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Veneto. Ottomila euro al mese, quella voragine fra politica e realtà. Tagli agli stipendi dei consiglieri regionali, leggi annunciate e mai depositate. Altre ferme nel cassetto

Per loro è una vera e propria ossessione. E lo rivendicano con orgoglio. I Cinque Stelle quasi non dormono la notte, per questa storia degli stipendi dei consiglieri regionali che veleggiano oltre gli 8 mila euro netti al mese, e mentre continuano a menar colpi a destra e a manca (ieri il capogruppo Jacopo Berti è tornato alla carica), incassano come fosse una medaglia la sciabolata della leader della Lista Zaia Silvia Rizzotto, che li sbeffeggia: «Dei tre soli progetti di legge presentati finora dal Movimento Cinque Stelle, due riguardano gli emolumenti del consiglio, come se questo fosse l’unico problema da risolvere. Lo scrive il Corriere del Veneto oggi. 

Noi siamo diversi, lavoriamo per i veneti con proposte ed interventi concreti. In poco più di 6 mesi la maggioranza ha presentato ben 67 progetti di legge, a cui vanno aggiunti i 20 presentati dalla giunta. Alcuni di questi sono già stati approvati in consiglio e molti altri sono in discussione nelle commissioni competenti». Non è però il caso del progetto di legge per l’eliminazione dell’indennità di funzione (da 2.100 a 2.700 euro lordi al mese a seconda che si tratti della vice presidenza di una commissione o della presidenza della Regione), per la riduzione della diaria (4.500 euro al mese esentasse) e per la sforbiciata dell’indennità di carica (6.600 euro lordi al mese) che pure il governatore Luca Zaia annunciò in campagna elettorale, avvertendo severo: «Costringerò i consiglieri regionali a timbrare il cartellino».

Il taglio dello stipendio degli eletti a Palazzo Ferro Fini, argomento su cui il popolo votante è sensibilissimo e facilmente s’abbandona all’applauso, era stato messo da Zaia in cima al suo programma, capitolo 1 («Scelgo una Regione efficiente e trasparente»), paragrafo 1 («Riduzione dei costi della politica ed efficienza e trasparenza al 100%»), ma è rimasto confinato tra le buone intenzioni della vigilia e non risulta agli archivi del consiglio che ci si sia spinti più in là da quando è iniziata la legislatura. È andata diversamente con l’abolizione dei vitalizi e dell’assegno di fine mandato che però, pur tramutata in due distinti progetti di legge depositati velocissimamente, primo firmatario Zaia, non è mai stata discussa: i due pdl giacciono in chissà quale cassetto della commissione Affari istituzionali. Esattamente come i due pdl di Berti sempre in tema di indennità, il primo, di vitalizi e assegno di fine mandato, il secondo (il pentastellato, facendo sfoggio di ottimismo ha già lanciato il guanto della sfida: «Vedremo come voteranno i nostri colleghi quando il testo arriverà in aula») ma soprattutto come il pdl di iniziativa popolare depositato dall’associazione «Zero Privilegi» nell’ormai lontano ottobre 2012, rispolverato nel giugno scorso come da regolamento ma mai messo all’ordine del giorno dalla commissione, nonostante la firma in calce di 5.800 cittadini.

A otto mesi dal voto Zaia non sembra più avere il tema tra le sue priorità («Quella dello stipendio troppo alto è una partita che qualunque consigliere può regolare da sé, versando quelle che ritiene delle eccedenze nelle casse della Regione» ha detto ieri commentando lo scontro Berti-Rizzotto) e lo stesso può dirsi della capogruppo del Pd Alessandra Moretti, che come Zaia in campagna elettorale si disse favorevolissima ad una svolta nel segno dell’austerity: «Taglierò del 10% l’indennità di carica e dell’80% quella di funzione, con un risparmio di 5,8 milioni in 5 anni, poi taglieremo i rimborsi spese da 4500 a 1500 euro» promise, ma anche in questo caso non risulta depositato alcun progetto di legge a Palazzo e ieri, accanto a Zaia per la celebrazione della Giornata della memoria, Moretti è sembrata assai meno tranchant : «I consiglieri regionali prendono troppi soldi? Il giudizio è relativo, direi legato a quanto uno fa. Se qualcuno non fa nulla, è chiaro che l’indennità è troppo alta». Ma se uno fa tanto, par di capire, il discorso cambia.

Cerca di raffreddare gli ardori moralizzatori dei Cinque Stelle anche il presidente del consiglio Roberto Ciambetti («Il decreto legge 174 voluto dal governo è stato rispettato dal Veneto in tutte le sue sfaccettature e la nostra Regione non ha fatto spese pazze come in altre realtà»), che però lascia aperto un piccolo spiraglio: «È probabile che con la modifica costituzionale appena varata dovremo limare ancora». Quanto basta a Berti per rituffarsi a capofitto: «Questi parlano, parlano, parlano ma non mollano la grana. Serve una legge per obbligarli a farlo e noi ci arriveremo. Quando questo accadrà, saremo curiosi di vedere se, dopo le tante che abbiamo sentito, Lega e Pd voteranno in modo coerente con gli impegni che hanno preso».

Ottomila euro al mese quella voragine fra politica e realtà

Di Alessandro Russello. Come cantano i numeri non canta nessuno. Né a Sanremo né a X Factor. I numeri hanno il pregio della precisione, il potere della incontrovertibilità’, la funzione del disvelamento, la forza della chiarezza nella contabilità della vita. E anche se sono interpretabili portano la responsabilità della decenza. Specie se sono legati all’etica (e anche all’estetica) della Politica.

Nella fattispecie, parliamo dei numeri alla base della polemica che in questi giorni vede impegnati da una parte il capogruppo della Lega in consiglio regionale Nicola Finco assieme alla collega Silvia Rizzotto della Lista Zaia e dall’altra il capogruppo del Movimento Cinque Stelle Jacopo Berti. Resosi protagonista quest’ultimo di una sorta di autodenuncia anti-casta dopo aver visto la consistenza dello stipendio che noi, come collettività, gli abbiamo pagato nel mese di dicembre. Ben undicimilacinquecento euro netti, somma monstre per la quale il grillino ha confessato di provar vergogna.

Perché la cifra «è un insulto ai primari, ai professori universitari, ai ricercatori, ai ragazzi che provano ad entrare nel mondo del lavoro». Replica al veleno: «Berti vorrebbe governare e non sa nemmeno leggere la busta paga, se vuole restituire ciò che è eccessivo o non meritato c’è un apposito capitolo di bilancio dove può versare quel che vuole». Quindi, la contromorale: «Non occorrono proclami, lo faccia in silenzio perché la beneficienza sbandierata è solo scena».

In effetti Berti, nell’emozionarsi davanti a cotanta corresponsione, ha sbagliato, perché nella somma-monstre di undicimilacinquecento euro non aveva calcolato la restituzione di un conguaglio Irpef. Facendo i conti giusti, poiché i numeri sono numeri e non opinioni, lo stipendio di Berti – come mediamente quello dei consiglieri regionali – è di «soli» ottomila euro. La miseria di ottomila euro netti. Cioè, più del premier Renzi, più dello stesso governatore Zaia, una busta paga sulle orme di Obama.

Grottesco. Fossimo in Berti ci preoccuperemmo: potrebbe essere denunciato per procurato allarme civico o nella notte contorcersi per aver osato render pubbliche le insane cifre anziché infilarsi un paio di occhiali neri e un berretto e andare a depositare alla chetichella metà della paga nell’«apposito capitolo» per non dar nell’occhio e incorrere nel reato di ostentata restituzione.

Certo, tutto rientra nel gioco delle parti. E si può perfino comprendere, pur nell’imbarazzo e nel fastidio di chi incassa e fa lo gnorri, che non sia sufficiente dimezzarsi lo stipendio – come fanno i grillini costituendo un fondo con metà dei loro proventi – per essere bravi politici e amministratori. Chi fa politica va pagato, e anche dignitosamente. Nemmeno a noi la demagogia piace e siamo convinti che nessuno – soprattutto oggi, e i fatti lo dimostrano – abbia il copyright dell’onestà e della moralità. Che restano comunque requisiti base per una politica che di fronte alla crisi e alle difficoltà della maggior parte di mondo che gli ottomila euro li vede col binocolo, non ha saputo emendarsi versando un po’ del proprio sangue nello svenamento ormai strutturale del corpo sociale. Nello specifico, la Lega «fu anti-casta» (e non solo lei) che non teme di essere populista sotto altri profili (immigrati, profughi) dovrebbe chiedersi come mai un movimento anti-sistemico come quello pentastellato, da una percentuale zerovirgola nelle ultime tornate elettorali ha raggiunto il 25 per cento dei consensi (saliti negli odierni sondaggi). Empatia con un paese reale che fatica a spuntare ogni euro, presupporrebbe una maggiore sobrietà a cominciare dai costi della politica. Purtroppo la distanza aumenta. E la fiducia del «popolo» vertiginosamente cala.

Ovviamente non abbiamo nulla di personale contro Finco, Rizzotti o qualsiasi altro consigliere regionale. Sono persone perbene che fanno il loro lavoro, e probabilmente con grande impegno, in una Regione che fra l’altro è tra più virtuose di questo Paese. Il punto è il «ruolo», non la «persona». Un sindaco di una città come Verona o Padova prende la metà di un inquilino di palazzo Ferro Fini e ha responsabilità imparagonabili (anche sotto il profilo penale) rispetto a chi in molti casi si limita ad alzare una mano o a fare campagna elettorale continua nei propri collegi nel tentativo di perpetuare il proprio mandato. Il punto – nel Veneto come nel resto d’Italia – è se quegli ottomila euro siano proporzionati alla reale «missione» di un consigliere regionale. Che non può essere pagato quasi un terzo in più di un premier di una nazione Europea (lo stipendio di Renzi è di 114 mila euro lordi, circa cinquemila netti al mese). E conta davvero poco il fatto che i consiglieri veneti, la scorsa legislatura, abbiamo limato i loro compensi: qualche centinaio di euro vale molto meno anche di una goccia di sangue.

Non è la prima volta che il Corriere del Veneto prende una posizione chiara sull’argomento. Chi scrive si è anche attirato un po’ di insulti proprio da esponenti del passato consiglio regionale, che ha dedicato un paio di sedute alla «stampa demagogica» che aveva avuto l’ardire di chiedere sacrifici più robusti nelle more di una crisi che in qualsiasi contesto – soprattutto privato – opera drastici tagli per far sopravvivere aziende e posti di lavoro.

Per tale ardire, non solo qualcuno aveva proposto di mettere in votazione una mozione per rendere incandidabili i giornalisti al Consiglio regionale (sic!) ma da un esponente di tale assise è perfino arrivato un esposto all’Ordine professionale perche di una lettera di 100 righe ne abbiamo pubblicate «solo» 95 (le cinque «censurate» dicevano più o meno: «Sicuramente non avrete il coraggio di ospitare questo intervento…»). Nel frattempo, a Palazzo Ferro Fini languono un paio di proposte di legge – una di iniziativa popolare – per approvare la riduzione degli stipendi. E’ troppo ardire chiedere di discuterle?

Il Corriere del Veneto – 28 gennaio 2016 

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