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Ttip, tre ragioni per dire no. Un gioco a perdere per l’Italia. Serve invece affermare un’altra idea di Europa, di commercio e di lavoro

di Fausto Durante*. Personalmente, non sono incline a sentimenti antiamericani. Anzi, apprezzo gli Stati Uniti d’America, la cultura, la letteratura, la musica, l’arte di quel paese, che ha saputo costruire un così originale percorso di libertà e di democrazia. Così come non ho atteggiamenti negativi e ostili nei confronti delle attività imprenditoriali e commerciali, quando esse si sviluppano in modo sostenibile e rispettoso delle persone e della natura.

Questa premessa, che potrebbe legittimamente essere considerata superflua, è necessaria per precisare che, alla base della mia avversione nei confronti delle modalità con cui si stanno discutendo tanto il Ttip quanto i suoi possibili contenuti, non vi sono pregiudizi di natura ideologica, ma solo valutazioni basate sui fatti e considerazioni generali sulla qualità della politica e della democrazia dell’Unione europea.

Provo a riassumerle. In primo luogo, non è per niente chiaro, nonostante i proclami – quelli sì ideologici – dei sostenitori acritici, chi e come in Europa trarrebbe vantaggio dal partenariato commerciale transatlantico. Il Consiglio europeo solo un anno fa stimava un effetto di crescita per il Pil europeo del 5 per cento in 10 anni, con il Ttip a regime. In realtà, uno studio effettuato per conto della Commissione europea parla di una crescita dello 0,48 per cento in totale nel 2027, in caso di uno scenario economico positivo; nel caso di un quadro meno buono, la crescita sarebbe solo dello 0,27. Verrebbe da dire, alla maniera di Shakespeare, “tanto rumore per nulla”.

Quanto all’impatto sull’occupazione, nessuno crede più all’assunto iniziale, secondo cui il Ttip porterebbe due milioni di nuovi posti di lavoro. Una ricerca commissionata dal ministero dell’Economia della Germania ha dimostrato che l’incremento occupazionale si attesterebbe su circa 150.000 nuovi posti in Europa e 60.000 negli Usa. Questo saldo positivo, tuttavia, avverrebbe in un quadro di vincitori e vinti, per ciò che riguarda l’Ue. Secondo la stima, nell’Europa del Sud il risultato finale sarebbe negativo, per via degli effetti della riduzione delle esportazioni verso i paesi europei più forti. Insomma, un gioco a perdere, anche per l’Italia. In secondo luogo, non si capisce quali vantaggi l’Europa avrebbe dall’allentamento di tutte le misure in materia di tutela ambientale, di controlli sanitari, di protezione contro sostanze pericolose nel ciclo alimentare e in quello produttivo. Un allentamento insito nel concetto di abbattimento di barriere e di deregolamentazione, così fortemente presente nello spirito e nella cultura iperliberista che presiede allo svolgimento del negoziato e che, forse, incontra un interesse commerciale statunitense, ma collide con i valori propri del modello europeo.

Ancora, non è comprensibile – se non accettando passivamente un’impostazione favorevole comunque all’impresa – la creazione di regolamenti speciali e forme di soluzione delle controversie che salvaguardino gli investimenti a spese della sovranità degli Stati e delle norme di legge esistenti. Solo una visione mercantile del commercio internazionale, ispirata a un primato del denaro sempre e comunque, può motivare una richiesta che, se accolta, metterebbe i diritti del lavoro e degli Stati in un’inaccettabile condizione di subalternità nei confronti delle multinazionali, sempre più libere di operare senza vincoli. Infine, la questione della democrazia.

Per molto tempo, per troppo tempo, il negoziato si è svolto in un clima di segretezza e di mistero, con i governi e i Parlamenti degli Stati europei all’oscuro dei contenuti della discussione. I sindacati, le organizzazioni della società civile, le associazioni di interesse non hanno mai potuto avere accesso ad atti e documenti, come invece è stato possibile per le lobby e per le organizzazioni dei datori di lavoro. Se l’Europa non è trasparente nelle sue azioni, il distacco dei cittadini tenderà ad aumentare. Anche per questo, opporsi al Ttip – come Cgil e Ces stanno facendo – è un modo concreto di affermare un’altra idea di Europa, di commercio e di lavoro. 

* Responsabile del Segretariato Europa della Cgil

fonte: rassegna.it – 29 novembre 2014 

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