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Ue: sì alla flessibilità, ma bisogna fare di più su debito, tagli e Pa. I dossier da chiudere. Da acquisti e riforma Madia la «battaglia» contro l’Iva

Nella valutazione d’autunno della Commissione peserà anche l’attuazione delle riforme strutturali. Incassato il via libera alle clausole di flessibilità per il 2016 che garantiscono un maggior spazio fiscale pari allo 0,85% del Pil (dovremmo chiudere l’anno con un deficit/Pil al 2,3%) e ottenuto il riconoscimento di un ulteriore margine per il 2017 (lo 0,7% su un deficit/Pil che salirà all’1,8%) il Governo può a questo punto definire la strategia che lo porterà al varo della prossima legge di Bilancio.

Un percorso ancora lungo e che sarà segnato innanzitutto dall’andamento dell’economia: a settembre si saprà quanto vicini saremo all’obiettivo di una crescita dell’1,2% attualmente previsto nel Def. E su quel nuovo quadro macroeconomico si definiranno le misure.

Leggendo le raccomandazioni giunte ieri da Bruxelles si comprende tuttavia che, per la valutazione di autunno sulla fiscal stance italiana, conterà anche l’azione amministrativa e di governo di questi mesi centrali dell’anno. I diversi cantieri di riforma citati nel documento sono tutti cruciali e riassunti in questa pagina. La Commissione si aspetta la chiusura della riforma della Pa impostata con la legge delega di Marianna Madia, per la quale si avviano al varo definitivo i primi 11 decreti attuativi, cui ne seguirà un’altra decina entro luglio. In particolare si chiede un riordino significativo delle società partecipate e dei servizi pubblici locali, nuovi progressi sul fronte dell’anticorruzione l’adozione di norme su incompatibilità e inconferibilità degli incarichi. Ma si chiede anche l’attuazione degli interventi di semplificazione sul fronte della giustizia civile. Un fronte che, con le nuove procedure fallimentari e di accelerazione del recupero crediti, si lega a doppio filo con le iniziative messe in campo per smaltire i crediti in sofferenza delle banche. Sul mercato del lavoro, dopo il varo della prima parte del Jobs act, l’attesa è ora per il rinnovamento e potenziamento delle politiche attive, a partire dai centri territoriali per l’impiego che devono essere resi efficienti, mentre in materia di Welfare si chiede l’implementazione del piano anti povertà.

Sul mercato interno l’attesa è per una rapida approvazione della legge annuale sulla concorrenza (l’iter è molto in ritardo) e si chiedono ulteriori interventi per aumentare la competitività nelle professioni, nei trasporti, nella sanità e nelle concessioni. Mentre sulle politiche fiscali addirittura si chiede l’attuazione entro la metà del prossimo annuo del nuovo catasto, da accompagnare con un rafforzamento delle azioni già avviate per la tax compliance e la diffusione delle fatturazioni elettroniche e dei pagamenti elettronici. Sul fisco l’impostazione tradizionale della Commissione resta per uno spostamento del carico fiscale (senza aumentare la pressione complessiva) dai fattori produttivi ai consumi e le proprietà.

Si tratta dei principali temi programmatici dell’azione di Governo, come ha ricordato ieri il ministero dell’Economia in una nota di commento sulle raccomandazioni. Percorsi in quasi tutti i casi di implementazione e monitoraggio di policy già avviate che verranno analizzati con la stessa attenzione con cui si guarderà alla traiettoria del debito e alle iniziative che verranno prese da qui all’autunno con le privatizzazioni. Non manca nelle osservazioni di Bruxelles un auspicio per l’inclusione della spending review in una programmazione strutturale, operazione che dovrebbe essere avviata con la prossima legge di bilancio.

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Da acquisti e riforma Madia la «battaglia» contro l’Iva

A ccanto alla revisione delle agevolazioni fiscali, che però crea più di una difficoltà perché si tradurrebbe in un aumento del peso delle tasse, è il capitolo pubblica amministrazione, insieme alla replica già annunciata della voluntary disclosure, a dover offrire il contributo maggiore per far quadrare i conti. Idealmente, viste le clausole di salvaguardia da 15 miliardi che pendono sulla manovra, la partita si può riassumere così: più cresce il contributo della Pa, sotto forma di spending review e di attuazione della riforma Madia, meno rischia di aumentare l’Iva, che il governo ribadisce di voler tenere ferma. Ma quanto può dare la Pa? Sul primo versante, quello della spesa, un pezzo del cammino è stato già fatto. La centralizzazione degli acquisti, realizzata finora con gli obblighi sempre più stringenti al ricorso alla Consip o agli altri «soggetti aggregatori», vale almeno 3,2 miliardi secondo i calcoli del ministero dell’Economia. Da «aggredire» (che significa ridurre, naturalmente, non azzerare») ci sono ancora 40 miliardi di spesa, e più cresce l’adesione ai meccanismi di centralizzazione già attuati (le ultime regole sono appena arrivate con il Codice degli appalti) più aumentano i risparmi. In cantiere c’è però un altro passaggio, che assegnerebbe al ministero dell’Economia il compito di “acquirente unico” per i servizi di base, dalla luce ai contratti telefonici, per il resto della Pa centrale.

L’altra gamba è rappresentata dalla riforma Madia, che però solo in alcuni capitoli (le partecipate in primis) si presta a essere quantificata, mentre il resto, dall’innovazione allo sblocca-procedimenti, punta ad aiutare l’economia ma non scrive numeri immediati da mettere a bilancio. Non va dimenticato, però, che quella targata Madia è al centro del «pacchetto di riforme» che è già valso all’Italia lo 0,5% di flessibilità accordata dalla Ue.

Il Sole 24 Ore – 19 maggio 2016 

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