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Uova da galline allevate in gabbia: il sistema è migliorato, ma rimangono ancora molte le perplessità sul benessere animale

Come vivono le galline che depongono le uova che mangiamo? Il problema si presenta periodicamente. A farlo riemergere è stato un servizio che denuncia i maltrattamenti subiti da polli e galline in alcuni allevamenti, che ha suscitato la reazione dei produttori di Unaitalia. L’associazione ha accusato chi ha realizzato il documentario di disegnare una situazione “non rappresentativa della realtà degli allevamenti avicoli italiani”.

Il problema però esiste, perché le differenze nella qualità di vita tra gli animali che vivono in gabbia – anche se si tratta di gabbie dotate degli arricchimenti imposti dalla direttiva europea, ormai recepita sia pur con ritardo anche dal nostro paese – e quelli che vivono a terra o ancora meglio all’aperto, è sensibile. Chi acquista uova fresche può facilmente informarsi perché trova stampigliate sul guscio le indicazioni riguardanti il sistema di allevamento: codice O per gli allevamenti biologici, 1 per le galline allevate all’aperto, codice 2 per quelle allevate a terra al chiuso e codice 3 per quelle allevate in gabbia. Senza dimenticare che nel corso degli ultimi mesi sono sempre di più le sigle della grande distribuzione che scelgono di non vendere uova prodotte da galline in gabbia.

Più difficile invece identificare la provenienza delle uova utilizzate dall’industria alimentare come ingrediente, anche se è ragionevole pensare che la produzione di uova in gabbia – secondo dati europei nel 2014 e 2015 copriva circa i due terzi del mercato – sia quasi tutta destinata alla trasformazione. Oggi sempre più produttori segnalano in etichetta il fatto di impiegare solo uova di galline allevate a terra o all’aperto. L’obbligo di indicare la tipologia delle uova utilizzate però ancora non esiste, anche se CIWF (Compassion in World farming) si sta impegnando per ottenere l’etichettatura obbligatoria sul metodo di produzione per tutti i prodotti di origine animale, compreso l’ovoprodotto mentre Unaitalia pone l’accento sulle difficoltà organizzative di una simile iniziativa, a fronte delle differenze modeste in termini di qualità tra i due tipi di uova.

In effetti la differenza tra i diversi metodi di allevamento riguarda soprattutto la qualità di vita degli animali e non le caratteristiche nutritive del prodotto, anche se per Unaitalia “tutti i requisiti sono stati valutati e definiti scientificamente in modo da assicurare il benessere della gallina in ciascun sistema”. Di diverso parere Anna Maria Pisapia, responsabile italiana dell’associazione Compassion in World farming, secondo la quale “la mancanza di accesso all’esterno per le galline allevate a terra (codice 2) rende il sistema peggiore in termini di benessere animale rispetto all’allevamento all’aperto (codice 1)”. L’obiettivo a breve termine dell’associazione è di eliminare le gabbie, per questo il premio Good Egg viene assegnato alle aziende che s’impegnano a utilizzare solo uova da galline non tenute in gabbia (quest’anno è andato alla CAMST). Il problema non si pone invece per il biologico, visto che in questo caso la normativa prescrive comunque per le galline libero accesso all’esterno.

A questo punto è lecito chiedersi quali sono i criteri di scelta dei consumatori. Secondo Unitaria sarebbe possibile “scegliere in base alla base alla propria sensibilità, al prezzo e alla data di scadenza”. Secondo un report di CIWF le uova di galline provenienti da allevamenti biologici o all’aperto hanno un contenuto più elevato di acidi grassi Omega 3 e un rapporto più favorevole tra Omega 3 e Omega 6 rispetto a quelle delle galline allevate in batteria, e in alcuni casi possono essere più ricche di DHA, vitamina E e altri antiossidanti come betacarotene e luteina, mentre non ci sono differenze sostanziali tra le varie tipologie per quanto riguarda il contenuto di grassi.

Per quanto riguarda i prezzi, le distanze sono evidenti. Secondo Unaitalia la maggiorazione delle uova di galline allevate a terra rispetto a quelle delle uova da allevamento in gabbia è del 20%, e si arriva al 40% per le uova free range, mentre per il  bio si sfiora il 100%. La lievitazione del prezzo non è collegata a differenze di valore, ma di costi di produzione per via degli spazi necessari, della produttività, delle percentuali di uova integre e pulite etc. Si tratta comunque di incrementi modesti: il suggerimento che viene da CIWF è quello di puntare sulla qualità, per mangiarne “meno ma meglio” scegliendo prodotti provenienti da allevamenti all’aperto.

Il Fatto alimentare – 27 ottobre 2017

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