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Treviso. Animali selvatici, la rivincita della natura. Dopo orsi, cinghiali, cervi e volpi, in provincia spuntano mufloni, camosci e (forse) lupi e linci

di Francesco Dal Mas. La Marca come un grande zoo. Sempre più inselvatichita, nonostante la cementificazione. È la rivincita della natura sull’uomo. E non solo perché i boschi della Pedemontana stanno conquistando terreno rispetto ai pascoli e raggiungono gli orti delle ultime case, come a Fregona.

L’orso Madi, che da qualche mese ha fatto perdere le sue tracce, si è spinto, fra i vigneti di prosecco, fino a Conegliano e i cinghiali hanno provato anche loro a mettersi in coda sulla Jesolana, provocando guai seri a qualche automobilista.

Il cinghiale animale segnalato nella pedemontana asolana

Gli ungulati. Gli animali più simpatici sono i caprioli: le guardie venatorie della Provincia ne hanno contato 4.500. Spaziano dal Grappa ai versanti sud del Cansiglio, ma il Montello è la loro seconda patria. E se il Piave – come osserva Mirco Lorenzon, assessore provinciale alle attività venatorie – è l’autostrada degli animali non domestici, che vi si incamminano dalla Val Belluna fino quasi al mare, ecco che il capriolo raggiunge Ponte di Piave e si spinge oltre. I danni che provocano i caprioli, però, non sono così pesanti come quelli di altre specie. I cervi, ad esempio. Ne abbiamo fatto conoscenza sull’altopiano del Cansiglio, quando erano più di 3 mila. «Per anni hanno divorato i pascoli e gli allevatori», ricorda Paolo Casagrande, presidente del sindacato degli allevatori Anpa, «sono stati costretti a recintare i terreni. Con grandi spese e pochi risarcimenti dalla Regione, spesso in ritardo». C’era chi li voleva uccidere. «Dobbiamo ringraziare il presidente Luca Zaia», ammette Toio de Savorgnani, di Mountain Wilderness, «se la mattanza ci è stata risparmiata».

Anche le volpi sono ben presenti nelle campagne della Marca

Secondo le statistiche della Provincia, oggi questi ungulati non sono più di 800, presenti sul Grappa oltre che sul Cansiglio, ma arrivano fino in pianura, come a Susegana e qualche capo azzarda a scendere ancora. È la natura che scende a valle. I danni segnalati da allevatori e coltivatori sono notevoli: «Se non mi avessi messo la recinzione», testimonia Antonio Dall’Anese, di Mareno, con malga sul Millifret, «non sarei più riuscito a portare le vacche al pascolo. Fuori dai recinti, stanno distruggendo il sottobosco, anzi hanno attaccato anche le piante mature». Tra i filari di prosecco, a Miane «in un’azienda si sono succhiati il 70% dell’uva matura», riferisce Lorenzon, sulla base di una denuncia. La biodiversità della provincia è certificata, una volta di più, dai mufloni. Sono un centinaio, quindi un numero ancora contenuto, ma le autorità venatorie li danno in via di ripopolamento. E compaiono persino i camosci. Sulle Prealpi mancano, insomma, solo gli stambecchi. Sono 400 e il regno dei camosci è il Grappa, che l’assessore Lorenzon ha incontrato anche pochi giorni fa, passeggiando lungo i sentieri della grande guerra. Un nucleo di una cinquantina di capi s’arrampica pure sul Pizzoc e sul Millifret, in zone dove insistono le frane. Il loro calpestio sui versanti instabili potrebbe far cadere pietre.

 I cinghiali. Dopo quanto avvenuto in Sicilia sono al centro delle attenzioni. Nella Marca se ne stimano 2.500 capi, dagli orti di Vittorio Veneto al campo golf di Asolo, alle grandi distese di mais della pianura. Considerata la massa che si portano appresso – fino a un quintale e mezzo – sono immaginabili le conseguenze per i vigneti, in particolare quelli di prosecco.

La nutrie. Quella delle nutrie è una vera invasione silente. La Provincia ne ha stimato 200 mila. Salite dal Veneziano, stanno dando l’assalto a tutti i canali, i fiumi e i torrenti. Dal Sile al Livenza, dal Monticano al Soligo, nessun corso d’acqua è risparmiato. Luca Zaia, presidente della Regione, le teme per la tenuta degli argini.

Le lepri. Meglio senz’altro le lepri, preda dei cacciatori più di altri animali. Sono presenti in circa 40 mila unità. Danno preoccupazione soprattutto a chi coltiva erba medica.

I fagiani. Quelli autoctoni sono 30 mila, ma si moltiplicano fino a 230 mila con le immissioni da parte delle riserve; fagiani meno pregiati, perché di allevamento. Buoni sì, in cucina, ma i coltivatori di seminativi li maledicono. «Metti a dimora un solco di piantine, magari ogni 5 centimetri e loro, i fagiani, sono lì a tirarli su», protesta Piero, contadino di Paese. La provincia è disseminata di rifugi di cattura, dove la caccia è proibita; se ti capita di produrre il radicchio trevigiano in quei territori, è meglio rinunciare dopo la prima sperimentazione di come fagiani e lepri conciano la foglie della rosa di campo. Sono impresentabili. Le lepri, in particolare, vanno al pranzo di nozze con le barbatelle e con i vigneti nuovi, da poco piantati.

Le volpi. La rabbia silvestre, ovvero la grande paura che attraversa soprattutto la Pedemontana, è data dalle volpi. In provincia ce ne sono circa 8 mila e per l’80% popolano le colline più alte e i versanti bassi delle Prealpi. Chi, in quelle zone, ha il pollaio, non dorme la notte.

I corvidi. Il popolo delle discariche è volatile: i corvi sono decine di migliaia. La Provincia ha fatto il conto che insieme alle gazze arrivano ad una popolazione di 100 mila unità.

Gli orsi. Due sono gli orsi che l’anno scorso hanno frequentato la sinistra Piave, dall’altopiano del Cansiglio alla Vallata, da Revine a Conegliano. Il più mite era Madi, il plantigrado, ancora giovane, che si è affacciato tra i filari di prosecco sulla città di Conegliano. Ma dalla primavera scorsa i due orsi sono scomparsi. Madi è stato scoperto a “fare la spesa” all’Ikea di Villesse, a pochi metri dall’autostrada A4. «Nessun pericolo per le persone, basta non avvicinarsi, specie se hanno dei piccoli», fa sapere De Savorgnani. Più pericolosi, in questo caso, sono i cinghiali, a sentire Lorenzon. Gli orsi si cibano di pecore, cervi, vacche. «È un costo da mettere in conto», ancora De Savorgnani, «L’importante è che la Regione faccia rapidamente i risarcimenti».

Lupi e linci? Ambientalisti come De Savorgnani, Giancarlo Gazzola, Andrea Zanoni da tempo sostengono che si sarebbero affacciati sulle Prealpi anche il lupo e la lince. «Ho sentito, ma ancora non abbiamo avvistamenti di questi animali», precisa Lorenzon.

Caccia di selezione? Per tante di queste specie sono previsti piani di abbattimento e la caccia di selezione. Senz’altro è escluso l’orso. I cacciatori in provincia sono settemila. Tremila di questi operano in zona Alpi, là dove si svolge la caccia di selezione. Non tutti i seguaci di Diana possono praticarla. Devono dotarsi dell’apposito tesserino, che viene rilasciato a seguito di un lungo e approfondito corso di abilitazione. I selezionatori oggi sono circa 1.500. «Chi sbaglia a sparare viene estromesso», conclude Lorenzon, tagliando corto su eventuali polemiche.

La Tribuna di Treviso – 17 agosto 2015 

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