sono mancati, la situazione è già difficile così: «Bisogna essere molto seri: insegnare alle persone a convivere con la natura, a rispettarla e a prevedere comportamenti anomali a causa del contatto con l’uomo. Va messo in conto anche che un camion ti uccida in autostrada. Cosa facciamo? Eliminiamo i camionisti?», chiude provocatoriamente Sommavilla.

Il Mattino di Padova – 22 agosto 2014 

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