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Una regione gialla da allarme rosso. Secondo la Stampa Treviso è la nuova Bergamo: shopping e spritz, ma gli obitori sono stracolmi. Politica e imprenditori contrari a una seconda stretta. Ma ora il sistema vacilla

LA STAMPA. Una regione gialla da allarme rosso. E una provincia, Treviso, dove le strade dello shopping e degli spritz si riempiono, mentre gli obitori si affollano di salme Covid. Il Veneto di Zaia in primavera venne chiuso in lockdown totale per l’esplosione della pandemia anche negli ospedali e nelle case di riposo ma nella seconda ondata è stato lasciato libero di muoversi. Ieri in Veneto più di 4 mila casi, quasi il doppio della Lombardia: è la Regione con più contagi. Politica e imprenditori si sono battuti per evitare una seconda stretta. Ma ora il sistema vacilla 

Una regione gialla da allarme rosso. E una provincia medio piccola, Treviso, dove le strade dello shopping si riempiono, mentre gli obitori si affollano di salme Covid. Siamo nel Veneto del presidente Luca Zaia, che nella primavera scorsa venne chiuso in lockdown totale per l’esplosione della pandemia anche negli ospedali e nelle case di riposo, e che nella cosiddetta seconda ondata è stato lasciato libero di muoversi. Hanno vinto il pressing asfissiante delle imprese piccole e grandi che non volevano più chiudere, e il piano di aumento sostanziale dei posti letto Covid negli ospedali di tutta la regione deciso e attuato fin dall’inizio dell’estate, garantendo così di poter gestire più malati rispetto ad altre regioni.

Il risultato di questo liberi tutti oggi è però un aumento inarrestabile di contagi e decessi. Il primato va a Verona, ma nella provincia d’origine del governatore, Treviso, negli ultimi giorni le bare hanno riempito anche la chiesetta dell’ospedale del capoluogo e quella del cimitero del comune di Montebelluna tanta era la pressione dell’ondata di morti registrati in corsia. E le case di riposo non sono state da meno.

Ricorda quanto avvenne a Bergamo, che nella prima ondata era zona rossa. Ma oggi il Veneto locomotiva d’Italia lavora, consuma, compra va e viene. E la piccola Treviso con lui. La prova l’ha data quest’ultimo fine settimana, mentre si scoprivano oltre 1.000 nuove positività il sindaco del capoluogo ha dovuto chiudere la principale strada dello shopping per arginare la folla degli acquisti natalizi. È stato svuotare il mare con il cucchiaino, un po’ come aveva provato a fare una delle ultime ordinanze del presidente Zaia vietando “attività motoria” nei centri storici, ma senza bloccare gli spostamenti tra i comuni. Una norma pressoché impossibile da applicare. E infatti la folla non si è fermata, incurante anche dei richiami arrivati dal direttore generale dell’azienda sanitaria locale, Francesco Benazzi: “Sono sconcertato da tanta gente in giro, non capisco come faccia a non rendersi conto della situazione”.

Ma il rimanere aperti, liberi, gialli, era anche quello che chiedevano i commercianti, i rappresentanti di tutte le categorie produttive che il 15 ottobre scorso, poco dopo la decisione del governo di imporre il coprifuoco ai locale alle 18 invasero le piazze del Veneto. Prima fra tutte proprio Treviso. Gridavano allo scandalo, tutti volevano lavorare. Condanne plateali al Dpcm arrivarono anche dall’assessore regionale al turismo Federico Caner che davanti una piazza gremita rivendicò “l’autonomia di poter decidere”. Quel giorno i contagiati in Veneto erano 18.509; oggi, due mesi dopo, sono 90.699. A Treviso c’erano 3.861 positivi, oggi sono 15.456. In Veneto c’erano stati fino ad allora, da febbraio, 2.341 decessi; oggi sono 4.800. E a scuole chiuse non si è trovato null’altro su cui scaricare la responsabilità del contagio prima attribuita ovunque agli studenti untori.

Il crescere dei numeri viene giustificato con l’altissimo numero di tamponi che vengono eseguiti, in massima parte con il sistema del tampone rapido che ha per natura una percentuale di incertezza e ha decretato l’ennesima frattura tra Zaia e il virologo Crisanti, a primavera un lume nella nebbia, ora ostracizzato.

Ma se si continua a pescare, e prendere, vuol dire che il virus non si è fermato e anzi, cresce. Il presidente Zaia parla di situazione di “plateau”, l’altopiano sanitario che dovrebbe precedere il calo (atteso e sperato) dei casi. Ma i numeri in Veneto sono in costante crescita ovunque. I grafici regionali parlano chiaro: puntano tutti verso l’alto. I numeri di dicembre sono ancora più espliciti: 45 mila positività in più e quasi mille morti in una dozzina di giorni. La provincia di Verona ne ha contati oltre 200, Vicenza 230, quella di Treviso quasi 130, poco meno Padova. Crescono i ricoveri nei reparti Covid, ma crescono anche quelli nelle terapie intensive. In tutto i ricoverati sono oltre 3.400 mila, oggi, tra ospedali e strutture territoriali. A inizio mese erano circa tremila.

L’incondizionata fiducia nel sistema veneto vacilla, agli appelli dei medici che già prima di dicembre imploravano la zona rossa si uniscono oggi i familiari di anziani ricoverati in casa di riposo che lanciano petizioni chiedendo al Governatore “decisioni impopolari, ma per la salute di tutti”. Si parla di chiusura, e non di limitazioni al consumo in piedi nei locali com’è stato fatto con l’ultima ordinanza “giallo plus” come l’ha chiamata il governatore, o sospensioni del traffico dello shopping. Si aggiungono piccoli divieti per non vietare davvero. E il risultato è nullo, anzi, come avvenuto ieri nel Veneziano ci si ritrova con chi organizza feste abusive e ritrovi sotterranei come ci fosse il proibizionismo. La furbizia e l’incoscienza purtroppo, sono di casa. Per Natale anche il Veneto ha fatto coro contro chi contestava le limitazioni, ma in questa situazione le festività rischiano di essere un nuovo veicolo di contagio. Gli ospedali certo reggono. Gli obitori meno. E sotto l’albero non c’è vaccino. (FEDERICO DE WOLANSKI)

 

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