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Ttip. «Negoziati Usa-Ue, ora scatto avanti». Renzi: accordo fondamentale. Squinzi: per l’Italia significherebbe 2 miliardi in più di export

L’Italia farà fino in fondo la sua parte per spingere verso il traguardo il TTIP, il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti. Un’impresa che con il trascorrere delle settimane e dei mesi si fa sempre più complicata, ma nonostante tutto «il semestre italiano di presidenza europea – incalza il premier Matteo Renzi – deve essere l’occasione di uno scatto in avanti».

Il presidente del Consiglio apre il Dialogo sul TTIP organizzato dalla presidenza italiana: Roma ospita per due giorni i protagonisti del negoziato, entrato in una fase di stallo per alcuni capitoli di difficile condivisione – vedi la clausola sulla protezione degli investimenti – e per la doppia transizione politica rappresentata in Europa dal prossimo insediamento della nuova Commissione e negli Stati Uniti dalle prossime elezioni di midterm.

Renzi ammette che è ormai impossibile chiudere il negoziato entro il periodo di presidenza italiana, ma spera almeno in un «salto di qualità» dei negoziati, «l’accordo è fondamentale e c’è bisogno di una unità di intenti che non sia solo teorica ma consenta di fare progressi a 360 gradi».

Carlo Calenda, viceministro dello Sviluppo economico e presidente di turno del Consiglio Affari esteri della Ue, avverte che la finestra temporale per chiudere l’accordo è sempre più ristretta: «Abbiamo pochi mesi per uscire dall’impasse. Il periodo decisivo va dall’indomani delle midterm election di novembre ai primi mesi del 2016». Un tempo che non si può sciupare secondo le imprese italiane. «Con l’approvazione del TTIP – ricorda il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi – l’Italia, nello scenario più ottimistico, potrebbe calcolare sul fronte delle esportazioni un aumento prossimo ai 2 miliardi di euro». Ma bisogna operare con sollecitudine, insiste, «perché le voci dei detrattori di questo accordo si stanno facendo forti». Resta elevata la contrarietà di una parte dell’opinione pubblica, sindacati, organizzazioni del terzo settore, associazioni dei consumatori, che vede nell’accordo più minacce che vantaggi ipotizzando addirittura una perdita di 700mila posti di lavoro. «Per svelare l’infondatezza dei timori fin qui sbandierati – spiega Calenda – la Ue ha appena desecretato il dossier sul negoziato». La trasparenza come miglior antidoto alle proteste.

I numeri condivisi dai negoziatori Ue e Usa parlano di un possibile aumento intorno al mezzo punto di Pil l’anno. Con un effetto combinato della rimozione di tariffe e barriere non tariffarie. «Solo quest’ultime – ricorda Calenda – secondo alcuni studi producono un aumento medio del 41% sul costo dei beni e del 31% sul costo dei servizi».

Il cammino è pieno di insidie, riconosce Squinzi. Per questo occorre «una rinnovata volontà politica, perché è indubbio che abbiamo sempre più bisogno di maggiore accesso al mercato, di sviluppare collaborazioni per migliorare i processi produttivi, ridurre i costi, creare posti di lavoro, innovare e competere più efficacemente a livello globale». Obiettivi che richiederanno un complesso equilibrio tra le esigenze delle parti. Si prenda la clausola sulla protezione degli investimenti: indispensabile per gli Usa, congelata nel negoziato per i dubbi di alcuni Paesi europei ma necessaria per molte imprese. «Non abbiamo dubbi – osserva Emma Marcegaglia, presidente di BusinessEurope association – la clausola sugli investimenti andrebbe preservata. E siamo sicuri che tutto l’impianto del TTIP sia positivo. Anche le paure sulle Pmi sono del tutto infondate, perché saranno loro a trarre i vantaggi maggiori: oggi sono più penalizzate rispetto alle multinazionali dalle barriere non tariffarie e dagli standard regolamentari».

«Per firmare l’intesa finestra di opportunità tra 2015 e 2016»

Karel De Gucht, il commissario al Commercio, continua a essere ottimista sul futuro dei negoziati tra Unione Europea e Stati Uniti in vista di uno storico accordo di libero scambio. All’indomani delle dimostrazioni di protesta contro l’intesa commerciale che hanno segnato il fine settimana di molte città europee, l’uomo politico liberale belga ha spiegato in una intervista che c’è «una finestra di opportunità tra la primavera 2015 e la primavera 2016» per chiudere i negoziati.

«Il recente pessimismo sul futuro delle trattative non riflette la realtà delle cose – ha spiegato De Gucht, 60 anni -. Le associazioni ambientaliste e le organizzazioni non governative sono sempre state negative su questa intesa, e stanno oggi spargendo la voce che l’accordo è morto. L’unica cosa vera è che il ritmo dei negoziati è rallentato. La ragione è da ricercare nelle prossime elezioni di medio periodo negli Stati Uniti. Il governo americano non è nella posizione di prendere importanti decisioni».

Secondo De Gucht, un tema delicato, che richiede un clima politicamente meno teso, è quello dell’apertura del mercato americano degli appalti pubblici. «Ciò detto, rimane la volontà di finalizzare un accordo ambizioso. Ci si dimentica che l’intesa appena conclusa con il Canada ha necessitato di cinque anni di trattative. Con gli Stati Uniti, abbiamo iniziato le discussioni nel maggio 2013. Vedo lo spazio per un accordo tra la primavera 2015 e l a primavera del 2016», prima delle elezioni presidenziali di quell’anno.

Il commissario al Commercio, che nella nuova Commissione Juncker lascerà il portafoglio alla svedese Cecilia Malmström, individua due filoni particolarmente difficili. Per parte americana, il tema più controverso si sta rivelando, appunto, l’apertura dei mercati degli appalti pubblici. «Il concetto stesso di Buy American non è compatibile con un accordo di libero scambio», spiega De Gucht. Per parte europea, i Ventotto devono trovare un giusto equilibrio nel settore delicato dell’agricoltura.

Mentre in numerose città europee si protestava nel fine settimana contro l’accordo euro-americano, per via tra le altre cose di una standardizzazione delle norme regolamentari che molti considerano pericolosa, alcuni governi criticano la recente intesa di libero scambio appena raggiunta con il Canada (si veda Il Sole-24 Ore del 30 settembre). Il vice cancelliere tedesco Sigmar Gabriel ha puntato il dito contro le clausole che consentono alle i mprese nel caso di contrasti di appellarsi a corti di arbitrato.

Da molti questa possibilità è vista come una riduzione implicita della sovranità di un paese. «Quando insieme il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy e il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso hanno concluso ufficialmente le trattative con il Canada, lo hanno fatto con il pieno sostegno unanime dei Ventotto, e quindi con il sostegno di Berlino. Sono convinto che la Germania darà il suo benestare in ultima analisi, anche perché ne è la prima beneficiaria».

De Gucht dà della posizione di Gabriel motivi di politica interna, in un contesto segnato anche da controverse sanzioni europee contro la Russia che ha provocato da parte di Mosca pesanti ritorsioni e la protesta di molte associazioni imprenditoriali in Europa. Queste misure pesano sulla ripresa dell’economia europea, ammette il commissario al Commercio, notando comunque che la scelta è stata presa all’unanimità dai Ventotto. «Se la Russia torna a ragionare, siamo pronti a ridurre le sanzioni».

Il Sole 24 Ore – 15 ottobre 2014 

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