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Tumori, nessun picco nell’«area Pfas». Ma più casi di malattie vascolari, ipotiroidismo e diabete. Cordiano (Isde): “Registro tumori analizza solo un anno”

Non si riscontra una maggiore incidenza di tumori nelle popolazioni esposte a Pfas, le sostanze chimiche che da almeno vent’anni l’industria riversa nelle acque di 21 Comuni tra le province di Vicenza (7), Padova (uno solo, Montagnana) e Verona (12). E’ l’esito del monitoraggio condotto dal Registro Tumori del Veneto in base alle 1223 neoplasie diagnosticate nel 2013 nell’Usl 5 Ovest Vicentino (180mila residenti) e nella zona meridionale dell’Usl 6 di Vicenza (40mila).

L’andamento della patologia nelle due aree colpite da Pfas — maggiore diffusione di cancro alla prostata per i maschi e al seno per le femmine — è stato confrontato con i parametri relativi al resto del Veneto e all’Usl 16 di Padova, la più affine in termini di registrazione statistica, rilevati nel biennio 2008/2009. «Da tale osservazione emerge che l’incidenza dei tumori maligni nelle Usl 5 e 6 negli uomini è inferiore alla media regionale e uguale a quella dell’Usl 16, mentre nelle donne è significativamente inferiore ad entrambi i parametri di paragone — spiega il dottor Manuel Zorzi, dirigente del Registro Tumori —. In particolare nei sette Comuni di massima esposizione, per un totale di 45.464 residenti, l’incidenza è nettamente inferiore alla media del Veneto sia negli uomini che nelle donne. Era poi stata prospettata una possibile associazione tra Pfas e tumore del rene e del testicolo, ma nei quattro anni compresi fra il 2009 e il 2013 sono emersi 21 casi della prima fattispecie per un trend al di sotto della media regionale, e 9 della seconda. Quest’ultimo indicatore supera il dato veneto, ma non è statisticamente significativo. Anche perchè analizzando le resezioni del testicolo eseguite tra il 1997 e il 2014 in pazienti tra 15 e 54 anni si è visto che il tasso di tali interventi, spia di nuovi casi, è uguale a quello del resto della regione».

«Sono dati rassicuranti — commenta il professor Massimo Rugge, direttore del Registro Tumori del Veneto — ma il monitoraggio continua. Anche in funzione di ampliare a tutti i 4,9 milioni di residenti la copertura, oggi estesa a 3,3 milioni. E’ la più alta d’Italia».

All’indagine ha preso parte il Servizio epidemiologico regionale, che ha riscontrato nei 21 Comuni esposti a Pfas un aumento di casi di ipercolesterolemia, diabete mellito, ipotiroidismo e malattie cardiovascolari, per le quali è previsto un piano di prevenzione. «Non possiamo nè confermare nè escludere un collegamento con le Pfas — illustra il dottor Mario Saugo, a capo del Ser — ma approfondiremo, chiedendo un parere all’Istituto superiore di Sanità». E a proposito di prevenzione, da novembre la Regione eseguirà su 85mila abitanti tra 14 e 65 anni di Montagnana e dei 13 Comuni veronesi compresi nell’«area rossa» gli stessi screening oncologici e di rilevazione di bioaccumulo di Pfas nel sangue già effettuati sui residenti vicentini. «Ci stiamo organizzando per la chiamata individuale — spiega la dottoressa Francesca Russo, direttore della Prevenzione — e con un gruppo tecnico composto da esperti di Regione, Registro Tumori, Istituto superiore di Sanità e Università condurremo il più grande studio a tema del mondo. Cercheremo di capire anche cosa sia successo prima della contaminazione dell’acqua. I soggetti nei quali dovessero emergere alterazioni saranno sottoposti ad esami di secondo livello. Le Pfas rimangono nel sangue 3-5 anni e allora a fine 2017 richiameremo i 600 residenti dei tre Comuni più colpiti, Brendola, Lonigo e Sarego, per vedere se le concentrazioni sono diminuite». Nell’area rossa partirà infine il monitoraggio della catena alimentare: con Arpav e Istituto Zooprofilattico sarà scelto un paniere di cibi da confrontare con quelli di un’«area bianca» del Veneto, cioè libera da Pfas.

Intanto dal ministero dell’Ambiente arriva alla Regione il diktat di imporre subito al Consorzio di depurazione Alto Vicentino la riduzione degli scarichi inquinanti prevista in un arco di 4 anni, al fine di consentire alle aziende interessate il tempo di adeguarsi. In prima linea la Miteni di Trissino, che replica: «Per quanto concerne le Pfas a catena lunga, stiamo già scaricando un decimo delle concentrazioni consentite. Il problema è che il Veneto ha introdotto limiti pure alle Pfas a catena corta, paletti inesistenti in Europa e che non possiamo rispettare, a meno di bloccare la produzione. Confidiamo però nel decreto emanato il 16 luglio dal ministero dell’Ambiente, che non li contempla». (Michela Nicolussi Moro – 23 luglio 2016 – Il Corriere del Veneto)

Pfas, Isde: “Registro tumori analizza solo un anno”

 “I dati relativi all”incidenza dei tumori negli abitanti delle aree del Veneto soggette a contaminazione da Pfas, presentati oggi a Padova dal Registro tumori Veneto (Rtv), saranno anche tranquillizzanti, ma sono riferiti ad un solo anno, il 2013?. E’ il punto di vista di un medico, raccolto oggi dall’agenzia di stampa Dire e rilanciato, facendo un po’ da contraltare, a quanto diffuso oggi dalla Regione del Veneto. Il medico è Vincenzo Cordiano, rappresentante regionale di Isde, l’Associazione dei medici per l’ambiente.

Cordiano, che non ha potuto partecipare alla presentazione dello studio e che per questo si riserva di commentarlo dopo averlo esaminato, spiega alla Dire “di aver già scambiato un carteggio con il responsabile di Rtv, Massimo Rugge”, e che da quello che ha potuto capire “se i dati fossero confermati anche in una estensione di tempo maggiore sarebbe una buona notizia”.

“Rimane però il fatto – sottolinea Cordiano – che un anno e troppo poco, e lo studio di Rtv non puo essere certificato dalla Associazione nazionale dei Registri tumori nè dallo Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) di Lione, che richiedono un’analisi di un arco di tempo pari ad almeno cinque anni”.  Secondo il medico “c’è poi la questione delle malattie cardiovascolari e ipertiroidee, che nelle aree interessate dalla contaminazione hanno un’incidenza maggiore alla media. Il che conferma quanto rilevato dall’Isde, nello studio che ha preso in considerazione i dati sulle cause di morte dagli anni 80 ad ora”.

24 luglio 2016 

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