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Uno su quattro sotto 10 mila euro. Diecimila licenziati in un anno, ora anche il manager è partita Iva. Indennità di buonuscita più leggere

Il Nord resiste alla Grande Crisi: dal 2007 gli stipendi sono cresciuti dell’1,7%. Al Sud calo del 25% Il 55% degli autonomi guadagna meno di 15 mila euro. Solo il 2,4% della popolazione oltre 70 mila ROMA «La distribuzione del carico fiscale e contributivo tra i lavoratori e le famiglie», illustrata nel Focus diffuso ieri dall’Istat, mostra un Paese dove il prelievo sul lavoro è eccessivo, in alcuni casi supera lo stipendio netto, ma pieno di incongruenze, spiegabili solo con un alto livello di evasione.

Risultato: la progressività insita nel sistema penalizza molto chi non evade, in particolare coloro che hanno un reddito medio-alto.

I dati sono del 2012. Data la crisi, la situazione dei redditi non ha subito cambiamenti di rilievo, mentre sul carico fiscale il governo Renzi è intervenuto prima con il bonus di 80 euro al mese e il taglio dell’Irap e poi con gli sgravi sulle assunzioni a tempo indeterminato.

Il costo medio del lavoro dipendente al lordo delle imposte e dei contributi sociali è stato di 30.953 euro nel 2012, ma al lavoratore sono entrati in tasca solo 16.498 euro netti (1.375 euro al mese), il 53,3%. Il resto, cioè il 46,7%, è andato in imposte e contributi, di cui il 25,6% a carico dei datori di lavoro e il 21,1% dei lavoratori. Il cuneo fiscale e contributivo cresce all’aumentare del reddito e quindi in genere con l’età, il titolo di studio, l’anzianità di servizio. Tra i dirigenti era del 52,2%. Passiamo ora dai dipendenti ai lavoratori autonomi. Il loro reddito lordo è stato in media di 23.432 euro, cioè circa 7.500 euro in meno di quello dei dipendenti, ma il netto praticamente lo stesso: 16.237 euro. Per gli autonomi, infatti, il cuneo fiscale e contributivo rappresentava in media il 30,7%.

L’incidenza delle imposte dirette sui redditi lordi al netto dei contributi sociali, continua l’Istat, è stata del 21,3% per i dipendenti, del 17,5% per i pensionati e del 17,1% (Irap inclusa) per gli autonomi e, tra questi ultimi, del 14,7% per gli artigiani e del 15,5% per i commercianti. «Il minor carico fiscale delle famiglie con reddito da lavoro autonomo — si legge nel Focus — particolarmente visibile nella classe di reddito fino a 15 mila euro, è da attribuire agli effetti di alcuni provvedimenti in materia di tassazione dei redditi degli autonomi e alla revisione al ribasso dei parametri degli studi di settore».

I dati che appaiono più distanti dalla realtà riguardano la distribuzione dei redditi lordi. Il 25,8% si colloca sotto i 10 mila euro (meno di 833 euro lordi al mese), il 54% tra 10 mila e 30 mila, il 17,6% tra 30 mila e 70 mila e solo il 2,4% oltre i 70 mila. Confermate le differenze tra lavoratori. I dipendenti con un reddito fino a 15 mila sono il 39%. Superano il 55%, invece, tra gli autonomi.

Nel 2012 l’aliquota media del prelievo fiscale a livello familiare è stata del 19,4%: meno nel Mezzogiorno (16,3%), più nel Nord-Est (19,9%), nel Centro (20,1%) e Nord-Ovest (21%). «Data la progressività del sistema, l’aliquota media d’imposta cresce più che proporzionalmente all’aumentare del reddito». In particolare, «per i redditi superiori a 55 mila euro l’aliquota media applicata al reddito da lavoro dipendente risulta di 8 punti superiore alla componente da lavoro autonomo».

Sempre ieri, la Svimez ha diffuso uno studio sulla crisi e i redditi delle famiglie: sono mediamente scesi del 24,8% nel periodo 2007-12 nel Sud mentre al Nord sono cresciuti dell’1,7%. Infine, l’Ocse certifica che nel 2013 il Pil procapite in Italia era inferiore del 30% rispetto alla media dei primi 17 Paesi industrializzati mentre lo era del 22,7% nel 2007. Pil procapite che, dice l’Istat, è stato in media di 26.700 euro nel 2013 con forti differenze: 17.200 euro nel Mezzogiorno, 31.700 euro nel Centro-Nord. Al primo posto c’è la provincia di Bolzano con 39.800 euro, ultima la Calabria con 15.500.

Diecimila licenziati in un anno, ora anche il manager è partita Iva. Indennità di buonuscita più leggere. La richiesta di ammortizzatori

A suonare l’allarme è stato Silvestre Bertolini, presidente della Cida, la confederazione dei dirigenti pubblici e privati. Secondo i numeri che ha dato ieri a Roma in un’assemblea sono circa 10 mila i manager privati rimasti senza lavoro nell’ultimo anno e per affrontare quest’emergenza la Cida chiede ammortizzatori sociali. In sostanza vuole che il governo nell’ambito dei decreti attuativi del Jobs act preveda contratti di ricollocazione anche per i dirigenti e crei un apposito Fondo presso l’Inps. Ora al di là delle richieste di carattere sindacale è positivo che i riflettori inquadrino il mondo della dirigenza. Va detto innanzitutto che a fronte di quelle 10 mila uscite non si sono persi altrettanti posti di lavoro, il turnover non è bloccato.

Secondo una recente e ampia indagine di Manageritalia — che fa parte del Cida — sui dati Inps, dal 2008 al 2013 il numero dei dirigenti è -4,5% mentre i quadri sono cresciuti del 10%. Capita infatti che persino un direttore di albergo con 80 camere o il direttore di un grosso supermercato venga assunto come quadro. Vale la pena ricordare come per la natura delle imprese italiane i dirigenti in Italia siano di meno che nelle altre aziende europee: nel 67% dei casi sono solo parenti dell’imprenditore.

Il numero complessivo diminuisce anche perché le multinazionali stanno andando verso strutture più piatte, dovute a un processo di accentramento dei livelli decisionali e in qualche caso di accorpamento dei country manager di Paesi limitrofi. Va infine tenuta presente la diffusione di figure contrattuali ibride che vanno dalla consulenza, al co.co.pro. o addirittura alla partita Iva con mono-committenza. In alcune medie aziende persino il direttore commerciale è a partita Iva.

Sono state le ristrutturazioni aziendali a determinare quel grosso ricambio nella dirigenza di cui parla Bertolini. Il turnover tra i dirigenti privati è da sempre attorno al 20% l’anno, ma ora si può stimare che si sia passati dai 5 mila licenziati l’anno agli attuali 10 mila e la spiegazione del raddoppio sta nella chiusura di aziende ma anche nell’adozione di strutture manageriali piatte, di modelli organizzativi toyotisti e nel fatto che le Pmi continuano a non utilizzare manager esterni alla famiglia e nell’effetto spiazzante del digitale. Basta pensare l’impatto di una struttura di vendite online sulle tradizionali competenze commerciali.

Secondo l’indagine di Manageritalia prima si stava più a lungo nelle aziende, anche 8 anni, oggi si è passati a una media di 6. «Le competenze diventano vecchie in mesi e non più in anni» commenta Enrico Pedretti, il direttore marketing. Si raccontano così storie di dirigenti diventati tassisti, di altri che hanno dato vita a una start up, aperto un negozio o una catena di lavanderie in Brianza oppure del manager Dior che ha ristrutturato la casa di campagna a Siena e lanciato un agriturismo.

Si è abbassato anche il livello delle indennità di buonuscita e spesso sono di soli sei mesi di stipendio e questo ha spinto la Cida a chiedere maggiore interlocuzione con il governo. Da qui a concepire dei veri ammortizzatori sociali però ce ne corre.

Il Corriere della Sera – 10 febbraio 2015 

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